Prefazione al libro di O. Sanguinetti, La dottrina sociale della Chiesa oggi. Una lettura “forte”,
con un saggio di Marco Invernizzi, Edizioni Ares, Milano 2026, pp. 7-14. 

Saper estrarre dal tesoro «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52) è uno dei principali compiti che spetta al cristiano in ogni epoca della storia. L’impegno diventa ancora più rilevante nei momenti di crisi e di passaggio, come quello che stiamo vivendo nel nostro tempo. Occorre, infatti, non solo conoscere il contenuto di ciò che è “nuovo” e di ciò che è “antico”, ma anche e soprattutto valorizzare la dialettica interna senza sminuire nessuno dei due poli, anzi esaltando la loro specifica qualità nel loro inscindibile legame.

Il contesto redazionale nel quale Gesù pronuncia questa espressione evangelica si riferisce al rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Egli non chiede di abolire, di azzerare il passato, di rigettare la parola antica, chiede solo di accogliere la sua potenza e la sua sapienza aprendosi alla sua piena realizzazione e al suo “compimento” (cfr. Mt 5,17). Anche il credente deve comportarsi come il padrone di casa che saggiamente non butta via nulla. Egli sa cosa possiede, conosce il valore delle cose antiche e apprezza la forza e la bellezza delle cose nuove. Di conseguenza si comporta seguendo il “vero imperativo categorico” della vita che non consiste nel creare una rottura violenta, ma nell’operare una trasfigurazione.

Nel corso della storia, è stato questo il percorso che ha guidato il cammino della Chiesa e dei suoi esponenti più avveduti. In riferimento al tema biblico, è nota la posizione ribadita in modo unanime dai grandi teologi, scrittori e Padri della Chiesa. Origene vede nelle “cose antiche” il senso letterale delle Scritture e nelle “cose nuove” il loro senso spirituale. La Parola è la stessa, ma l’uomo che la legge, cresce, cambia, matura, proprio come dirà Gregorio Magno: «La Scrittura cresce con chi la legge»[1].

Anche sant’Agostino ribadisce con chiarezza l’idea che nulla di ciò che è vero va perduto. Il passato fa parte integrante del tesoro, soprattutto se attraversato dalla luce di Cristo. Famoso è il suo detto: «Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet»; efficacissimo aforisma che si può tradurre: «Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo»[2]. Per il suo evidente valore espressivo e veritativo questa massima è stata ripresa dalla costituzione conciliare Dei Verbum, al numero 16. La memoria, nell’eternità, non scompare, viene solo guarita. Nulla è sprecato nel Regno dei cieli, né si riparte da zero. Al contrario si ricomincia sempre dalla verità. Così anche ciò che nel tempo presente appare solo un frammento, in seguito potrà svelare tutto il suo misterioso senso nascosto.

Questo rapporto dinamico e prolettico vale anche per la dottrina sociale della Chiesa, tema affrontato in questo libro da Oscar Sanguinetti, corredato anche da un saggio introduttivo di Marco Invernizzi. Il valore perenne di alcuni principi, che costituiscono il contenuto fondamentale della dottrina sociale della Chiesa, si avvale, nel corso del tempo, del suo sviluppo e del suo continuo arricchimento in modo da costituire un deposito di sapienza che permette di accompagnare il cammino della comunità cristiana, “estraendo dal suo tesoro”, al momento opportuno proprio come fa il saggio padrone di casa, le cose nuove senza tralasciare le cose antiche.

Occorre pertanto, specialmente in tempi di gran confusione come quelli che stiamo vivendo, mantenere sempre attivo il contatto personale con il patrimonio dottrinale, spirituale e sociale che la Chiesa ha raccolto e riordinato in questi venti secoli, perché in esso è disponibile una forza esistenziale ed una energia sapienziale che aiuta a vivere in pienezza, rispondendo a tutte le esigenze veramente umane, a quelle concrete come a quelle spirituali.

L’elezione di Papa Leone XIV, con il suo richiamo al Pontefice della Rerum novarum, ha segnato un deciso ritorno di interesse intorno alla dottrina sociale della Chiesa. Si comprende allora il valore del suo richiamo quando ha ricordato che se il suo illustre predecessore «affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale», oggi la Chiesa deve «rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro»[3].

Siamo infatti, davanti a una “policrisi”, che investe ogni campo della vita personale e comunitaria, assai più grave e virulenta di quella scoppiata in passato. Pertanto, nel discorso pronunciato il 7 maggio 2025 ai membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, il Papa ha messo in evidenza che, nel nostro tempo, c’è «un bisogno diffuso di giustizia, una domanda di paternità e di maternità, un profondo desiderio di spiritualità, soprattutto da parte dei giovani e degli emarginati, che non sempre trovano canali efficaci per esprimersi». A questa crescente domanda di dottrina sociale della Chiesa bisogna dare risposta.

La soluzione è stata illustrata chiaramente nell’omelia della Messa pro Ecclesia, richiamando il punto luminoso che è alla base della dottrina sociale della Chiesa: Gesù Cristo, unico Salvatore, centro della creazione e della redenzione, «modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità».

L’aggancio immediato di questa espressione è alla visione cristocentrica del Concilio Vaticano II, e, in particolare, della costituzione pastorale Gaudium et spes, nella quale si delinea una visione organica e prospettica circa la condizione umana, la creazione e la storia, centrata sulla figura di Gesù Cristo. Nei paragrafi 10, 22 e 45, infatti, il documento conciliare delinea un percorso teologico coerente, che procede dall’analisi della condizione esistenziale dell’uomo, alla rivelazione della sua vera natura, fino al compimento storico e cosmico della creazione in Cristo.

Il paragrafo 10 individua la condizione drammatica dell’uomo, soggetto alla fragilità, al peccato e alla mortalità. Da qui l’interrogativo fondamentale circa il senso della vita, della sofferenza e della storia. Senza il riferimento a Cristo, tali domande rimangono irrisolte, poiché l’uomo da solo non può pienamente comprendere la propria vocazione. Il paragrafo 22 sviluppa il principio cristologico, affermando che solo Cristo rivela pienamente l’uomo a sé stesso. In quanto Verbo incarnato, egli manifesta la verità sull’essere umano, indicando la sua vocazione ultima alla comunione con Dio. Infine, il paragrafo 45 presenta Cristo come centro e fine della storia, punto di convergenza delle aspirazioni umane, dello sviluppo culturale e della ricerca della verità. Nel loro insieme, questi tre paragrafi delineano un paradigma unitario: l’uomo realizza sé stesso in Cristo, la dignità umana si fonda nella sua rivelazione e la storia universale trova compimento in lui.

Da questo fondamento cristocentrico, discende la necessità di far conoscere gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. Per questo nel mese di giugno 2025, nel discoro pronunciato davanti ai vescovi italiani riuniti ad Assisi, il Papa li ha esortato con queste parole: «Abbiate cura che i fedeli laici, nutriti della Parola di Dio e formati nella dottrina sociale della Chiesa, siano protagonisti dell’evangelizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, negli ambienti sociali e culturali, nell’economia, nella politica».

L’insistenza della Chiesa circa la necessità di conoscere e proporre la dottrina sociale, non è una digressione dai suoi compiti principali, né la ricerca di qualche vantaggio né, tanto meno, un’indebita ingerenza nel campo della vita sociale. Semplicemente è rimanere fedele al suo compito fondamentale che è quello di evangelizzare e di permeare tutto il tessuto delle molteplici e svariate attività umane. È alla luce della rivelazione e del Vangelo che la Chiesa si pronuncia sulle problematiche sociali e politiche. Il dovere della formazione e dell’insegnamento della dottrina sociale si fonda sul dovere di evangelizzare.

In questa prospettiva, Leone XIV ha sottolineato che non bisogna avere paura della parola “dottrina”. I suoi sinonimi possono essere “scienza”, “disciplina”, o “sapere”. Dottrina non è altro se non una «accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale»[4].

Così intesa, ha proseguito Leone XIV, «ogni dottrina si riconosce frutto di ricerca e quindi di ipotesi, di voci, di avanzamenti e insuccessi, attraverso i quali cerca di trasmettere una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione». Sotto questo profilo, la parola dottrina «non equivale a un’opinione, ma a un cammino comune, corale e persino multidisciplinare verso la verità»[5]. D’altra parte bisogna riconoscere che una vera dottrina non è altro se non “un corpus dottrinale” che «permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi che ne derivano»[6].

Come indicato dal titolo del suo libro, Oscar Sanguinetti si mostra convinto che «dopo alcune sue (di Leone XIV) esternazioni immediatamente successive alla sua elezione al pontificato» (p. 68) il compito che spetta soprattutto ai laici sia quello di conoscere «la dottrina sociale della Chiesa nel terzo millennio». L’autore avverte che il suo libro non è «un trattato e neppure un manuale o una raccolta di schede da enciclopedia. È una semplice guida, un insieme di osservazioni pensato per aiutare chi voglia avvicinarsi all’affresco di società che la Chiesa cattolica – non da ieri – disegna» (p. 67).

Si tratta solo di “prolegomeni”, più propriamente una sorta di «appunti e spunti per una lettura “forte”».In questo caso, l’aggettivo “forte” non va inteso nel senso di monolitico e roccioso, ma in una forma resiliente e dinamica, capace cioè di superare ogni “deriva liquida”, mantenendo fermi alcuni principi basilari e, contemporaneamente, interrogandosi sulla concreta attuazione che essi devono assumere nelle mutate condizioni sociali e storiche.

Lo scopo fondamentale è di evidenziare i principi generali e perenni, quali: personalità, solidarietà, organicità o bene comune, partecipazione, proprietà privata e destinazione universale dei beni creati, libertà religiosa; principi che devono essere apprezzati nella loro unitarietà, connessione e articolazione. A ben vedere, si tratta dello stesso intento richiamato da Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus, pubblicata in occasione del centenario della Rerum novarum. In essa, egli proponeva di “guardare indietro”, di “guardare intorno” e di “guardare al futuro”, esaminando sia la tradizione della Chiesa sia le nuove sfide del mondo contemporaneo.

In definitiva, non si può non apprezzare l’obiettivo perseguito in questo libro da Oscar Sanguinetti, sostenuto anche dall’intervento di Marco Invernizzi. Soprattutto se si tiene conto che questa pubblicazione è la risposta immediata agli auspici formulati dai recenti interventi magisteriali di Leone XIV. Fin dall’inizio del suo pontificato, egli ha inteso non solo prospettare “cose nuove”, come il suo illustre predecessore, ma ha indicato la via maestra che ha sempre guidato l’azione evangelizzatrice e sociale della Chiesa, quella cioè di tenere insieme “cose nuove e cose antiche», come richiesto dall’assioma evangelico.

+ Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca


[1] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele I, 7, 8.

[2] Agostino, Quaestiones in Heptateucum, 2, 73.

[3] Leone XIV, Discorso al Collegio cardinalizio, 10 maggio 2025.

[4] Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 41.

[5] Leone XIV, Udienza ai membri della Fondazione “Centesimus Annus Pro Pontifice”, 17 maggio 2025.

[6] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 5.

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