Omelia nella Messa dell’Ascensione
Parrocchia san Nicola Magno, Salve 17 maggio 2026.
Cari fratelli e sorelle
l’omelia di ieri sulla fiducia in Santa Teresa del Bambin Gesù nasce quasi spontaneamente dal cuore del suo messaggio più profondo: la “piccola via”, una strada semplice e luminosa che il Vangelo rende possibile a tutti. Non si tratta di una scorciatoia spirituale, ma di un cammino di abbandono totale a Dio attraverso la fiducia. È questo il cuore pulsante della “piccola via”. Teresa si affida totalmente all’amore misericordioso di Dio, come un bambino che si lascia portare. Non si appoggia ai propri meriti, ma alla bontà del Padre. Questo non significa superficialità, ma un abbandono profondo e consapevole: è proprio perché sono piccolo che posso fidarmi completamente.
Spesso pensiamo che la santità sia riservata a chi compie opere straordinarie, a chi possiede talenti eccezionali o vive esperienze mistiche altissime. Teresa invece insegna qualcosa di disarmante: Dio non guarda anzitutto la grandezza delle opere, ma la grandezza dell’amore con cui vengono compiute.
La piccola via
La sua “piccola via” nasce da una certezza: siamo piccoli, fragili, limitati, ma proprio per questo possiamo abbandonarci totalmente nelle braccia del Padre. Come un bambino si fida della madre senza paura, così il cristiano è chiamato a vivere nella fiducia. La “piccola via” non è mediocrità spirituale. È eroismo nascosto. È scegliere l’amore quando nessuno applaude. È continuare a fidarsi anche nel buio. È credere che la grazia di Dio opera nella debolezza.
Teresa non ha cambiato il mondo con imprese rumorose, ma lasciando che l’amore di Dio abitasse ogni dettaglio della sua giornata: un sorriso dato quando costava fatica, una parola gentile, un sacrificio nascosto, la pazienza nelle contraddizioni, la fedeltà nelle cose semplici. Ed è qui che la sua testimonianza tocca anche noi. Perché la nostra vita è fatta soprattutto di piccole cose: la famiglia, il lavoro, la stanchezza, le relazioni quotidiane, le prove silenziose che nessuno vede. La tentazione è credere che queste cose abbiano poco valore spirituale. Teresa invece ci dice che proprio lì si trova la porta del Cielo. Non dobbiamo aspettare occasioni straordinarie per amare Dio: possiamo amarlo adesso, nella concretezza della vita ordinaria.
Questa spiritualità è conosciuta anche come la via dell’infanzia spirituale. Tutti possono seguirla, in qualunque stato di vita, in ogni momento dell’esistenza. È la via che il Padre celeste rivela ai piccoli (cfr. Mt 11,25). Teresina racconta la scoperta della piccola via nella Storia di un’anima: «Nonostante la mia piccolezza, posso aspirare alla santità. Farmi diversa da quel che sono, più grande, mi è impossibile: mi devo sopportare per quello che sono con tutte le mie imperfezioni; ma voglio cercare il modo di andare in Cielo per una piccola via bella dritta, molto corta, una piccola via tutta nuova»[1].
La “piccola via” vuol dire fare piccoli gesti con grande amore, e soprattutto lasciarsi portare nelle piccole e grandi cose della vita. Anche la fragilità diventa luogo di incontro con Dio, se viene affidata. In questo senso, la sua “piccola via” è profondamente evangelica: non elimina la croce, ma la rende abitabile; non cancella la fatica, ma la riempie di presenza. La fiducia diventa allora una forma di libertà: non devo più dimostrare il mio valore davanti a Dio, perché sono già amato.
La spiritualità della “piccola via” rappresenta una delle sintesi più profonde e accessibili della vita cristiana. Non è una teoria spirituale complessa, ma uno stile concreto di relazione con Dio, fondato su tre pilastri: piccolezza, fiducia e amore.
Al centro della “piccola via” c’è la fiducia, l’idea cioè che la santità non si raggiunge attraverso imprese straordinarie o eroismi visibili, ma attraverso la fedeltà nelle cose semplici vissute con amore. Teresa rifiuta l’idea di una scalata spirituale riservata a pochi “forti” e propone invece un cammino per tutti: un sentiero fatto di piccoli passi, ma profondamente autentici. La sua intuizione nasce da una consapevolezza molto realistica della natura umana: da soli non possiamo salvarci, né diventare perfetti con le nostre sole forze. Questa fragilità, invece di essere un ostacolo, diventa il punto di partenza. Nella piccolezza non c’è disperazione, ma spazio per Dio.
Un altro elemento fondamentale è la valorizzazione delle piccole cose. Tutto, nella vita quotidiana, può diventare occasione di amore: una parola detta con pazienza, un gesto di servizio nascosto, una sofferenza accolta senza ribellione. Nulla è troppo piccolo per essere vissuto con Dio, e nulla è insignificante se fatto con amore.
La “piccola via” richiede anche una libertà interiore: liberazione dall’ansia della prestazione, dal dover essere perfetti, dal confronto con gli altri, dalla necessità di apparire spiritualmente forti. Teresa insegna che la vera grandezza non consiste nel riempire la propria vita di successi, ma nel lasciarsi riempire da Dio.
Infine, questa spiritualità è profondamente evangelica: riprende le parole di Gesù quando invita a diventare come bambini per entrare nel Regno dei cieli. Non è un abbassamento della vita cristiana, ma il suo ritorno al nucleo essenziale: l’amore che si fida.
La “piccola via” resta, ancora oggi, una proposta sorprendentemente attuale: in un mondo che misura il valore sulle prestazioni, Teresa ricorda che la santità si misura sull’amore, e che anche un cuore piccolo, se si abbandona a Dio, può diventare immenso.
La pioggia di rose
La trasformazione che avvenne in lei le permise di passare al sogno di continuare in cielo la sua missione di amare Gesù e di farlo amare. In questo senso, in una delle ultime lettere scrisse: «Conto proprio di non restare inattiva in Cielo: il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime»[2]. E in quegli stessi giorni, in modo più diretto, disse: «Il mio Cielo trascorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra»[3]. Aveva la piena fiducia di essere dono totale agli altri. «Penso a tutto il bene che potrò fare dopo la mia morte»[4]. «Il buon Dio non mi darebbe questo desiderio di fare del bene sulla terra dopo la morte, se non volesse realizzarlo»[5]. «Sarà come una pioggia di rose»[6].
Teresa non parlava soltanto di grazie straordinarie o di miracoli visibili. Le “rose” di Teresa sono i segni della tenerezza di Dio: consolazioni inattese, pace nel dolore, forza nella prova, luce nelle decisioni, piccoli segni di amore che arrivano proprio quando il cuore ne ha bisogno. Aveva scoperto che in Paradiso non si smette di amare. Anzi, l’amore diventa ancora più forte, più libero, più vicino a chi soffre. Per questo la sua missione continua anche dopo la sua morte: accompagnare le anime verso Dio con delicatezza e semplicità. Per questo promette una pioggia di rose. La rosa non ferisce, profuma. Non impone, si offre. Così agisce Dio nella nostra vita: non con clamore, ma con dolcezza.
Quante volte anche noi chiediamo segni straordinari, mentre il Signore ci visita nelle piccole rose quotidiane: una parola che arriva al momento giusto, un incontro inatteso, una pace improvvisa nella preghiera, una porta che si apre, una speranza che rinasce quando tutto sembrava spento. La spiritualità di Teresa ci insegna ad avere occhi semplici per riconoscere questi doni. Chi ama davvero sa vedere le rose che Dio sparge lungo il cammino. Teresa non vuole soltanto “mandarci” rose; vuole che anche noi diventiamo rose per gli altri. Nel mondo di oggi, spesso duro e freddo, i santi ci ricordano che la santità ha il profumo della misericordia.
[1] Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere Complete. Scritti e ultime parole, Manoscritto “C”, 2vº: 235.
[2] EAD, Lettere 254, A padre A. Roulland (14 luglio 1897): 593.
[3] EAD, Quaderno giallo di Madre Agnese, 17 luglio 1897: 1028.
[4] Ibid., 13 luglio 1897, 17: 1020.
[5] Ibid., 18 luglio 1897, 1: 1028.
[6] EAD, Ultimi Colloqui, 9 giugno 1897: 1158; Quaderno giallo di Madre Agnese, 9 giugno 1897, 3: 991.
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