Omelia nella Messa esequiale di Lavinia Pezzella
Basilica-Santuario S. Maria de finibus terrae, 23 giugno 2026.
Cari genitori, Elisa e Alessio,
abbiamo tutti il cuore ferito, davanti a un dolore che sembra troppo grande per essere compreso.
È il dolore di voi genitori e dei vostri familiari, il dolore della comunità dell’asilo nido “San Giuseppe”, il dolore dell’intera cittadinanza.
La morte di Lavinia, di appena quattro mesi, ci lascia senza parole. Il linguaggio non riesce a contenere un dolore così grande. Il silenzio diventa una forma di rispetto, un modo dignitoso di stare davanti a ciò che appare incomprensibile. Questo silenzio non è solo tristezza; è sgomento, impotenza, incredulità. La morte di Lavinia, infatti, rimane un mistero che pesa e pone una domanda spontanea: perché così presto?
Lavinia è stata tra noi per un tempo breve, anzi brevissimo: come la fragile luce di un’alba, la leggerezza di una stella appena nata, il canto appena accennato, il primo fiore di primavera, una melodia interrotta troppo presto. Non ha imparato a camminare sulla terra, ma ha lasciato impronte profonde nei cuori di chi l’ha amata.
Il tempo le ha concesso solo pochi mesi, l’amore le ha aperto la porta dell’eternità. Ci sono vite che non si valutano dalla durata degli anni, ma dalla profondità dell’amore che lasciano. In questo breve tempo, Lavinia ha insegnato tanto: il valore della tenerezza, la necessità della cura, la forza della speranza, la bellezza fragile dell’esistenza.
La sua luce ha brillato per poco davanti ai nostri occhi, ma non si è spenta del tutto: è stata raccolta dallo splendore luminoso della maestà di Dio. In lui, nulla va perduto. Nel Vangelo, Gesù dice: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14). Oggi questa parola si è compiuta. Evocata davanti alla morte di Lavinia, la frase evangelica assume un significato ancora più intenso: non come spiegazione del dolore, ma come gesto di affidamento. Sembra voler dire che la vita della piccola Lavinia, per quanto breve, non è stata perduta nel nulla, ma è stata accolta da Dio.
Ci sembra anche di ascoltare le parole che Gesù rivolse ai suoi contemporanei di fronte alla morte della figlia di Giairo. La casa era piena di pianto, di rumore, di disperazione. Tutti vedevano la fine ed erano certi che ormai non ci fosse più nulla da fare. Gesù entrò nella stanza dove era la fanciulla e pronunciò parole che, ancora oggi, sembrano scandalose: «Non piangete: la bambina non è morta, ma dorme» (Lc8,52).
La parola “sonno”, usata da Gesù, è immagine della morte. Davanti a Dio la morte non è un evento definitivo. Lui ha il potere di risvegliare alla vita. E così Gesù prende per mano la fanciulla e le dice: «Fanciulla, àlzati! ». La vita ritornò in lei e si alzò all’istante (Lc 8, 54-55). Gesù compie un gesto concreto: Dio non salva da lontano, entra nel nostro dolore, tocca la nostra fragilità, prende per mano ciò che è decaduto. Questa parola di Gesù, oggi, è rivolta a noi. Il Signore sembra dirci: àlzati dal dolore; àlzati dalla paura; àlzati dalla rassegnazione. Ogni notte può diventare alba, ogni sonno può aprirsi al risveglio, ogni morte può tramutarsi in una nuova vita. Dove arriva Cristo risorto, la fine non è mai davvero la conclusione di tutto.
Così, pur di fronte a un mistero insondabile e, per certi versi, difficile da accettare, la certezza della fede ci consola e ci ricorda la cura e la vicinanza di Dio anche nei momenti più estremi. Crediamo che Cristo abbia preso tra le sue braccia Lavinia con la stessa dolcezza con cui l’avete abbracciata voi genitori. Siamo certi che anche la Vergine di Leuca le avrà manifestato la sua materna protezione. E come ha benedetto il vostro amore quando avete celebrato il vostro matrimonio in questa Basilica a lei dedicata, così avrà stretto Lavinia tra le sue braccia con lo stesso affetto e la stessa dolcezza con cui stringe suo Figlio Gesu. Lavinia è vostra figlia, ma ora è anche figlia prediletta della Vergine de finibus terrae. Noi restiamo qui, sulla riva del tempo, con le mani vuote e il cuore ferito. Ma lei, presa per mano dalla Madonna, è già sull’altra riva, quella che non conosce più lacrime, né dolore, né morte.
Cari Elisa e Alessio e cari familiari, sappiamo bene che nessuna parola può sanare la vostra ferita. Il vostro pianto è sacro, e Dio lo accoglie. Vi chiedete quale senso abbia avuto una vita così breve. Nella logica di Dio, nessuna vita è inutile, nessun amore è sprecato. Anche un piccolo passaggio sulla terra può lasciare un’impronta indelebile.
Dio vi ha affidato questo piccolo germoglio e ora lo ha trapiantato nel suo giardino. E se oggi il vostro cuore conosce l’inverno della perdita, la fede testimonia che in Dio nulla muore per sempre: tutto rifiorisce. Davanti a Dio nessun canto resta sospeso. Egli porta a compimento ciò che a noi sembra definitivamente infranto.
Oggi non celebriamo un addio. Celebriamo, invece, una consegna: riconsegniamo a Dio ciò che da lui è venuto. Certo lo facciamo con dolore, ma anche con fiducia. In questa liturgia eucaristica celebriamo il mistero pasquale di Cristo: la sua morte e la sua risurrezione. Ed è lì che troviamo la nostra speranza. Perché se Cristo è risorto, anche Lavinia vive. Vive nella pace, nella luce, nell’abbraccio di Dio Padre, che è ricco di misericordia e di amore.
L’amore che vi lega a lei non si è spezzato; è solo cambiato. Ora è un legame affidato al cielo. Nel mistero della comunione dei santi, Lavinia è già per noi una presenza luminosa: non più da stringere tra le braccia, ma da custodire nel cuore; non più sorridente davanti ai nostri occhi, ma presente nella nostra preghiera. Mentre la terra riceve oggi questo piccolo corpo come seme, il cielo già lo custodisce, lo fa rinascere e lo trasforma in aurora di vita eterna.
Ora Lavinia ha raggiunto altri bambini, morti anch’essi in tenera età. Per intercessione della Vergine Maria, il Signore ha certamente riservato a loro un posto particolare in paradiso. Le parole pronunciate da Gesù quando era su questa terra («Lasciate che i bambini vengano a me», Mc 10,14), valgono ancora di più ora che egli è asceso al cielo. Possiamo pensare che il Signore li ha raccolti tutti in un una stanza vicino al suo trono, così da poter dedicare loro molto tempo. Osiamo anche pensare che egli ami giocare con loro, come facevate voi genitori e come facevano le educatrici dell’asilo “San Giuseppe” di Leuca. In quella stanza del paradiso, una sorta di “asilo celeste”, essi sono al sicuro: cantano, giocano e pregano.
Sono certo che Lavinia avrà incontrato Manuel Foderà, un ragazzo siciliano morto all’età di 9 anni per un tumore manifestatosi quando aveva quattro anni. Di lui, in questo mese di giugno, inizierà a Trapani la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione. Nella sua giovane età, Manuel ha vissuto con grande fede la sua terribile malattia dando coraggio a tutti. Per questo lui stesso si definiva “piccolo guerriero della luce”. Credo che Lavina avrà imparato da lui a pronunciare le parole della sua preghiera: «I miei occhi vedono cose che gli altri non vedono, perché nel buio della mia vita, per alcuni vuota e insignificante, io vivo cose bellissime».
Chiediamo al Signore che Lavinia interceda per noi. Chi vive in Dio non si allontana da noi, ma resta più vicino di prima, anche se in un modo nuovo. La morte non spezza i legami d’amore. Come un piccolo angelo, Lavinia custodisce dal cielo il vostro amore. E il Signore, che è risurrezione e vita, trasformi il vostro e il nostro pianto in attesa, converta il vuoto in speranza, sublimi l’amore in memoria viva.
clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca

