Articolo in “Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce”, 24 dicembre 2025, pp. 1 e 9

In un recente e breve scritto dal titolo “Postilla filosofica”, in evidente assonanza con l’opera di Kierkegaard Postilla conclusiva non scientifica”, il prof. Mario Carparelli spiega il significato del Natale dal punto di vista laico. Dopo aver richiamato i nomi di sant’Agostino, Kierkegaard, Nietzsche, Ricoeur, si sofferma su Hannah Arendt mettendo in luce il valore del suo pensiero in opposizione a quello di Martin Heidegger. Questi, infatti, afferma che l’essere umano, il Dasein, è essenzialmente essere-per-la-morte (Sein zum Tode). La coscienza della propria fine è ciò che rende l’esistenza autentica. L’essere umano diventa autentico quando riconosce la propria morte non come un evento futuro, ma come la possibilità costitutiva che dà significato a tutte le azioni e scelte dell’individuo. 

Per Hannah Arendt, invece, la caratteristica distintiva degli esseri umani è la natalità, cioè il fatto di essere nati come nuovi inizi. Vale la pena di precisare che la filosofa tedesca, naturalizzata statunitense, non usa il termine “nascita”, ma quello di “natalità” (Natalität), per indicare non il semplice fatto biologico, ma la capacità di rompere la stabilità del mondo e mettere in evidenza l’attitudine a ricominciare. Certo, la mortalità e la finitezza sono realtà ineliminabili, ma non sono il principio costitutivo dell’agire politico che, invece, deriva dalla capacità di cominciare, cioè dalla natalità.

            Partendo da questa prospettiva, il prof. Mario Carparelli afferma la visione laica del Natale. A suo giudizio, «il Natale parla dell’umano. Parla del valore della fragilità, del bisogno di relazione, della capacità di rinascere. Parla della dignità che abita ogni volto, del legame che ci tiene uniti, della speranza che nonostante tutto continua a cercare spazio. Per alcuni il filo conduce a Dio. Per altri conduce semplicemente all’uomo. Ma in entrambi i casi il messaggio rimane sorprendentemente vicino: la luce non viene dall’alto come un lampo che impone, ma dal basso come un gesto che invita».

            Il sottofondo di questo ragionamento ha un’evidente derivazione cristiana. Occorre però chiarire due proposizioni del prof. Carparelli. L’affermazione «il Natale parla dell’umano», dovrebbe essere precisata nel seguente modo: «il Natale parla di Dio che diventa uomo». Nel primo caso, infatti, tutto si risolve nell’esaltazione del valore dell’uomo, nel secondo caso, invece, si sottolinea che il valore dell’umano si radica, si illumina e prende forza perché si fonda sulla rocciosa eternità e infinità di Dio. Se “la nascita dell’uomo” ha già una grande importanza, molto più valore ha “la nascita umana di Dio”. 

In questa prospettiva, acquistano uno straordinario significato le virtù dell’umiltà, della fragilità e della relazione. Si tratta infatti di virtù divine, prima che di caratteristiche umane. Ed è proprio la dimensione divina a far risplendere le qualità umane di una luce senza pari. In tal modo, la conclusione a cui giunge il prof. Carparelli diventa di una solare verità: «Il nuovo comincia sempre così: con qualcosa di piccolo, con qualcosa che nasce, con un’attenzione che si apre». Ma cosa c’è di più piccolo di un Dio che diventa veramente uomo? Dell’Infinito che si fa finito? Dell’Immenso che si racchiude in un corpo mortale? Dell’Eterno che si immette nel flusso sempre cangiante e disordinato della Storia? Se già l’uomo appare un “piccolo atomo” di fronte all’Universo cosa dovremo dire di Dio, Creatore e Signore dell’Universo, che facendosi uomo si è umiliato diventando più piccolo di qualunque altra realtà del mondo? Non è questo il vero «piccolo miracolo del tempo»? 

La seconda proposizione del prof. Carparelli recita: «La luce non viene dall’alto come un lampo che impone, ma dal basso come un gesto che invita». Il senso laico di questa frase si dovrebbe cambiare nella seguente espressione cristiana: «La luce viene dall’alto e illumina la terra. Conseguentemente la luce che sale dalla terra non è altro se non il riflesso della luce che scende dall’alto». In altri termini, come senza la luce del sole la terra rimane al buio, cosi senza la luce di Dio l’uomo rimane nelle tenebre. Solo la luce che sta in alto illumina l’intero, quella che sta in basso rischiara in modo opaco e parziale.   

Pertanto, la luce che viene dall’alto non è oppressiva, ma rivelativa. Non impone nulla. Semplicemente permette di vedere in profondità, di guardare in lontananza, di penetrare il mistero, di presagire ciò che è oltre. Proprio come diceva Hannah Arendt contro Martin Heidegger: «Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati […]. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi”» [1].

Solo il miracolo del Natale, cioè del Verbo eterno che viene nel tempo, è la novità assoluta e perenne del mondo, l’unica che salva l’uomo «dalla sua normale, ‘naturale rovina’». La bellezza divino-umana del mistero dell’incarnazione del Verbo e della nascita di Gesù Cristo qualifica ogni azione dell’uomo come un gesto che invita e non come una minaccia che atterrisce; una possibilità per stringere un rapporto di amicizia e non per sprigionare odio; un segno di pace e non un sinistro avvertimento di guerra. Il Natale di Gesù dona all’uomo, gratuitamente e senza alcuna imposizione, un fondamento e un senso alla vita e offre l’orientamento e la destinazione ultima ed eterna all’esistenza terrena. Facendosi infinitamente piccolo, il Verbo eterno rende l’uomo mortale infinitamente grande.


[1] H. Arendt, Vita activaLa condizione umana, RCS libri, Milano 2011, V, 34, p. 191.

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