Omelia nella Messa della solennità di san Vincenzo, patrono della città di Ugento e della Diocesi, Chiesa Cattedrale, Ugento, 22 gennaio 2026. 

Egregi Sindaci e gentilissime Autorità civile e militari, 
cari sacerdoti, diaconi, consacrati e fedeli laici,
la festa odierna ci invita a ritrovarci insieme, come comunità ecclesiale e civile per onorare il nostro patrono san Vincenzo, ed imparare da lui a vivere nel mondo con coraggio e audacia, fiducia e speranza nelle molteplici contraddizioni del nostro tempo.

Le fonti storiche tacciono sull’origine del culto di san Vincenzo e della sua elevazione a patrono della città e della diocesi, la cui esistenza è attestata fin dalla fine del XII secolo d.C. La prima testimonianza documentale del legame tra san Vincenzo e la nostra città di Ugento si rinviene nel Codice greco Vallicelliano, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. In essa, si legge che il 20 settembre 1292, un certo Giovanni, della chiesa di S. Parasceve, fu ordinato prete nella «chiesa di san Vincenzo di Ugento, nel sabato delle quattro tempora». Dalle Visite ad Limina del XVII secolo si apprende che il 22 gennaio, festa di S. Vincenzo, tutti i preti della diocesi erano tenuti a recarsi presso la Cattedrale per esprimere la loro riverenza ed obbedienza al vescovo. Con la mia venuta, questa tradizione si è arricchita con la partecipazione al solenne pontificale del 22 gennaio dei Sindaci insieme alle amministrazioni comunali delle municipalità presenti sul territorio diocesano. Il legame tra le istituzioni, rafforzato dall’impegno per il bene comune, manifesta in modo tangibile la vicinanza ai problemi che quotidianamente assillano le nostre comunità e il desiderio di unire gli sforzi per la loro soluzione. La festa di quest’anno si colloca dopo la conclusione del Giubileo della speranza. Avvertiamo ancora il fascino di questo anno di grazia e confermiamo il proposito di continuare a interrogarci sul valore della virtù della speranza nel nostro tempo.  

La speranza intravede l’invisibile 

Abbiamo compreso che l’oggetto della speranza è sottratto al potere di chi spera, non gli è disponibile. La speranza non spera ciò che è razionalmente pre-vedibile, ma suppone un’assenza e un ignoto, un non possedere e un non sapere. La speranza è umile e povera. Essa suppone un non vedere. Nella Lettera ai Romani san Paolo afferma: «Ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8, 24-25).

Come vede la speranza? È luce che vede nella notte o almeno solo all’inizio delle luci dell’alba. Il giorno si annuncia, ma non è ancora visibile. Lo si intravede e lo si aspetta, ma occorre che il tempo scorra perché la luce diventi piena e illumini tutto l’orizzonte. La speranza è una luce aurorale, non ancora la luce meridiana. È una luce incipiente carica di fiducia accompagnata dalla perseveranza. Ed è proprio la fiducia insistente a tenere fisso lo sguardo sul piccolo raggio di luce che appare all’orizzonte a lasciare intravedere quello che ancora non si vede. La luce del giorno è accecante, la luce dell’alba è penetrante. La luce del giorno ti travolge, quasi ti cancella gli occhi. Quella dell’alba invece entra piano, ma va a fondo. Non abbaglia, incide. Non chiede spazio, lo attraversa. Scivola tra le cose ancora incompiute, trova i bordi, li rende veri. È una promessa senza voce, un taglio lieve nel buio che non fa male ma resta. Il giorno urla la sua presenza, l’alba invece sa aspettare. Come Mosè che lasciò l’Egitto e senza paura e con saldezza fece il suo cammino «come se vedesse l’invisibile» («invisibilem tamquam videns, Eb 11,27)[1]

Ma che significa vedere l’invisibile? Non è aprire gli occhi, ma restare fermi mentre qualcosa ci attraversa. L’invisibile odora di notte e di promesse non dette. È già dentro, silenzioso, come una verità che non hai chiamato, ma che ti riconosce. Vedere l’invisibile è la specifica esperienza cristiana. A differenza di tutte le altre religioni, il cristianesimo afferma che, in Cristo, Dio stesso si è manifestato. La speranza fondata sulla fede vede. Penetra il mistero di Dio e orienta il cammino dell’uomo. Non è un salto nel vuoto o una luce soggettiva, ma una luce che possiede il carattere singolare di penetrare nel mistero e di scorgere i segni che si annunciano in lontananza. La fede, infatti, è la sintesi tra l’udire e il vedere; una sintesi resa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta e nel quale si pone tutta la propria fiducia e speranza. 

Gabriel Marcel parla di una visione velata: «Non si può certo dire – egli afferma – che la speranza veda ciò che sarà; ma essa afferma come se vedesse; si direbbe ch’essa attinga la sua autorità da una forma di visione velata, ascosa, della quale non può godere, ma su cui può fare assegnamento»[2]. Una visione su cui si può fare assegnamento è quella fondata sulla memoria, e quella di cui non si può godere è quella del futuro che ancora ci sfugge. Forse questa visione velata è quella dell’occhio che piange, dell’occhio velato dalle lacrime: vede la morte e invoca la resurrezione. Vede il dolore e anela la sua redenzione. Ricorda la sofferenza e opera in modo da non ripeterla. 

Gli occhi velati dalle lacrime vanno al di là del vedere e del sapere e ci avvicinano all’essenza delle cose: alla verità, almeno a quella del dolore e della speranza. Ora, tutto questo ha un sorprendente riscontro biblico. È l’Apocalisse che ce lo mostra: l’Apocalisse spera l’insperabile, spera la morte della morte, la fine del peccato e del male, spera un Dio che asciugherà le lacrime da tutti i volti. Questa immagine della salvezza è l’equivalente su scala universale della beatitudine evangelica: «Beati gli afflitti perché saranno consolati» (Mt 5,4; cfr. Lc 6,21: «Beati voi che ora piangete, perché riderete»). Un mondo simile è sperato da chi soffre, dalle vittime della storia, non da chi è soddisfatto. La speranza cristiana è sempre la speranza dei poveri e perciò stesso la loro beatitudine. Essa vede con l’occhio della compassione: vede il dolore del mondo e crede nella redenzione.

Il discorso di Papa Leone XIV ai sindaci italiani 

Alla virtù della speranza ha fatto riferimento Leone XIV nel recente discoro ai sindaci[3]. A conclusione ha lanciato questo monito: «Sia davanti alle difficoltà sia rispetto alle occasioni di sviluppo, vi esorto a diventare maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza sociale per la speranza». Occorre, infatti, non solo una speranza personale, ma una speranza sociale. Una speranza che è di tutti e che sostiene tutti. Una speranza che sa tenere insieme l’umanità e sa guidarla su cammini impervi e difficili. Homo viator, spe erectus, recita un antico adagio: l’uomo che spera cammina in piedi; la speranza gli indica la via, lo guida, lo orienta nel cammino e lo situa nella posizione eretta propria dell’uomo. 

In seguito, dopo aver richiamato l’esempio di Giorgio La Pira e don Primo Mazzolari, Papa Leone ha tracciato un quadro dell’attuale situazione sociale e ha invitato i sindaci a considerare i volti concreti delle persone: «La crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non vi lasciano indifferenti. Mentre cercate di dare risposte, voi sapete bene che le nostre città non sono luoghi anonimi, ma volti e storie da custodire come tesori preziosi. In questo lavoro, si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili».

Con sguardo lucido e disincantato, il Papa ha richiamato le molteplici piaghe che affliggono i territori urbani. «Le nostre città – ha sottolineato – conoscono purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere affrontate. Vorrei richiamare l’attenzione, in particolare, sulla piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie. Le statistiche ne registrano in Italia un forte aumento negli ultimi anni. Come sottolinea Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema educativo, di salute mentale e di fiducia sociale. Non possiamo dimenticare anche altre forme di solitudine di cui soffrono molte persone: disturbi psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale. Sono segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza».

Mi piace ricordare che all’incontro con il Papa ha partecipato anche il sindaco di Miggiano l’avvocato Michele Sperti. Egli si è poi premurato di scrivere un articolo sul Quotidiano di Lecce, nel quale ha messo in rilevo il punto centrale del discorso pontificio: il «valore dell’ascolto come dinamica sociale e politica. Ascoltare non è un gesto accessorio, ma una vera e propria forma di governo. È attraverso l’ascolto che si alimentano l’umiltà, l’onestà e la condivisione, virtù indispensabili per chi amministra. Senza questa disposizione, le istituzioni rischiano di allontanarsi dalla vita reale, perdendo progressivamente credibilità e fiducia»[4]

«Un passaggio particolarmente significativo – ha sottolineato Sperti – ha riguardato la qualità della democrazia. Senza l’attenzione verso i più piccoli, i poveri, gli esclusi, la democrazia si indebolisce, diventa formale, perde il suo radicamento nella vita quotidiana delle persone. È un monito che riguarda direttamente l’amministrazione locale, primo presidio istituzionale della convivenza civile. Essere sindaci significa allora lavorare ogni giorno per una democrazia incarnata, capace di includere e di dare voce anche a chi fatica a farsi sentire».

Infine, Sperti ha sottolineato che in questa prospettiva colpisce «l’idea di un’amministrazione che non si limiti a costruire infrastrutture, ma che contribuisca a costruire una “maniera di vivere insieme”. Le città crescono davvero quando crescono le persone che le abitano: quando si valorizzano i talenti, quando si investe nella cultura, quando si crea uno spazio in cui ciascuno possa sentirsi parte di un destino comune».

In conclusione, secondo il sindaco di Miggiano, il mandato morale del Papa è stato il seguente: «Amministrare con competenza, certo, ma anche con cuore; decidere con responsabilità, senza dimenticare la fragilità; progettare il futuro senza perdere il contatto con la vita quotidiana delle persone. In tempi complessi come quelli che viviamo, questo richiamo rappresenta una forza e un motivo in più per continuare a servire le nostre comunità con rinnovato impegno. Perché, come ci è stato ricordato, governare una città significa anzitutto custodire la speranza di chi la abita».

L’intervista del Questore di Lecce Giampiero Lionetti

Al tema della speranza e della fiducia nelle persone e nelle istituzioni ha fatto riferimento anche il Questore di Lecce, Giampiero Lionetti, nell’intervista di inizio d’anno. In essa egli ha preso in esame diversi aspetti[5]. Innanzitutto, si è soffermato sul fenomeno della droga evidenziando che questo problema riguarda giovani e adulti e non risparmia persino alcuni rappresentanti delle istituzioni. Si tratta del «male assoluto che porta solo guai e che bisogna contrastare: è diventato un mercato complementare a quello turistico: c’è chi lo alimenta, come hanno dimostrato alcuni episodi nel territorio di Gallipoli. Innegabile l’aumento del consumo di droga, ma bisogna continuare a insistere con questa battaglia, coinvolgendo i giovani assuntori più ostinati». Infatti «l’aumento della violenza fra giovanissimi, spesso minori, credo sia legata a doppio filo con il consumo di stupefacenti di cui parlavamo. Tutte le istituzioni, ormai da anni, stanno facendo un complesso lavoro nelle scuole: è l’unica strada da seguire, una costante attività di confronto con le fasce giovanili e non solo e, quando serve, repressione. Non esiste una soluzione immediata, radicale, ma ci occorrerà costanza per poter vedere dei risultati negli anni futuri».

In secondo luogo, il Questore ha sottolineato che occorre sviluppare maggiormente la sensibilizzazione di tutti verso la legalità e l’ordine pubblico. Ha ricordato, infatti, che «c’è un complesso lavoro di ordine pubblico […]. Sono oltre 200 i controlli straordinari “ad alto impatto” nelle ultime settimane, per cercare di arginare il pericolo di risvolti negativi durante le manifestazioni, come avvenuto coi ProPal o altre iniziative degli antagonisti a Torino, Bologna o Roma. Seppure in dimensioni più ridotte, qui gli eventi si sono sì svolti, ma senza ripercussioni».

Inoltre egli ha messo in rilevo il fenomeno degli incendi notturni d’auto. «Questi danneggiamenti col fuoco – ha spiegato – non sono legati alla criminalità organizzata, bensì a una modalità di “vendetta” da parte di alcuni cittadini, per motivazioni a volte davvero futili. Ritengo che questo territorio tanto evoluto, porti con sé ancora scorie del passato, che sono rimaste lì. Alcuni tipi di intimidazione sono diminuiti e lo dimostrano i numeri. Ma la cultura del passato a volte ritorna e l’atteggiamento finisce per restare inalterato. È vero che esiste la prevenzione, ma non è pensabile ottenere dei risultati immediati. Un maggiore controllo dei luoghi, attraverso le tecnologie, videocamere in primis, è la via. Sarebbe utile avere il sostegno dei cittadini che, se in altri casi collaborano, in occasione di roghi si espongono poco. Anche in questi casi punto al confronto con le istituzioni, con la comunità, con chi fa impresa. Con le segnalazioni di eventuali situazioni di disagio».

In ultimo, il Questore ha fatto riferimento alla questione dei maltrattamenti fra le mura domestiche. Il territorio salentino è riuscito a infliggere pesanti colpi alla criminalità organizzata, ma in questi anni ha visto un incremento della violenza di genere. «La Puglia degli anni Novanta – ha precisato il Questore – ha visto una criminalità organizzata tra rapine, contrabbando, traffico di armi e omicidi dove lo Stato ha preso una posizione. E che oggi vede fortunatamente quelle organizzazioni criminali con una capacità offensiva più bassa, combattute con leggi speciali, codici penali, metodi operativi che ancora ci invidiano all’estero, magistrati e forze dell’ordine. Per contrastare la violenza di genere, invece, èdifficile fare prevenzione: possiamo soltanto provare a incidere sulla cultura con un lavoro costante e capillare, provare a seminare la cultura del rispetto per gli altri e per la donna con la gradualità di ogni giorno».

In un articolo apparso sul “La Gazzetta del Mezzogiorno”, il sindaco di Tiggiano, dott. Giacomo Cazzato, ha richiamato i compiti che attendono la nuova amministrazione regionale. A suo parere, il nuovo presidente regionale, Antonio Decaro, «conosce bene la sfida che lo attende e conosce soprattutto i punti deboli degli ultimi anni di governo regionale, primo tra tutti il sistema sanitario in estremo affanno, il ciclo dei rifiuti, il trasporto pubblico, il trasformismo e l’illusione che usare ogni mezzo per raggiungere un fine, alla lunga, possa essere vincente»[6]

Continuando nell’analisi, il Sindaco ha rilevato che, dopo il primo mandato di Vendola, con il tempo, «le agenzie sono state usate spesso come strumento di compensazione per integrare pezzi di ceto politico con consulenze ed incarichi». In riferimento al Sud Salento, egli ha ribadito che «dopo la scomparsa di due grandi attori politici, quali Ernesto Abaterusso e Donato Metallo, questo territorio periferico con la sua classe dirigente è rimasto impotente e lontano dalle leve del potere regionale, certamente per cause incidentali, si è ritrovato sprovvisto di quella forza istituzionale utile per cambiare le cose. Il Capo di Leuca – ha continuato Giacomo Cazzato – aspetta ancora una perequazione dopo il patto leonino tra Regione e Governo nazionale sul fondo di sviluppo e coesione. La crescita dei territori in modo organico e visionario è stata sacrificata in questi anni sull’altare di questo o quell’interesse particolare. Non vogliamo essere il feudo di nessun politico, vogliamo essere comunità che si impegnano a camminare insieme pur nelle pluralità delle sensibilità politiche: ma nessuno deve rimanere indietro». 

In definitiva, il Sindaco ha ribadito che è «impossibile pensare di camminare da soli. Tra le tantissime cose che urgono auspico che la nuova giunta si metta a lavorare sul tema delle aree interne […]. Rimane in piedi la questione rifiuti e una politica seria volta alla riduzione del loro utilizzo, ancora oggi parliamo di discariche, ed è una vergogna che esista ancora Burgesi […]. La politica deve servire a migliorare la vita delle persone. Diversamente nulla ha un senso. Siamo attivi, fiduciosi».

Gli orientamenti comuni della Chiesa e della società civile 

Ponendo a fondamento questa fiducia e la volontà di tutti di essere attivi e propositivi, mi sembra che l’impegno della Chiesa, dei Comuni e delle Istituzioni del nostro territorio dovrebbero insieme proporsi alcuni obiettivi comuni. 

a) Innanzitutto, occorre promuovere l’impegno a educare alla legalità.  Ciò significa formare cittadini consapevoli, capaci di comprendere il valore delle regole e di assumersi responsabilità all’interno della società. La legalità non consiste solo nell’obbligo di rispettare le leggi, ma nel valorizzare un insieme di atteggiamenti, valori e comportamenti che permettono alla comunità di vivere in modo giusto, sicuro e solidale. La legalità non è un concetto astratto: è una scelta quotidiana che permette di rendere il presente più giusto e il futuro più promettente. Per questo motivo l’educazione alla legalità rappresenta una delle basi fondamentali della convivenza civile.

Fin da piccoli, bambini e ragazzi, devono imparare che ogni azione ha conseguenze e che le regole non esistono per limitare la libertà, ma per garantire la libertà di tutti. A scuola, l’educazione alla legalità deve concretizzarsi attraverso progetti, lezioni e attività che insegnano l’importanza del rispetto reciproco, della collaborazione e della partecipazione. Spiegare la Costituzione, affrontare temi come il bullismo, la discriminazione o l’uso responsabile dei social media aiuta gli studenti a sviluppare senso critico e consapevolezza del bene comune.

In questo compito educativo, la famiglia e la comunità ecclesiale hanno un ruolo fondamentale. I genitori in primo luogo, ma anche i catechisti e gli animatori devono proporsi come il primo modello di comportamento: attraverso l’esempio quotidiano devono trasmettere rispetto per gli altri, attenzione alle regole e al senso civico. Non meno significativo è il contributo della società civile. 

In definitiva, educare alla legalità significa coltivare valori come giustizia, responsabilità, impegno e solidarietà. Solo così è possibile costruire una comunità in cui ciascuno si senta parte attiva e contribuisca al bene comune. È proprio dall’unione tra scuola, famiglia, comunità ecclesiale e società civile che nasce un percorso educativo completo, capace di contrastare l’indifferenza, l’illegalità e la cultura della furbizia.

b) In secondo luogo, concorrere a ripristinare il valore educativo del vicinato. In passato, nei nostri paesi vigeva una “cultura familiare” che aveva a fondamento il valore della solidarietà, della gratuità e della condivisione. Era la cultura del “buon vicinato” che va ben oltre il mero confine geografico di un quartiere. È il tessuto connettivo che tiene insieme una comunità, influenzando direttamente la qualità della vita dei suoi residenti. In un’epoca in cui la società è sempre più individualista e digitale, riscoprire l’importanza del vicinato può avere un impatto significativo sul benessere individuale e collettivo. Con la crescita esponenziale dell’individualismo questa cultura familiare e solidale si è trasformata in una chiusura nel proprio interesse privato da raggiugere a tutti i costi, anche violando tutte le regole del vivere civile. 

Occorre, pertanto, ripristinare una nuova forma di “vicinato solidale” perché si ricrei il senso di comunità e appartenenza. Prima di ogni altra cosa, occorre lavorare perché le persone si conoscano tra loro, si scambino saluti quando si incontrano per strada e organizzino eventi locali a cui tutti sono invitati a partecipare. Promuovendo questo senso di vicinanza si svilupperà una fonte preziosa di supporto sociale, specialmente in tempi di necessità. Chi avrà bisogno di aiuto, potrà rivolgersi ai vicini per assistenza immediata, riducendo così il senso di isolamento e di solitudine che molte persone sperimentano anche nei nostri piccoli paesi. 

Un vicinato coeso contribuisce anche a una maggiore sicurezza. Quando le persone si conoscono e si fidano l’una dell’altra, sono più propense a vigilare sul quartiere e segnalare attività sospette. Questo senso di responsabilità condivisa può ridurre il crimine e migliorare il senso di tutela dei residenti. Nei paesi solidali è più probabile che vengano istituite iniziative di vigilanza di quartiere e programmi di prevenzione del crimine, che possono ulteriormente rafforzare la sicurezza della comunità.

c) In terzo luogo, abbiamo il dovere di porre attenzione alle diverse e nuove forme di povertà. Nell’omelia per la giornata dei poveri avevo richiamato i punti fondamentali di questo problema. Avevo innanzitutto parlato della povertà economica. Nel tempo, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata. Non c’è stato solo l’aumento dei poveri, ma l’aumento delle nuove povertà. Si è poveri non solo per assenza del lavoro, ma perché il guadagno non è più sufficiente a vivere dignitosamente. È diventato povero il lavoro, non solo il lavoratore.  

Vi è poi la povertà sociale. Si è dilapidato il patrimonio valoriale e connettivo della società civile. Si è cioè impoverito il tessuto relazionale con la dissoluzione del senso civico e della ricerca del bene comune. Ha preso il sopravvento nelle coscienze un individualismo esasperato che taglia tutti i ponti con la storia passata e con il mondo circostante, generando solitudine e moltiplicando le forme di emarginazione. Ne ha risentito anche il rapporto con l’ambiente. La “casa comune” invece di essere la casa di tutti nella quale tutti si sentano accolti come fosse l’abitazione personale, appare come la casa di qualcuno o addirittura di nessuno. La tutela del territorio è diventata il tema di discorsi e dibattiti televisivi, forse anche di manifestazioni occasionali ed estemporanee, ma di fatto il degrado ha progressivamente invaso intere aree geografiche. È prevalso lo sfruttamento e non la custodia del territorio.

Con maggiore incidenza ha preso forma la povertà educativa. Fenomeni estremi soprattutto nel mondo giovanile hanno dato luogo ad episodi di volenza gratuita e di sopraffazione dell’altro anche per futili motivi. In alcuni casi si è arrivati perfino al ferimento se non all’uccisione dell’altro in maniera superficiale e del tutto gratuita. I genitori appaiano disorientati. Gli insegnanti e gli educatori rimangono talvolta sgomenti per l’efferatezza dei gesti che si consumano sotto i loro occhi.  

Al fondo di tutto vi è una profonda povertà spirituale. Sa di vuoto interiore, di mancanza di senso, di qualcosa che non si riesce più a nutrire né a nominare. Non è povertà materiale: è sentirsi scollegati, aridi, come se dentro non rispondesse più nulla. In parole semplici, è quando una persona:

non trova più senso in quello che fa, si sente vuota, spenta o disorientata, anche se la vita “funziona”, ha perso il contatto con i valori, gli ideali, le domande profonde, vive tutto in modo automatico, senza nutrimento interiore, non riesce più a stupirsi, a sperare, a credere in Dio, negli altri o in sé stesso. Si manifesta come apatia, cinismo, noia esistenziale, senso di inutilità, chiusura emotiva, ricerca compulsiva di distrazioni per non sentire il vuoto. A volte nasce da una lunga stanchezza, altre volte da delusioni ripetute, altre ancora da un mondo che corre e non lascia spazio al silenzio. E il paradosso è che può colpire anche quando all’esterno “va tutto bene”.

d) Si comprende allora l’importanza di condividere e sostenere nelle nuove generazioni il riferimento alla tradizione. Allacciarsi alla tradizione significa rinsaldare il legame con le radici comuni per non crescere nel vuoto. Senza radici, la libertà è solo apparente e genera confusione e smarrimento. La tradizione va raccontata, non imposta. I giovani rifiutano ciò che percepiscono come obbligo o nostalgia sterile. Funziona molto di più spiegare perché una tradizione è nata, a quale bisogno umano rispondeva, quali domande profonde nasconde dentro di sé.

Occorre poi collegare il passato al presente. Una tradizione vive solo se dialoga con l’oggi. È capace di esortare e testimoniare coerenza, sobrietà, capacità di ascolto, senso del limite. Dà spazio alle critiche e scomode domandeTrasmette esperienza, non solo concetti, parla più con il corpo e l’esperienza che con le spiegazioni. È capace di tenere insieme riti, silenzio, comunità, arte, musica, gesti ripetuti nel tempo. Soprattutto insegna il senso del limite. In un mondo che promette tutto e subito, la tradizione insegna che non tutto è disponibile, controllabile o monetizzabile. Questo, paradossalmente, libera. Offre un linguaggio per parlare di dolore, morte, amore, colpa, speranza. Senza queste parole, le nuove generazioni restano sole davanti a esperienze enormi. La tradizione non conserva, le ceneri del passato, ma trasmette il fuoco del futuro. 

Progetto culturale centrato sul Mediterraneo

Occorre, infine, delineare un progetto culturale condiviso. Si tratta di tracciare insieme, comunità cristiana e società civile, un percorso collettivo che nasce dal dialogo tra persone, comunità e istituzioni, con l’obiettivo di creare, valorizzare e trasmettere cultura in modo partecipato. Non un’iniziativa calata dall’alto, ma uno spazio aperto in cui idee, competenze ed esperienze diverse si possono incontrare e trasformarsi in azione. Al centro non c’è solo il risultato finale, ma il processo: il confronto, l’ascolto, la co-progettazione. La cultura diventa così uno strumento vivo di relazione, crescita e cambiamento sociale.

Un progetto culturale condiviso si fonda su alcuni valori chiave: la partecipazione dove ogni voce conta e contribuisce alla costruzione del progetto; l’inclusione per cui diversità culturali, generazionali e sociali sono considerate una ricchezza; la collaborazione che nasce dallo scambio e dalla cooperazione; la responsabilità di prendersi cura del territorio, delle persone e della memoria collettiva.

Gli obiettivi di un progetto culturale condiviso consistono nei seguenti valori: attivare le comunità locali rendendole protagoniste; promuovere la produzione culturale dal basso; rafforzare il senso di appartenenza e identità collettiva; favorire il dialogo tra saperi, discipline e generazioni; generare nuove opportunità educative, sociali e creative.

L’impatto di un progetto culturale condiviso va oltre l’evento o l’iniziativa singola.
Produce relazioni durature, stimola pensiero critico, rafforza il tessuto sociale e contribuisce allo sviluppo culturale del territorio. Nel tempo, può innescare cambiamenti reali: maggiore partecipazione civica, nuove reti di collaborazione, una cultura più aperta, consapevole e inclusiva.

In questo senso, un progetto culturale condiviso non è solo un progetto, ma è un processo di trasformazione collettiva.

Al centro di questo progetto ci deve essere l’idea che il Capo di Leuca è situato geograficamente, storicamente e culturalmente nel Mediterraneo[7]. Vale la pena di ricordare l’affermazione dei Vescovi pugliesi e cioè che noi (meridionali e salentini) siamo europei del Mediterraneo[8]. In questo contesto, siamo portatori di una cultura radicata nel Sud, ma aperta al dialogo con l’Europa e le civiltà mediterranee. La nostra storia, le nostre tradizioni e la nostra creatività diventano così strumenti di incontro, condivisione e innovazione culturale. Portiamo il Sud nel cuore dell’Europa e dell’area mediterranea, creando ponti tra culture, storie e comunità.

La cultura mediterranea rappresenta uno dei patrimoni più ricchi e complessi della storia umana. La regione del Mediterraneo è stata per millenni un crocevia di civiltà, dove popoli diversi hanno contribuito allo sviluppo di conoscenze, arte, religione e commercio. Questo ha creato un patrimonio culturale condiviso, fatto di scambi, contaminazioni e influenze reciproche. In sintesi, la cultura mediterranea non è solo patrimonio del passato, ma una fonte viva di valori condivisi, che continua a influenzare arte, pensiero e vita quotidiana in tutto il mondo.

Situato all’estremo sud della Puglia, il Capo di Leuca occupa una posizione strategica nel cuore del Mediterraneo. La sua collocazione geografica tra il Mar Ionio e il Mar Adriatico ne ha fatto, fin dall’antichità, un luogo di incontro e di scambio tra popoli, culture e tradizioni. La stratificazione culturale ha lasciato tracce visibili nel territorio, dall’architettura ai centri storici, dalla lingua ai riti religiosi. Il Sud Salento rappresenta un microcosmo mediterraneo, dove convivono storia, arte, natura e tradizione. La sua posizione ha favorito lo sviluppo di relazioni commerciali e culturali con altre sponde del Mediterraneo, rendendolo parte integrante della rete storica di scambi tra Europa, Africa e Oriente. In sintesi, il Sud Salento non è solo una terra dal paesaggio affascinante, ma anche un luogo simbolo del valore culturale mediterraneo, dove passato e presente si intrecciano in un mosaico unico di storia, tradizione e identità.

Affidiamo queste nostre lodevoli intenzioni al nostro Patrono, san Vincenzo. Impariamo dal suo esempio ad agire con forza, coraggio e perseveranza in modo da condividere e portare avanti insieme questa comune visione. Essa, nello stesso tempo, ha una valenza strategica ed uno slancio progettuale. 

La Vergine de finibus terrae sia il faro che illumini il nostro cammino e il timone che conduca la nostra barca a raggiungere il sospirato approdo nel porto sicuro. Sia lei il modello della nostra speranza che intravede ciò che è incipiente e anticipa ciò che sarà: un raggio di luce che brilla all’orizzonte. Potremo così gioire e gustare insieme i frutti del nostro comune impegno e vedere che l’invisibile si è fatto visibile e l’insperato si è fatto realtà.       


[1]La frase è citata in Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 76, ed è ripresa in Francesco, Evangelii gaudium, 150. 

[2] G. Marcel, Homo viator. Essai sur le mystère de l’espérance, Paris, Aubier, 1944; trad. it. di G. Bontadini, Homo viator. Prolegomeni a una metafisica della speranza, Brescia, Morcelliana, 1980, p. XX.

[3] Leone XIV, Discorso all’Associazione Nazionale dei Comuni italiani, Vaticano, Sala Clementina, lunedì, 29 dicembre 2025.

[4] M. Sperti, Il lavoro nei Comuni e le parole del Papa, in “Nuovo Quotidiano di Puglia-Lecce”, lunedì, 5 gennaio 2026, 1 e 27.

[5] Giampiero Lionetti intervista rilasciata a Valentina Murrieri, https://www.lecceprima.it/cronaca/intervista-questore-lecce-26-dicembre-2025.html.

[6] G. Cazzato, Ora la nuova Regione non deve deludere le attese del Sud Salento, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 20 dicembre 2025, p. 12.

[7] Per una prospettiva storico-culturale sul Mediterraneo cfr. F. Braudel, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Bompiani, Milano 20193; Id., Memorie del Mediterraneo, Preistoria e antichità, Bompiani, Milano 20193; E. Morin, Pensare Il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensieroDa luogo di conflitti a incrocio di speranze, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2019; P. Matvejević, Mediterraneo. Un nuovo breviario, Garzanti, Milano 1998; F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari 1996; V. Angiuli, Qualcosa di nuovo germogliaDon Tonino Bello e il cambiamento d’epoca, EDB, Bologna 2020, in particolare pp. 29-84; A. Canfora, Mediterraneo. Prospettive storiografiche e immaginario culturale, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2019; A. Spadaro (ed.), Essere mediterranei. Fratelli e cittadini del “Mare Nostro”, Ancora, Milano 2020; 

[8] Conferenza episcopale pugliese, Cristiani nel mondo, testimoni di speranza, Nota pastorale dopo il III Convegno ecclesiale pugliese, I laici nella Chiesa e nella società, oggi, Stampa Sud, Mottola (TA) 2012, p. 16.

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