Articolo apparso su “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
30 gennaio 2026, pp. 1 e 21.
Il mondo sta cambiando profondamente e vertiginosamente. Siamo davanti a un’impressionante accelerazione tecnologica e informatica. Vi è chi dipinge l’Intelligenza Artificiale come uno strumento neutrale di ottimizzazione, capace di dare più efficienza ai processi burocratici e decisionali. Vi è anche una lettura più attenta e critica come quella offerta da Woodrow Hartzog e Jessica Silbey nel loro saggio “How AI Destroys Institutions” che rivelerebbe una realtà ben più allarmante. Si corre, infatti, il rischio che l’uomo sia sopraffatto da questa rivoluzione e dal suo vorticoso ritmo evolutivo.
In questa situazione è necessario non perdersi d’animo, ma essere audaci o, come diceva don Tonino Bello, essere “sentinelle del mattino”. Questa immagine esprime la capacità di vegliare nella notte, quando tutto sembra buio e non si è fatto ancora mattino, coltivando ostinatamente la speranza che l’alba certamente arriverà. L’audacia non è mai arroganza o voglia di primeggiare. «Non significa spericolatezza, temerarietà, ma parresia cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose»[1]. È il coraggio mite di chi prende sul serio la realtà. È la forza di chi cammina inerme, senza scudi di potere, ma con il cuore acceso. È la ricerca sincera di una verità che rischiari il senso della vita alla luce della ragione e della fede.
Con questa intenzione si è svolto a Tricase, il 24 gennaio 2026, un serrato confronto tra il prof. Vito Mancuso ed il sottoscritto sul suo ultimo libro “Gesù e Cristo”. Una critica cattolica credibile, infatti, deve prendere sul serio la sfida della modernità (scienza, coscienza morale, critica storica) e dare le ragioni della propria fede in una società post-cristiana. Il prof. Mancuso è convinto che storia e idea non vanno confuse, né completamente separate, ma comprese e integrate in una visione matura del cristianesimo. A suo dire, la salvezza non si fonderebbe tanto su un evento storico (la croce e la resurrezione di Gesù Cristo) quanto sull’idea di una “logica eterna” di bene e giustizia da vivere nella vita.
Il problema, tuttavia, non è la sua intenzione, ma l’esito teologico che ne deriva. Un esito inaccettabile per il cristiano. La fede cristiana, infatti, riconosce la distinzione tra Gesù e Cristo, ma rifiuta ogni forma di separazione, sia quando è definitiva e radicale, sia quando è proposta come una tesi dialettica ricomposta dalla successiva antitesi. Se, infatti, si separa Cristo da Gesù non è più possibile ricomporre l’unità, né in modo definitivo né in modo dialettico. In questo senso, il titolo “Cristo” ha un valore personale. Si riferisce in senso pieno solo alla persona di Gesù.
Se le posizioni sono apparse distanti e inconciliabili, un filo sottile ha tenuto uniti i due interlocutori: l’audacia e il coraggio di proporre le proprie idee in modo franco e rispettoso. È un atteggiamento che dovrebbe caratterizzare lo stile della Chiesa e della società civile. Tra i molti esempi di uomini e donne che hanno testimoniato questo atteggiamento, mi sembra particolarmente significativo richiamare la vicenda di Edith Stein, nota anche come santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942), per le sue implicanze sia in ambito scientifico sia sul versante esistenziale.
Ebrea di nascita e allieva di Husserl, ebbe il coraggio di convertirsi al cattolicesimo nel 1922. Anche la scelta di entrare nel Carmelo di Colonia nel 1933, in pieno clima nazista, evidenzia la sua audacia spirituale. Edith non rinunciò alla propria vocazione, pur sapendo di esporsi a gravi rischi. Nel 1942, fu deportata ad Auschwitz, morì come martire, incarnando fino alla fine la fedeltà alla propria fede e alla propria identità. La sua fede non si limitava alla spiritualità e alla preghiera, ma coinvolgeva tutta la sua vita: l’intelletto, la coscienza e le scelte morali. Nei suoi scritti filosofici e spirituali, come Essere finito e Essere eterno, ha affrontato temi particolarmente difficili come la libertà, l’identità, il senso della vita, mostrando che la fede richiede coraggio intellettuale e morale: intellettuale, perché unisce ragione e spiritualità; morale, perché guida le scelte secondo coscienza e giustizia; spirituale, perché rimane ferma nella vocazione anche di fronte alla sofferenza e alla morte. La sua vita resta un esempio potente di come la fede, quando vissuta pienamente, possa trasformare l’esistenza e illuminare il mondo. Ella incarna la coerenza assoluta tra vita e fede, che si realizza senza rinnegare né la propria origine ebraica, né la fede cattolica.
In un mondo che cambia a ritmo incalzante, serve audacia: audacia nel vivere, nello scegliere, nel testimoniare. Serve coraggio per affrontare le sfide senza piegarsi, continuando a difendere ciò che è giusto, per essere luce anche quando l’oscurità sembra prevalere. Essere uomini oggi significa assumere, con forza e dignità, le proprie responsabilità di fronte alle nuove sfide poste dallo sviluppo tecnologico. Essere cristiani significa incarnare la fede con cuore libero e mani operose, senza paura di camminare controcorrente, portando in ogni gesto speranza e amore.
[1] A. Bello, La non violenza in una società violenta, in Id., Scritti di pace, vol. 4, p. 65.
clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca

