In occasione dell’assemblea presbiterale “Convivium”, il Santo Padre Leone XIV scrive al Presbiterio della Arcidiocesi di Madrid: “Si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid — e la Chiesa intera — in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico — essere alter Christus — lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.
Per il nostro Venerabile don Felice Canelli, viveva la sua vita sacerdotale nel dono incessante di sé, nella certezza di non lavorare per diventare noto al popolo ma di far risaltare nel suo molteplice apostolato il suo essere alter Christus e ministero della Chiesa madre che accoglie e cura con sollecitudine materna tutti i poveri e i bisognosi. Da anziano solitamente, lo si vedeva come rannicchiato nella sua talare. Era una scelta: voleva far risaltare solo il Sacerdozio. Quando talvolta si trovava in stato febbrile e riceveva telefonate e premure, don Felice si umiliava: desiderava quasi scomparire come persona, per lasciare risplendere soltanto la figura del sacerdote. Ma il popolo stesso lo venerava, attratto dalla sua profonda umiltà. Avrebbe potuto fregiarsi, a buon diritto, del titolo di Monsignore, ma scelse di non farlo, per non creare distanza né suscitare diffidenza tra la gente. Da tutti era conosciuto come “don Flic!” Conosceva tutti e tutto di ciascuno, con quella discrezione attenta che nasce dall’amore pastorale.
Ecco il suo programma sacerdotale:
– vivere il sacerdozio in pienezza non per sé stesso, ma per la vita degli altri, manifestando il suo amore a Dio nel suo amore fattivo per il prossimo;
– spingere i suoi confratelli a desiderare la santità per sé stessi in vista della santificazione degli altri;
– risvegliare la fede nei credenti e stimolare la rinascita della vita cristiana nel tessuto sociale, aiutando tutti a sperimentare gli effetti della grazia battesimale;
– guadagnare i lontani coltivando la peculiare sete di anime che deve contraddistinguere i discepoli del Signore e li deve spingere a intraprendere il combattimento spirituale;
– promuovere i laici e i loro peculiari carismi, sollecitandone la collaborazione nella grande opera dell’apostolato, con una particolare cura dell’educazione dei giovani e delle famiglie e una speciale attenzione al ruolo della donna nella società e nella Chiesa;
– favorire l’associazionismo cattolico;
– favorire le opere assistenziali «come mezzo per l’interessamento ai valori spirituali della vita», stimolando l’attenzione e il sostegno concreto ai più poveri e disagiati;
– promuovere una visione cristiana del lavoro per formare un popolo di buoni cristiani e onesti cittadini, per poter vivere una fede non astratta ma incarnata nella storia;
– incoraggiare i cuori alla sequela Christi per arrivare persino a intraprendere un cammino di speciale consacrazione;
– fare del cristianesimo «il lievito di situazioni che più rispondono alle esigenze dell’innesto vitale delle anime in Cristo».
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