Anche quest’anno la comunità diocesana si è riunita intorno alla Croce per vivere un intenso momento di preghiera, diventato ormai tradizionale nel tempo di Quaresima e alla porte della Settimana Santa.

 

 

Non solo una celebrazione, ma un racconto corale di vita vissuta, “abitata” da chi ogni giorno vive il Vangelo. La Via Crucis diocesana, organizzata dal Servizio diocesano di pastorale giovanile e vocazionale guidato da don Salvatore Corvino, presieduta dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta e animata dai giovani in Piazza Duomo, ha messo al centro la testimonianza concreta, dando voce a operatori e realtà impegnate nei luoghi più fragili del territorio.

Il tema scelto, tratto dagli Atti degli Apostoli – “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8) – ha attraversato tutte le quindici stazioni, trasformando il tradizionale percorso della Passione in un itinerario dentro le storie del nostro tempo (SCARICA IL SUSSIDIO).

Protagonisti, dai margini al cuore della Chiesa, non sono stati solo i testi e i segni, ma soprattutto le esperienze di chi ogni giorno incontra il dolore e lo accompagna.

Ad aprire il cammino, gli operatori dell’Istituto penale minorile di Lecce, che hanno raccontato il volto della giustizia intrecciato alla possibilità di riscatto: dietro ogni errore, una storia che può ricominciare.

A seguire, i volontari della Caritas diocesana hanno portato l’esperienza dell’accoglienza, segnata da guerre, migrazioni e povertà, mentre il cappellano del carcere di Borgo San Nicola, ha richiamato il valore del coinvolgimento, invitando a non restare spettatori davanti alla sofferenza, ma a farsi “cirenei della gioia” sotto il peso della croce altrui.

La Via Crucis ha poi attraversato i luoghi della cura e delle relazioni, con la testimonianza che passa dalla vita quotidiana attraverso la pastorale della salute, con i medici e gli operatori sanitari, chiamati ogni giorno a guardare oltre la malattia per riconoscere la persona; le famiglie affidatarie, segno concreto di accoglienza e dono reciproco.

Non sono mancate le voci dei giovani – dall’Azione cattolica agli scout Agesci – che hanno raccontato paure, incertezze e desiderio di futuro, in un tempo segnato da conflitti e instabilità.

Una Via Crucis che ha metaforicamente camminato …fino ai confini della terra. Particolarmente intenso, infatti, è stato il momento dedicato ai martiri missionari del 2025, ricordati per nome dal Centro missionario diocesano: testimoni che hanno vissuto fino in fondo il Vangelo, offrendo la vita nei diversi continenti. Accanto a loro, la testimonianza di una infermiera missionaria ha restituito il volto di una Chiesa che non solo dona, ma si lascia arricchire dall’incontro con i più poveri.

È nelle stazioni dalla nona alla quindicesima che il cammino si è fatto ancora più intenso, intrecciando Vangelo e vita concreta, che porta dalla caduta alla luce.

Nella nona stazione, animata dagli operatori della Comunità Emmanuel, la terza caduta di Gesù si riflette nelle storie di chi affronta viaggi drammatici e condizioni di estrema fragilità, ma mostra come anche quando si tocca il fondo sia possibile rialzarsi grazie all’incontro con chi accoglie.

E poi ancora i contributi dei fratelli del Cammino Neocatecumenale, degli amici di Div.ergo, e degli operatori della Rsa “San Giuseppe” di Magliano, che hanno accompagnato il momento della morte di Gesù con uno sguardo sulla fragilità degli anziani.

Infine, la testimonianza affidata all’associazione “Lorenzo Risolo”, con la quale il dolore di una madre per la perdita del figlio si trasforma in impegno concreto a favore dei bambini malati. Segno di una rinascita possibile: quando la sofferenza non si ripiega in se stessa, anche la ferita più profonda può generare vita per altri.

Nella quindicesima stazione, dedicata alla Risurrezione e affidata a due giovani in cammino verso il sacerdozio dell’equipe di pastorale giovanile e vocazionale, la luce pasquale illumina l’intero percorso. Le loro storie mostrano come l’incontro con Cristo rimetta in movimento la vita, trasformando inquietudini e domande in scelte concrete.

Ogni stazione è stata accompagnata da una parola chiave – dalla speranza alla solidarietà, dalla cura alla rinascita – affidata simbolicamente alla croce, segni di esperienze reali, maturate nei contesti di fragilità e di servizio.

Nella riflessione conclusiva (IL TESTO INTEGRALE), l’arcivescovo ha invitato la comunità a rileggere la croce non come fine, ma come luogo in cui nasce una speranza nuova: “chi ha organizzato questa Via Crucis ha giustamente posto alla fine il messaggio lieto della risurrezione del Signore. La nostra Via Crucis è diventata una Via Lucis. Io penso che se non ci fosse quest’ultima stazione, tutto quello su cui abbiamo riflettuto sarebbe stato l’ennesimo caso di violenza, di ingiustizia, di meschinità, di violazione dei diritti, il caso Gesù di Nazareth sarebbe stato l’ennesima espressione della cainità umana. Grazie a Dio non è così. Nella luce della risurrezione la passione di Gesù diventa epifania, diventa manifestazione, diventa la manifestazione del vero volto di Dio, ma anche del nostro volto, perché nell’amore crocifisso abbiamo scoperto chi è Dio. Potremmo dire che guardando la croce, nella luce della risurrezione, ci siamo sentiti tutti dire da Dio: «ti amo da morire»”.

Rilanciando una responsabilità chiara, il pastore ha così concluso: “Anche noi vogliamo come Lui poter dire a tutti vi amo da morire, vogliamo imparare la logica del perdono e dell’amore. Torniamo dunque a casa, non con la consapevolezza di chi ha fatto qualcosa per il Signore, ma con la consapevolezza di chi ha ricevuto qualcosa dal Signore. Quel messaggio «ti amo tanto da morire», riscaldi il nostro cuore e ci spinga a diventare creature nuove”.

La Via Crucis 2026 lascia così una consegna precisa: continuare questo cammino nella vita quotidiana, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni, nelle fragilità, mostrando il volto di una Chiesa in cammino, capace di abitare le ferite del mondo e trasformarle in segni di vita nuova.

Perché la testimonianza non è un evento, ma uno stile di vita.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

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