La Chiesa di Lecce, ancora una volta, ha risposto alla grande. L’invito che Papa Leone XIV ha rivolto al mondo intero nel mattino del giorno di Pasqua di unirsi a lui per pregare per la Pace, ha avuto totale consenso in tutta la Chiesa cattolica e, in modo particolare, nell’episcopato italiano.
E così, ieri sera, l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha convocato presso la chiesa cattedrale tutta la comunità ecclesiale leccese per vivere una veglia di preghiera e domandare che in ogni parte della terra cessino i conflitti e torni a regnare la tranquillità e la fraternità tra i popoli.
Lo schema di preghiera (SCARICA) messo a punto dall’Ufficio liturgico diocesano sotto l’attenta regia dell’arcivescovo Panzetta ha voluto, da subito, far convogliare cuori e pensieri verso l’Eucaristia adorata e contemplata.
Il servizio liturgico è stato curato dai seminaristi teologi leccesi e dai giovani ministranti della parrocchia “Santa Maria del Popolo” di Surbo guidati dal direttore dell’Ufficio liturgico diocesano don Mattia Murra. L’animazione canora è stata curata dalle Suore Hijias del Fiat (Figlie del Fiat).
Breve ma intensa l’omelia (IL TESTO INTEGRALE) del presule leccese che ha subito evidenziato il clima negativo che imperversa nel mondo, un clima che fa della violenza, della lotta tra fratelli, delle armi… le componenti attraverso cui continua ad imperversare la legge del potente, del più forte.
Così Panzetta: “Siamo venuti qui consapevoli del momento terribile che stiamo vivendo[…]. Siamo qui, dunque, consapevoli della gravità di quello che sta accadendo nel mondo […]. Ricordiamo, qualche giorno fa, il Venerdì Santo, e nei giorni precedenti, la Domenica delle palme, abbiamo ascoltato il Signore che ci ha detto proprio nel racconto della passione che è necessario rimettere la spada nel fodero, è necessario mettere via la cultura delle armi. Noi siamo qui per chiedere che questo grido del Signore, rimettete la spada nel fodero, risuoni potente a Gaza, a Teheran, a Beirut, in Ucraina e in tutte le parti del mondo nelle quali scorre il sangue per la mano dei fratelli, tutte quelle parti del mondo in cui la vicenda di Caino continua a perpetuarsi”.
La pace, dunque, non è un fatto che viene da sé ma che domanda all’uomo di fede in modo peculiare il suo pieno coinvolgimento, che richiede un diuturno e costante spendersi per tale causa, nella certezza che solo intercedendo presso il Principe della Pace, essa diverrà non un mero ideale ma un velo e proprio modus vivendi
Incalza l’arcivescovo di Lecce: “Le parole del Vangelo che abbiamo ascoltato precedono la passione del Signore, quindi il Signore sta dando le ultime indicazioni ai suoi e il Signore ha ricordato due doni che saranno a disposizione della Chiesa sempre. Intanto, il dono dello Spirito, con la sua capacità di ricordarci continuamente le parole del Signore. […] Lo Spirito ci aiuta a ricordare, a rimanere capaci di memoria e capaci di approfondimento, entrare sempre più in profondità nelle parole e nella testimonianza del Signore”.
“E poi – prosegue il presule – il brano ci ha ricordato il secondo grande dono, il dono della pace. […] Il mondo è assetato di pace, ed è bello che Gesù dice, “La mia pace”. […] La pace che Gesù dà ai suoi discepoli è particolare, la pace che Gesù dà è la pienezza dei beni messianici, è quella pace che nasce dalla comunione trinitaria, dalla comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito. […] La pace che nasce dalla comunione, che nasce dal rispetto dei diritti, che gode della promozione umana, è la pace che si alimenta della giustizia, di uno sguardo bello, pulito sull’altro e anche sulle sue sofferenze”.
Da qui, dunque, il bellissimo paragone del pastore leccese: provare ad essere, come le formiche, una squadra potente che – insieme – non si stanca di invocare la pace e che, nel concreto, pone atti che sappiano disinnescare le grandi e piccole lotte quotidiane che, se covate, potrebbero diventare volano per i grandi conflitti.
Conclude Panzetta: “Questo momento di preghiera viviamolo proprio così, come piccole formichine che insieme diventano una squadra potente per invocare il dono della pace, ma anche per costruire il dono della pace, perché mentre siamo adesso con le mani alzate davanti al Signore per chiedere il dono della pace, guardiamo le nostre mani se sono disarmate, guardiamo le nostre mani se non portano gesti di violenza, guardiamo le nostre mani se stringono nella comunione o provocano delle fratture. […] Siamo certi che quei bagliori di luce che si intravedono nell’umanità proprio a motivo della Pasqua del Signore fioriranno, ma avvertiamo con serietà la responsabilità forte di essere costruttori, artigiani, formichine che costruiscono nel mondo il grande dono della pace “.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.







