Nel cuore di Lecce, dove la pietra dorata di Piazza Duomo custodisce secoli di fede e di storia, il pomeriggio di ieri si è acceso di una luce particolare: quella della 30ª Giornata Mondiale della Vita Consacrata.

 

 

Una luce discreta e tenace, come la fiamma di una candela, che ha accompagnato religiosi e religiose, consacrati e consacrate, uomini e donne degli istituti secolari, riuniti presso la suggestiva cappella di San Gregorio nell’antico seminario arcivescovile. Un inno vivente alla bellezza della sequela Christi, un mosaico di volti e carismi uniti da un unico “Sì”.

Un clima di raccoglimento e fraternità ha segnato il primo momento dell’incontro. Dopo i saluti iniziali, a prendere la parola è stato Padre Carmine Madalese, delegato arcivescovile per la vita consacrata dell’arcidiocesi, che nel suo messaggio ha richiamato il senso profondo della vocazione consacrata nella Chiesa di oggi, esortando l’assemblea con parole vibranti: «Siamo semi di concordia e di pace in un mondo che ha sete di speranza; la nostra missione è essere luce che non si spegne, testimoni di una libertà che nasce solo dal dono totale di sé. In questo giorno in cui la Chiesa celebra la festa della Presentazione del Signore al Tempio, anche noi ci riuniamo per pregare insieme e rendere grazie a Dio per la nostra vita consacrata, allo stesso tempo per ringraziare ciascuno di voi che spendete la vostra vita per la copiosa apud eum redemptio (che significa “Presso di Lui è la redenzione abbondante”), per incoraggiarci nella nostra missione e per ricordare coloro che ci hanno preceduto e hanno perseverato nel loro ministero fino alla fine».

A seguire, i racconti e le testimonianze di esperienze vissute, frammenti di vite donate, hanno dato voce a percorsi segnati da fedeltà, ricerca, fragilità e speranza. Narrazioni semplici e profonde che hanno aperto un dialogo sincero con l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, il quale, ascoltando come padre e pastore, ha poi concluso questa prima parte del pomeriggio con una meditazione personale, spiegando il motivo per cui ha voluto incontrare i consacrati e le consacrate proprio all’interno di quel luogo simbolo, quel luogo “più vocazionale di tutta la Curia” e nella Giornata per la vita consacrata è il luogo ideale per liberare la sorgente teologale di ogni identità vocazionale, invitando a rileggere la consacrazione come un continuo “ritornare al tempio”, al luogo dell’incontro con Dio, dove lasciarsi sorprendere ancora dalla sua promessa. Cosi come nel messaggio – scritto a più mani dal Dicastero – afferma il presule, noi siamo un segno di Dio, un seme di pace nella misura in cui siamo una profezia di presenza. Siamo il segno di Dio che non vuole abbandonare l’umanità.

Il programma è poi proseguito nel chiostro dell’ex seminario, dove al calar del sole, il cielo del tardo pomeriggio ha fatto da cornice al suggestivo e tradizionale rito della benedizione delle candele. Mani diverse, storie diverse, ma un’unica fiamma accesa: segno di Cristo, “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32). Da lì, la solenne processione ha attraversato la piazza verso la cattedrale, un popolo in cammino, lento e composto, come Israele verso la Terra promessa. Qui, i consacrati hanno camminato portando la fiammella accese come simbolo della loro vita «bruciata» per amore del Signore.

In cattedrale, l’Eucaristia, presieduta dall’arcivescovo. Il servizio liturgico, curato da don Mattia Murra, ha accompagnato una liturgia intensa e partecipata. Hanno concelebrato, oltre al delegato arcivescovile per la vita consacrata, anche don Vito Caputo, parroco della cattedrale e delegato ad omnia dell’arcivescovo; Fra Massimo Tunno, ministro provinciale dei Frati Minori; Padre Francesco Lugarà, segretario del Cism; Padre Giambattista Moroni, dei Comboniani e altri sacerdoti.

Particolarmente toccanti le parole pronunciate dal pastore durante l’omelia (IL TESTO INTEGRALE), profondamente intrecciate al mistero della Presentazione del Signore, evocando l’incontro tra la profezia del vecchio Simeone e la gioia della vita consacrata:
«Fratelli e sorelle, quello che Simeone ha fatto, dovremmo farlo anche noi, noi battezzati e consacrati. Noi dovremmo essere un abbraccio che stringe il Signore Gesù. Noi dovremmo essere uno spazio accogliente nei confronti del Mistero di Cristo. Dovremmo aver ospitato in modo ampio e vero il Mistero di Cristo dentro la nostra vita».

«E quando qualcuno abbraccia veramente il Mistero di Cristo – ha aggiunto Panzetta -, il suo percorso si compie. Quella preghiera è nunc dimittis che noi usiamo tutte le sere, contiene una speranza di poter portare a compimento la nostra vita come lui. Noi, come Simeone, al compimento di ogni giornata, e ancor più al compimento della vita dobbiamo poter dire “ho abbracciato il Signore”».

Fulcro della memoria della celebrazione è stato il rinnovo dei voti di consacrazione, momento alto e denso di commozione: un “sì” pronunciato ancora una volta, davanti all’altare, davanti alla Chiesa, davanti a Dio, come Simeone che stringe il Bambino tra le braccia e riconosce il compimento della promessa. Un momento quello carico di sacralità, in cui ogni consacrato ha riaffermato il proprio desiderio di seguire Cristo casto, povero e obbediente. Al termine della celebrazione, non è mancata l’attenzione grata e affettuosa verso chi, quest’anno, celebra un importante anniversario di vita consacrata.

Per i 25 anni: Suor Maria Rita Specchia dell’Istituto delle Suore di Santa Marcellina, Suor Aurelia Parlangeli delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, Suor Myriam Bakolinirina Raseheno delle Suore Discepole del Sacro Cuore. Per i 50 anni: Renata Zannella dell’istituto secolare Piccole Apostole della Carità, Flavia Miggiano e Mirella Miggiano dell’istituto secolare Servi della Sofferenza.

Anni che non sono numeri, ma storie di fedeltà, giorni offerti come incenso, vite che hanno attraversato il tempo restando ancorate all’eterno. Come Anna, che non si allontanava mai dal tempio, e come Simeone, che seppe attendere, anche ieri la vita consacrata ha testimoniato che l’attesa di Dio non è mai vana. Un pomeriggio che ha lasciato nel cuore una certezza: la vita consacrata è ancora oggi una luce accesa nel tempio del mondo, fragile ma necessaria, silenziosa ma profetica, capace di far innamorare chi sa fermarsi a guardare. Queste vite, come le candele benedette, continuano a risplendere nel Tempio di Dio e della storia, ricordando a tutti che «chi perde la propria vita per il Vangelo, la troverà».

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

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