Quando nel 2016 si concluse il Giubileo della misericordia, Papa Francesco ebbe a scrivere nella Lettera apostolica di chiusura che era terminato l’Anno Santo, ma non la misericordia.

 

 

 

 

Su questa stessa onda di pensiero si è espresso l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta nell’omelia (LEGGI) di chiusura diocesana del Giubileo della speranza, nella festa della Santa Famiglia: la speranza cristiana, dono di Dio illuminato in questi giorni dalla luce dell’incarnazione del Verbo, non può essere costretto da norme indulgenza e riti di sorta, ma continua ad essere generosamente elargito perché sia pienamente vissuto.

Perché, coltivare la speranza non è solo un impegno morale, ma essenzialmente l’incontro personale e quotidiano con la persona di Gesù Cristo stesso che è la nostra speranza e che ci abilita, a nostra volta, ad essere speranza di vita buona per gli altri, segno che è sempre possibile e doveroso cambiare, a partire dalla vita interna delle singole famiglie e delle comunità cristiane, la cui qualità comunionale, quando non indugia in sentimenti di rivalsa e si apre al confronto schietto e fraterno, riversa gli stessi frutti di grazia nella famiglia diocesano intera.

Tutto ciò prova il suo compimento nel porsi in uno status costante e feriale di uomini e donne “eucaristici”, cioè capaci di ringraziamento; quando si ringrazia vuol dire che si è già contenti prima e al di là di tutto ciò che di buono potrà ancora venire o delle sofferenze che pure possono sopraggiungere, dando la priorità a spendere il proprio tempo a diffondere gioia cristiana anziché recriminare su ciò che sarebbe potuto essere o peggio ancora su cosa si sarebbe potuto ottenere ulteriormente.

Compagni di viaggio per prolungare una vita cristiana che sia ancora giubilare e perciò impregnata principalmente di lode anziché di richieste sono la Parola di Dio, che viene trasmessa attraverso un’adeguata e rinnovata catechesi, che accompagna a condurre a un’esistenza nuova perché innestata in Cristo, a partire dalle realtà familiari certe in cui ciascuno vive, che ci ricordano che al di là dei doni vocazionali o degli incarichi di responsabilità e di servizio esercitati nelle comunità parrocchiali si nasce e si resta sempre figli prima ancora che padri, né tantomeno padroni.

In questo modo le grazie giubilari potranno essere custodite e vissute ancora come dono di grazia prima ancora che frutto dell’esercizio delle pratiche religiose necessarie per ottenerle. È significativo notare come quando si compra o si può ricevere in regalo un nuovo telefonino, per quanto si tiene ad esso ci si premura contemporaneamente di acquistare anche la relativa custodia, perché quello che è diventato un compagno di vita presente nell’arco dell’intera giornata, venga preservato da qualunque danno. Così è per la speranza cristiana e per tutti i doni divini, a partire dall’amore: nella misura in cui vengono custoditi e tenuti lontani dal male, sosterranno la vita di fedeli sempre entusiasti, testimoni di speranza.

 

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