Omelia nella Messa per la chiusura della porta santa all’Ospedale
Tricase, 24 dicembre 2025.
Cari fratelli e sorelle,
la Bolla di indizione del Giubileo al numero 11 recita: «Segni di speranza andranno offerti agli ammalati, che si trovano a casa o in ospedale. Le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono. Le opere di misericordia sono anche opere di speranza, che risvegliano nei cuori sentimenti di gratitudine. E la gratitudine raggiunga tutti gli operatori sanitari che, in condizioni non di rado difficili, esercitano la loro missione con cura premurosa per le persone malate e più fragili».
Questa esortazione di Papa Francesco indica gli atti di vicinanza e di amore che in questo anno, in modo particolare, siamo stati invitati a compiere. Si tratta di azione che, soprattutto nell’Ospedale e nell‘Hospice, la comunità delle suore Marcelline, i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari hanno messo in atto con generosità e spirito di servizio. Vivere il Giubileo in questi luoghi di sofferenza significa dare maggiore risalto alla virtù della speranza; alla speranza che si vive nella tribolazione!
Tribolazione e speranza
La tribolazione, infatti, non è estranea al cammino di fede. È il luogo in cui l’uomo scopre la propria fragilità e, insieme, il limite delle proprie sicurezze. Quando tutto vacilla, cade l’illusione di bastare a sé stessi. È allora che il cuore diventa povero, e proprio per questo disponibile. Nella tribolazione impariamo che Dio non promette una strada senza croce, ma una croce che non è mai senza risurrezione. La speranza cristiana non nasce dall’assenza del dolore, ma dallapresenza di Dio dentro il dolore. Non è ottimismo, non è negazione della sofferenza: è fiducia. Fiducia che nulla di ciò che viviamo è inutile, che anche ciò che ferisce può essere attraversato e trasformato.
La speranza cresce quando smettiamo di chiedere “perché” e iniziamo ad affidarci, anche senza comprendere. È una speranza umile, spesso silenziosa, che resiste quando le parole non bastano più. Così la tribolazione diventa luogo di purificazione: toglie ciò che è superfluo e rafforza ciò che conta davvero. La speranza, provata dal fuoco, si fa più vera, più profonda, più salda. Non perché il dolore scompaia, ma perché l’amore di Dio non viene meno. In questo incontro tra tribolazione e speranza, la fede matura: non come fuga dalla realtà, ma come scelta quotidiana di credere che, anche nella notte, Dio continua a operare.
San Paolo propone un capovolgimento radicale della logica umana: non dice che il credente sopporta la tribolazione, ma che può perfino vantarsene. Non perché la sofferenza sia buona in sé, ma perché, alla luce della fede, essa diventa luogo di trasformazione. La tribolazione è il primo anello di una catena spirituale. Così egli scrive nellaLettera ai Romani: «La tribolazione produce la perseveranza, la perseveranza la qualità provata, e la qualità provata la speranza. La speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato in noi per mezzo dello Spirito che ci è stato dato» (Rm 5,3-5). Di conseguenza l’apostolo invita i cristiani ad essere «gioiosi nella speranza e perseveranti nella tribolazione» (Rm 12,12). Si tratta di due facce della stessa medaglia consapevoli che la speranza si accompagna a gemiti e pianti e si fa strada in mezzo alle «sofferenze del momento presente» (Rm 8,18).
Anche i vangeli sinottici esortano a considerare il mondo con uno sguardo disincantato sui mali che affliggono la storia (guerre e carestie, terremoti e pestilenze) e invitano a non vedervi un segno della fine del mondo, ma un inizio, l’annuncio di una nascita, l’inizio delle doglie, come di un parto (cfr. Mc 13,5-8). Questo sguardo consente la perseveranza (ypomoné), o se vogliamo, la resilienza, la pazienza, la sopportazione, declinazioni della speranza (cfr. Mc 13,13). Nella redazione lucana di questo discorso, l’acme delle tribolazioni storiche e cosmiche viene assunto da Gesù come momento topico in cui il credente può levare il capo (e alzare gli occhi) “perché la sua liberazione è vicina” (cfr. Lc21,28).
Essa costringe l’uomo a restare, a non fuggire, a resistere. Da qui nasce la perseveranza: non una forza eroica, ma la fedeltà quotidiana di chi continua a credere anche quando non vede. La perseveranza genera una virtù provata, cioè una fede passata attraverso il fuoco, purificata dalle illusioni. Non è più una speranza ingenua, ma una fiducia radicata nell’esperienza concreta di Dio. Il punto di arrivo è la speranza che non delude. Non perché tutto si risolva come desideriamo, ma perché questa speranza ha un fondamento solido: l’amore di Dio già presente nel cuore del credente.
Anche san Giacomo conferma l’insegnamento palino: «Considerate una grande gioia, fratelli miei, quando venite a trovarvi in prove di ogni genere, sapendo che la prova della vostra fede produce la perseveranza. E la perseveranza compia un’opera perfetta, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla» (Gc 1,2-4). Non si tratta di un sentimento immediato, bensì di uno sguardo spirituale capace di leggere le difficoltà come un cammino. Il frutto della prova è la capacità di rimanere fedeli nel tempo, di non cedere allo scoraggiamento. La speranza cristiana non elimina le prove, ma le trasforma in luogo di maturazione. È una virtù paziente, silenziosa, che cresce lentamente e chiede di essere lasciata operare fino in fondo. Il cristiano non desidera il dolore, ma lo reinterpreta alla luce della fede, della certezza che Dio opera anche attraverso di esso, conducendo il credente verso una pienezza più grande.
Gli ammalati, testimoni della speranza nella tribolazione
Sotto questo profilo, le persone fragili e ammalate, provate dal dolore e dalla sofferenza diventano testimoni di speranza nella tribolazione. Certo, nella tribolazione l’anima vacilla, come una fiamma esposta al vento. Tutto sembra stringersi, il tempo pesa, il silenzio fa rumore. Eppure la speranza non grida, non promette scorciatoie. Resta. Piccola, ostinata, fedele. È un filo sottile nel buio, non spezza il dolore ma lo attraversa. Non nega la notte, ma ricorda che l’alba esiste. La tribolazione scava e toglie il superfluo. La speranza riempie quello spazio vuoto con un senso che ancora non vediamo. La tribolazione insegna il limite, la speranza lo attraversa. Una ferisce, l’altra cura senza rumore. Alla sua scuola tutti impariamo che non si spera perché tutto va bene, ma perché qualcosa, dentro di noi, rifiuta di arrendersi. E nel cuore provato, la speranza diventa più vera: non una fuga dalla sofferenza ma la forza quieta di continuare a camminare. Nella notte che pesa sul respiro, la tribolazione parla a bassa voce, scava nel silenzio, chiede quanto può reggere il cuore. Il giorno torna non perché il dolore è finito, ma perché la speranza ha imparato a camminare con lui.
Non si tratta di fare grandi cose o di intraprendere grandi viaggi, si tratta solo di “avere occhi nuovi”, come soleva dire il venerabile don Tonino Bello. Anche Marcel Proust scrive: «Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è»[1]. Là dove tutti vedono rovina e catastrofe, lo sguardo del credente intravede la liberazione incipiente.
[1] M. Proust, La prigioniera, in Id., Alla ricerca del tempo perduto, 1923.
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