C’è stato un momento, ieri sera, nella cattedrale di Lecce, in cui tutto si è fermato. I fedeli, giunti numerosi e in raccoglimento, hanno riempito le navate con una presenza discreta ma intensa, portando con sé attese, pensieri, domande.
Poi, il silenzio. Un silenzio pieno, abitato. Le voci si sono spente, i passi si sono fatti più lenti, gli sguardi si sono sollevati verso l’ingresso. E poi, dalle prime note di “Nostra gloria è la croce”, la processione ha preso forma: la croce, alta e solenne, avanzava lentamente, tra gli sguardi fissi e rispettosi, come a tracciare un cammino, come una presenza viva, accompagnata da un canto che non era solo melodia, ma professione di fede.
In quell’istante iniziale, semplice e potentissimo, si è racchiuso il senso dell’intera serata. “Passio Christi”, il momento di preghiera promosso dall’Ufficio liturgico diocesano guidato da don Mattia Murra, ha radunato un’assemblea profondamente partecipe, segno di una comunità che desidera prepararsi con consapevolezza alla Settimana Santa.
L’esperienza di preghiera è stata trasmessa in diretta da Portalecce Tv (RIVEDI)
Non un evento da assistere, ma un’esperienza da vivere, passo dopo passo. Una statio per pregare. Dopo l’ingresso della croce e l’inizio della preghiera, i fedeli sono stati guidati verso un ascolto diverso, più profondo. Prima che il racconto della Passione secondo Giovanni si dispiegasse, don Mattia Murra ha rivolto un invito semplice e potente: quello di chiudere gli occhi e lasciarsi condurre per entrare con l’immaginazione nelle scene che sarebbero state cantate. Un gesto quasi controcorrente, che ha trasformato l’assemblea in un luogo interiore, dove ciascuno poteva vedere, sentire, partecipare.
E così la Passione ha preso vita, non solo attraverso le parole, ma attraverso il canto. Le musiche di Marco Frisina hanno dato corpo sonoro al Vangelo, rendendolo esperienza sensibile. Don Mattia Murra, nel ruolo dell’evangelista, ha guidato la narrazione con intensità sobria, accanto a lui, don Gabriele Morello ha dato voce a Cristo con intensità composta capace di toccare corde profonde, mentre don Andrea Gelardo ha attraversato i volti e le contraddizioni degli altri personaggi, da Pietro a Pilato, restituendo le sfumature umane del racconto, tra fragilità, paura e tensione. La musica non era un semplice accompagnamento, ma una trama viva. Le composizioni di Marco Frisina, Antonio Parisi e Daniele Anselmi si sono alternate alla Parola, creando un respiro continuo. All’organo, don Emanuel Riezzo ha sostenuto ogni passaggio con sensibilità, mentre il coro Sacri Cantores, diretto da don Michele Giannone, ha riempito lo spazio con armonie intense e avvolgenti, capaci di far vibrare la cattedrale come un unico corpo orante.
Nel cuore della serata, la meditazione pronunciata dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta (IL TESTO INTEGRALE) ha offerto una chiave per entrare ancora più in profondità nel Mistero pasquale. Il presule prende la parola con esitazione, quasi trattenendo il respiro davanti alla profondità appena ascoltata: «quando si prende parola dopo aver ascoltato il racconto della Passione del Signore, si ha paura di sporcare la bellezza e la grandezza del messaggio».
La sua voce accompagna i fedeli dentro un’esperienza più che in una spiegazione: non un discorso, ma un pellegrinaggio. L’arcivescovo sottolinea come non si tratti solo di fatti, ma del loro significato più profondo: «Giovanni racconta non solo gli eventi, ma il loro significato di rivelazione». E mentre parla, offre un’immagine che unifica tutto: quella del giardino. «Il racconto comincia in un giardino e finisce in un giardino», osserva, collegando la passione alla creazione. In questo orizzonte, Cristo appare come il nuovo inizio dell’umanità: «Gesù è il nuovo Adamo… lì dove il primo ha tradito, egli scrive una storia di fedeltà».
Ma è sulla croce che il discorso si fa ancora più intenso. Lo sguardo del presule si concentra sul cuore del mistero: «Guardando l’amore crocifisso, capisci chi è Dio». Non un Dio distante o vendicativo, ma un Dio che sorprende: «gli uomini possono rifiutare Dio, ma Dio risponde con l’amore». E quasi con stupore aggiunge: «la croce è lo spettacolo di un Dio che risponde sì ai nostri no». Questa logica capovolta si manifesta anche nella regalità di Cristo.
L’arcivescovo insiste sul paradosso: «Gesù, nel Vangelo di Giovanni, non è in balia degli eventi: è lui il re». E quella regalità non ha nulla a che vedere con il potere umano: «i re di questo mondo mandano gli altri a morire… Dio invece dona la propria vita». È una “signoria trasgressiva”, la definisce, che cambia i criteri stessi della grandezza: «le vere persone regali sono coloro che vivono la vita come donazione nell’amore».
Infine, il riferimento all’Agnello pasquale illumina il senso ultimo della Passione: «Gesù è l’agnello di Dio… colui che guida il suo popolo verso la Pasqua». Non è solo morte, ma passaggio, trasformazione, nascita di vita nuova. L’omelia si chiude con un invito semplice e concreto, quasi sussurrato: tornare al racconto della Passione, lasciarsi toccare, lasciarsi cambiare. Perché, come ricorda citando la tradizione spirituale, «all’amore si risponde con l’amore». E in questo lasciarsi amare, conclude, si apre la possibilità di diventare davvero nuovi.
E quando tutto si è compiuto, non c’è stato bisogno di parole finali, nulla è stato interrotto bruscamente. La musica si è ritirata lentamente, le voci si sono spente, e ancora una volta è stato il silenzio a parlare. I fedeli hanno lasciato i banchi con passo lento, come chi porta con sé qualcosa di fragile e prezioso.
“Passio Christi” si è rivelata così per ciò che era: un inizio. Un varco aperto verso la Grande Settimana, un invito a entrare nel Mistero pasquale non da spettatori, ma da partecipi. E mentre le porte della cattedrale si richiudevano alle spalle dell’assemblea, tra le pietre antiche e le luci soffuse restava nell’aria una certezza sottile ma luminosa: quella croce, entrata tra le note di un canto, continuava a camminare nei cuori, perchè la Passione non è rimasta racconto: è diventata presenza.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.







