Omelia nella Messa animata dai cori parrocchiali in memoria di santa Cecilia
chiesa SS. Salvatore, Alessano – 22 novembre 2025.
Cari fedeli e cari cantori,
celebriamo la memoria di santa Cecilia, una martire cristiana vissuta tra II e III secolo. La sua storia, avvolta nella forza della fede e del martirio, ci consegna un’immagine semplice e potente. La tradizione infatti afferma che Cecilia “cantava nel cuore a Dio”. In questa espressione si riflette il senso profondo della musica sacra: non semplice ornamento, ma preghiera che prende forma di suono, linguaggio capace di unire la comunità e di elevare l’anima. Fin dal Medioevo, e soprattutto a partire dal XIV secolo, santa Cecilia divenne simbolo e protettrice del canto sacro, in particolare del canto gregoriano. Numerosi compositori (come Gounod, Purcell, Britten) le hanno dedicato opere e odi.
La festa liturgica si celebra il 22 novembre, una data che nel corso dei secoli è diventata occasione privilegiata per concerti sacri, celebrazioni corali e iniziative musicali nelle chiese. Celebrare santa Cecilia significa ricordare che la musica è un dono da coltivare con cura, passione e responsabilità. È servizio, è arte, è annuncio. È soprattutto un modo per far risuonare, oggi come allora, la presenza di Dio nelle nostre vite. Siete convenuti questa sera per animare la liturgia eucaristica. In questa circostanza, voglio sottolineare il valore che ha il vostro ministero in quanto canto del credente, dell’innamorato e del pellegrino.
Il canto del credente
Il canto del credente sgorga dalla fede. Non è solo esecuzione musicale, ma proclamazione di ciò in cui si crede. È la voce del credente e della comunità cristiana che si unisce alla preghiera della Chiesa e diventa testimonianza e proclamazione della sua fede. Il canto esprime fiducia in Dio, sostiene il cammino della comunità, unisce i credenti nell’unica lode. Nell’Esposizione sul Salmo 123, Agostino ricorda che camminiamo nella fede e non nella visione e descrive i credenti come pellegrini in cammino verso la patria del cielo: «Adesso è il tempo della fede, mentre in seguito verrà la visione. Finché dura la fede, siamo in questo mondo ed ha luogo la speranza; quando nel mondo avvenire saremo ammessi alla visione avremo il possesso della realtà»[1].
Il canto della fede è un canto nuovo. Sempre sant’Agostino ricorda: «L’uomo nuovo conosce il cantico nuovo. Il cantico è un fatto d’allegrezza e, se consideriamo la cosa con maggior diligenza, è un fatto d’amore, sicché chi sa amare la vita nuova sa cantare il cantico nuovo. Occorre quindi che si precisi quale sia la nuova vita a motivo del cantico nuovo. Rientrano infatti nell’unico regno tutte queste cose: l’uomo nuovo, il cantico nuovo, il testamento nuovo, per cui l’uomo nuovo canta il cantico nuovo e appartiene al Testamento nuovo»[2].
Non si tratta di melodie inedite, ma di un cuore rinnovato. Il canto nuovo è il canto dell’uomo che si lascia trasformare da Cristo, che vive nella carità e si apre alla speranza. Questo canto non si esegue solo con la voce, ma con la vita perché sono nuove le parole di chi ama, nuovo il cuore di chi perdona, nuovo il canto di chi vive nella grazia. Il canto nuovo (canticum novum) non è semplicemente un canto diverso, più bello o più recente, ma è il canto dell’uomo nuovo, rinnovato da Cristo.
Sant’Agostino ci ricorda che ciò che è nuovo appartiene all’uomo nuovo: non si tratta di una melodia diversa, ma di un cuore rinnovato dalla grazia[3]. Ogni gesto di carità, ogni parola di pace, ogni atto di fede diventa parte di questo canto: un canto che non passa, che cresce con noi e con Dio. Cantare al Signore significa offrire la nostra vita come lode, lasciarci trasformare dalla sua misericordia, aprirci all’amore che rinnova ogni giorno. Questo canto nuovo è anticipazione della liturgia del cielo. È il canto della gioia in Dio.
Il canto dell’innamorato
Fonte del canto è l’amore. Il canto è espressione dell’amore. «Cantare – afferma sant’Agostino – è proprio di chi ama (cantare amantis est). La voce di questo cantore è il fervore di un santo amore»[4].
Nel silenzio della notte chiara, il cuore sospira. Ogni stella trema al pensiero
dell’amato. E il sogno cerca nel buio dell’anima. Nel canto silenzioso del cuore, ogni parola diventa preghiera e ogni sospiro una promessa eterna. Sant’Agostino si chiede: «Cosa cantano dunque costoro? Cosa cantano queste membra di Cristo? Son persone che amano, e cantano d’amore, cantano di desiderio. Talvolta cantano provati dalle tribolazioni, talvolta cantano di gioia ed è quando a cantare li muove la speranza»[5].
Il canto nasce dall’amore: chi ama Dio, il prossimo, la vita, esprime la propria lode con la voce e con la vita stessa. Non è solo desiderio: è bisogno, è necessità. Questo canto non è fatto di parole vuote, ma di ogni battito che incrocia un’armonia invisibile ma palpabile. Anche le piccole cose non smettono mai di parlare. L’amore è un viaggio senza mappe, un cammino che ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo. Non è solo il battito accelerato davanti a un sorriso o le parole sussurrate nella notte, ma anche la quiete che nasce nel cuore quando sappiamo di essere compresi.
Amare significa vedere l’altro nella sua totalità: la luce e l’ombra, i sogni e le paure. Significa camminare accanto, anche quando la strada è impervia, sostenersi senza possedere e fidarsi senza garanzie. L’amore ci trasforma: ci rende più pazienti, più coraggiosi, più veri. Spesso è fragile, eppure è la forza più grande che conosciamo. Ci insegna che la felicità non è un luogo, ma un incontro: l’incontro tra due anime che scelgono di crescere insieme, di sfidare il tempo e le difficoltà, di cercarsi anche quando il mondo sembra volersi allontanare. In fondo, l’amore è un rischio che vale la pena correre, una luce che illumina anche i giorni più bui e un dono che, quanto più lo condividiamo, tanto più cresce dentro di noi.
Per questo sant’Agostino esortava: «Amiamo, amiamo in dedizione spontanea: è Dio infatti che amiamo, niente troviamo che sia da preferirsi a lui. Amiamo lui per sé stesso e noi in lui, sempre però a motivo di lui. Ama l’amico di amore sincero colui che ama Dio nell’amico, o in quanto Dio è nell’amico o perché Dio sia nell’amico»[6].
Il canto del pellegrino
La vita è un pellegrinaggio e Cristo è la via da percorrere. Il discepolo deve incamminarsi su questa via. I cristiani, per la loro stessa natura, sono «stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11); stranieri (πάροικοι) cioè non completamente “di casa” nel mondo, perché la loro cittadinanza definitiva è nei cieli (cfr. Fil 3,20); pellegrini (παρεπίδημοι) persone in cammino verso una patria futura, non ancora raggiunta. L’immagine richiama Abramo, che “soggiornava come straniero” nella terra promessa (Eb 11,13).
Ciò significa che essi devono vivere nel mondo senza identificarsi completamente con esso. Devono invece orientare la vita verso una meta più alta (Dio, il Regno), mantenere uno stile sobrio, distaccato, vigilante, sentirsi in cammino, sempre in ricerca. Questo atteggiamento richiama alcune implicazioni esistenziali: non attaccarsi troppo alle cose che passano; avere uno sguardo “oltre”, pieno di speranza; vivere responsabilmente nel mondo, compiendo un pellegrinaggio spirituale verso la “patria” ultima e definitiva.
A tal proposito sant’Agostino scrive: «Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente angustiata, lassù da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù in patria. Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia. Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, poiché, al dire dell’Apostolo ci sono certuni che progrediscono in peggio. Se tu progredisci, cammini; ma devi progredire nel bene, nella retta fede, nella buona condotta. Canta e cammina!»[7]
Il pellegrino non canta per intrattenere: canta per orientarsi. È una bussola emotiva. Nelle tradizioni antiche il canto aiutava a tenere il ritmo, a scacciare la solitudine e, in certi casi, a mettere ordine nelle paure notturne che inevitabilmente affioravano lungo la via.
Quando si parla di “canto del pellegrino”, spesso si allude a un modo di raccontare il mondo in movimento: un miscuglio di nostalgia, meraviglia, e quel particolare tipo di coraggio che nasce dal non sapere che cosa si trova dopo la prossima curva. È una metafora potente sia nella letteratura sia nella filosofia: l’essere umano come viandante, sempre a metà del percorso, sempre con un bagaglio troppo pesante e una curiosità che non si spegne mai. Il canto cambia a seconda di chi lo immagina: può essere solenne come in certi testi spirituali, ironico come nei resoconti medievali dei viaggiatori smaliziati, o persino un po’ fantascientifico se si pensa al pellegrino come a un esploratore cosmico che attraversa distanze interstellari.
Il pellegrino avanza anche lungo sentieri irti di difficoltà e ancora lucidi di pioggia. Ogni passo affonda in un odore di terra nuova, come se il mondo fosse stato appena impastato. La melodia gli nasce in gola senza che lui la pensasse. Non è un canto antico né uno appreso: è il suono esatto del suo viaggio. Le pietre sembrano ascoltare. Gli alberi, stillanti gocce, tremano come corde pizzicate. Il pellegrino capisce che non canta per sé, ma per il sentiero. Ogni luogo che attraversa resta muto finché qualcuno non gli dà voce. Quando il canto finisce, il mondo ricade nel suo quieto brusio. Ma nel silenzio c’è un cambiamento: non è più solo un viandante che cerca una meta. Egli è diventato parte della strada. E la strada, forse, diventa parte di lui.
Il pellegrino non canta per mostrare chi è, ma per scoprire chi sta diventando. Non canta quando arriva, ma mentre procede. Il canto diventa un atto di auto-rivelazione. È il paesaggio interiore che trova suono attraverso il viandante. È un simbolo della gioia che nasce nel mezzo del divenire, non alla sua conclusione. Si compie così un dialogo ineffabile e appagante con sé stessi, con Dio e con il mondo.
[1] Agostino, Esposizione sul salmo, 123, 2.
[2] Id., Discorso, 34, 1.
[3] Id., Esposizione sul salmo, 33,1.
[4] Id., Discorso, 336, 1.
[5] Id., Esposizione sul Salmo, 123, 2.
[6] Id., Discorso, 336, 2.
[7] Id., Discorso, 256, 3.
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