La Segreteria generale del Sinodo ha pubblicato ieri il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.2 su “Ascoltare il grido dei poveri e della terra” e quello della Commissione Secam (Simposio delle conferenze episcopali d’Africa e Madagascar) su “La sfida pastorale della poligamia”.

 

 

Ascoltare i poveri e la terra non è “un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano”. È quanto si legge nel Rapporto finale del Gruppo di studio n. 2 (SCARICA). Il termine “ascolto – scrive il card. Czerny nella sua prefazione – designa un processo integrale che comprende l’incontro, la comprensione del problema, l’azione, la valutazione e il sostegno spirituale, e che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero”.

Di qui la domanda: “come può la Chiesa ascoltare meglio questi due gridi interconnessi, consapevole che rispondere al grido dei poveri significa anche rispondere al grido della terra, e viceversa?”. Dopo aver delineato le modalità di lavoro, i limiti riscontrati e le lezioni apprese, il Rapporto individua gli strumenti già disponibili nella Chiesa – parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche e internazionali – e ne valorizza la ricchezza, invitando al contempo a “superare la tentazione di una delega illegittima verso strutture specializzate, richiamando ogni battezzato alla corresponsabilità”.

Tra le proposte concrete, la creazione di un Osservatorio ecclesiale sulla disabilità, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, “quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati”.

Sul piano teologico, il Rapporto richiama la necessità di “una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali”.

Forte attenzione è riservata alla formazione: “i programmi formativi per laici, religiosi e seminaristi devono integrare l’incontro diretto con le periferie esistenziali, la competenza all’ascolto come disciplina spirituale – non solo come tecnica – e l’analisi sociale”. Il documento si conclude con una visione di Chiesa sinodale capace di diventare essa stessa “strumento di ascolto, non limitandosi ad avere strutture per ascoltare, ma trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili”.

 

“IL MATRIMONIO CRISTIANO È MONOGAMICO PER NATURA”

“Il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale”. È quanto si legge, invece, nel Rapporto della Commissione Secam, in cui si ribadisce il “no” alla poligamia, già sancito da un recente documento del Dicastero per la dottrina della fede, pubblicato nel novembre 2025.

Sul piano pastorale, il Secam “esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico”.

“Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo”, si precisa nel Rapporto: “La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria – madre di Gesù – offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura”.

Il Rapporto prende avvio dal riconoscimento del “valore sacro della famiglia africana, fondata sull’alleanza tra i gruppi umani, con gli antenati e con Dio, in cui il figlio è considerato benedizione divina e il desiderio di numerosa discendenza parte integrante dell’identità comunitaria”. È in questo orizzonte che si colloca storicamente l’esistenza della poligamia, “fenomeno non esclusivo dell’Africa ma ivi particolarmente radicato e pastoralmente urgente”.

Tollerata nell’Antico Testamento, si ricorda nel Rapporto, la poligamia “è progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù – richiamandosi al disegno originario del Creatore – afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio”.

La conclusione del documento apre a una “pastorale di prossimità, capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’Alleanza”.

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