Articolo in “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
mercoledì, 4 marzo 2026, pp. 1 e 11.
 

«Parole, parole, parole» cantava Mina in un famoso duetto con Alberto Lupo. E con la maestria che tutti le riconoscono, interpretava in modo magistrale anche la bellissima canzone “La voce del silenzio”. Un titolo, questo, che affascina proprio perché esprime, con un ossimoro, il rapporto dialettico che esiste tra parola e silenzio.

A ben vedere, i due termini sono correlativi tra di loro, ed anche al loro stesso interno sono ambivalenti. Entrambi, infatti, possono avere un significato positivo o un’accezione negativa. Nel loro reciproco rapporto, possono richiamarsi vicendevolmente quasi fossero amici di lungo corso o, al contrario, respingersi e duellare tra di loro fin quasi ad annullarsi. Le parole possono essere balsamo e medicina, ma possono anche diventare frecce e spade sguainate. Anche il silenzio può significare sorda incomunicabilità o dialogo con sé stessi e apertura al trascendente. Solo l’equilibrio tra i due permette un dialogo autentico. Il silenzio non annulla la parola, ma la rende più significativa.

Le grandi tradizioni religiose hanno sempre avuto in grande onore la parola e l’hanno intesa non solo come uno strumento di comunicazione, ma come una realtà sacra e potente in quanto ponte tra l’umano e il divino. La parola, infatti, ha una qualità rivelatrice e un’azione trasformante oltre a un’ineliminabile responsabilità morale e spirituale che diventa sorgente di vita e orientamento per l’esistenza.

Anche in ambito filosofico la parola riveste un enorme valore. Nell’antica Grecia il logos non significava solo parola, ma anche ragione e principio ordinatore dell’universo. Per filosofi come Platone e Aristotele, la parola consentiva all’uomo di distinguere il giusto dall’ingiusto e di vivere in accordo con la città. Nel pensiero moderno e contemporaneo, la riflessione sul linguaggio è diventata ancora più centrale. Ludwig Wittgenstein sostiene che i limiti del nostro linguaggio sono anche i limiti del nostro mondo: comprendiamo la realtà attraverso le parole che usiamo. Martin Heidegger, dal canto suo, afferma che “il linguaggio è la casa dell’essere”, nel senso che tramite la parola l’essere si manifesta e acquista significato.

Nella società contemporanea, invece, le parole vengono pronunciate con leggerezza e la velocità della comunicazione, soprattutto attraverso i social media, rende tutto più superficiale. Le parole si consumano rapidamente e vengono sostituite da nuove frasi, nuovi slogan, nuove opinioni. Il linguaggio diventa più ambiguo e, a seconda dei casi, le parole possono chiarire o confondere, unire o dividere, costruire dialogo o generare conflitto, ferire o curare.

La parola riscoprirà il suo vero significato se riacquisterà il valore del silenzio, che non è il vuoto, ma lo spazio per pensare, sentire, respirare. Tra le parole affrettate del mondo, il silenzio ascolta, comprende, cura. È nel silenzio che nascono le idee, la mente si chiarisce, il cuore parla senza voce. Chi sa stare in silenzio scopre la ricchezza nascosta nelle pause, dove la vita si fa più vera.

Purtroppo, nel nostro tempo anche il silenzio è spesso sottovalutato. Tuttavia, proprio dove le parole corrono veloci e i rumori ci sommergono, saper tacere diventa un atto di saggezza e di comprensione, di rispetto e di presenza. Nel silenzio ritroviamo noi stessi, scopriamo le giuste risposte a domande fondamentali, coltiviamo la pace interiore.

La natura è maestra del silenzio. Il vento tra gli alberi, il fruscio dell’acqua, il canto lontano di un usignolo: tutto parla comunicando emozioni e armonia senza suoni che disturbano. Imparare a riconoscere e apprezzare i momenti di silenzio significa riscoprire un linguaggio più autentico, capace di dare senso alla vita.

Occorre, pertanto, ricreare l’armonia tra parola e silenzio. Se la parola ha il potere di esprimere emozioni e idee, il silenzio ha il potere di dare profondità e rendere comprensibili le parole. L’equilibrio tra i due permette un dialogo autentico: il silenzio non annulla la parola, ma la rende più significativa. E invece, parlarsi addosso o parlare senza mai fermarsi rischia di trasformare la comunicazione in rumore. Allo stesso tempo, tacere senza parlare rischia di isolare e creare incomprensione. In un mondo rumoroso, chi sa unire parola e silenzio sa ascoltare, capire e vivere pienamente. Il silenzio, infatti, ha una sua preziosità: rigenera la persona e costruisce una società più umana.

A tal proposito, il filosofo coreano Byung-Chul Han, nel suo libro recente ancora inedito in Italia, Parlare di Dio: un dialogo con Simone Weil (Sprechen über Gott: Ein Dialog mit Simone Weil) afferma: «Al capitalismo non piace il silenzio. Quanto maggiore è la produttività, tanto maggiore il rumore. Il rumore moltiplica il capitale. E il capitale fa rumore per moltiplicarsi. Il silenzio non produce. La pressione neoliberale del rendimento e l’ottimizzazione, come espressione interna, racchiude l’anima nel sottometterla ad un eccesso di rumore». 

Occorre reagire e dobbiamo farlo in fretta. Senza una parola avvolta dal silenzio e un silenzio colmo di una densità comunicativa la società sprofonderà nell’incomunicabilità, nella “confusione delle lingue” come nell’antica Babele, e perfino nel non senso e nella disperazione. Certo, le parole possono offendere, tormentare e umiliare, ma se avranno il sapore del silenzio, saranno capaci di creare condivisione tra le persone, si trasformeranno in un salutare balsamo capace di guarire le ferite dell’anima e diventeranno materiale adatto a costruire una società a misura d’uomo, dove sarà anche possibile percepire la silenziosa voce di Dio. Gesù Cristo, infatti, è il Verbo ossia la Parola eterna, generata dall’insondabile e ineffabile silenzio del Padre. 

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