Omelia nella Messa del giorno di Natale
Chiesa Cattedrale, Ugento 25 dicembre 2025.
Cari fratelli e sorelle,
il Natale di quest’anno si ammanta della gioia che abbiamo vissuto durante il Giubileo della speranza. Al termine di questo cammino ci chiediamo quale sia il frutto che ci lascia. La celebrazione in questo giorno di Natale ci offre la giusta risposta: Gesù Bambino ci dona una speranza stabile. Il Natale, infatti, non è solo la rievocazione storica della nascita di Gesù, ma è anche il gioioso annuncio che egli è contemporaneo con la storia degli uomini. E dunque è veramente presente anche nel nostro tempo. Gesù nasce oggi ci offre il dono più bello che potevamo desiderare: una speranza stabile!
La speranza e la società liquida
Viviamo infatti in una società liquida. Questa definizione è stata introdotta dal sociologo Zygmunt Bauman per descrivere la condizione della società contemporanea, caratterizzata dalla fluidità e dall’instabilità delle relazioni sociali, dei legami umani, del lavoro e delle identità. È un concetto opposto alla società “solida”, tipica del passato, in cui le strutture sociali, le istituzioni e i rapporti erano più stabili e prevedibili.
Il principale punto caratterizzante il mondo odierno è la fluidità della persona, delle relazioni e delle istituzioni.Nulla sembra durare nel tempo. Tutto è più fugace, flessibile e temporaneo, tutto scorre velocemente, tutto cambia rapidamente e nulla sembra stabile o permanente, dai rapporti umani al lavoro, dalle identità personali alla cultura. L’identità personale è in continuo cambiamento. Gli individui si definiscono in maniera più flessibile, reinventandosi più volte nella vita, senza punti di riferimento fissi se non il consumismo e l’individualismo. Ciò si riflette nei legami affettivi e familiari che sono sempre meno duraturi. Forte è anche l’instabilità lavorativa ed economica. I lavori spesso sono a tempo determinato, freelance e contratti precari sostituiscono posti fissi e sicuri. La carriera è meno lineare.
Molti sono spinti a costruire la propria vita in base a scelte personali e consumistiche, piuttosto che a norme sociali consolidate. Avanza in tutti l’incertezza e l’ansia, sentimenti che producono insicurezza e senso di precarietà. La fluidità moderna pervasivamente invade la società e pone alcuni parametri specifici: il relativismo morale, le verità assolute sono spesso contestate e la fede sembra “fuori moda”; l’individualismo estremo che spinge a porre l’attenzione alla realizzazione personale più a sviluppare il senso di comunità; la velocità dei cambiamenti fa apparire obsoleti e poco pratici i valori tradizionali.
Questi fattori richiedono una fede matura, capace di dialogare con il mondo senza perdere la propria stabilità. Nella società liquida, dove tutto sembra scivolare via, la fede e la speranza in Cristo offrono un’ancora stabile. Non eliminano le difficoltà della vita moderna, ma permettono di affrontarle con coerenza, senso e serenità. La stabilità non è rigidità, ma radicamento in una verità che trascende il tempo e le mode.
Occorre dare sostanza alla vita spirituale attraverso la partecipazione ai riti e la pratica quotidiana della preghiera, della meditazione, della lettura della Bibbia, della partecipazione alla comunità. La formazione spirituale deve basarsi sulla comprensione profonda del senso delle Scritture e della tradizione cristiana. La comunità deve generare e coltivare legami forti con altre persone di fede per sostenersi a vicenda. La testimonianza deve caratterizzarsi per “cospirazione interpersonale” tra i credenti in modo da vivere i valori cristiani anche nella società liquida, diventando segni concreti di stabilità e di speranza.
La speranza, un’àncora sicura e salda
La Lettera agli Ebrei sottolinea il valore della speranza come un’ancora sicura e stabile. «Noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi» (Eb 6,18-20).
Papa Francesco, nella bolla di indizione del Giubileo, ha richiamato il valore di questo riferimento biblico: «L’immagine dell’àncora – egli ha detto – è suggestiva per comprendere la stabilità e la sicurezza che, in mezzo alle acque agitate della vita, possediamo se ci affidiamo al Signore Gesù. Le tempeste non potranno mai avere la meglio, perché siamo ancorati alla speranza della grazia, capace di farci vivere in Cristo superando il peccato, la paura e la morte. Questa speranza, ben più grande delle soddisfazioni di ogni giorno e dei miglioramenti delle condizioni di vita, ci trasporta al di là delle prove e ci esorta a camminare senza perdere di vista la grandezza della meta alla quale siamo chiamati, il cielo»[1]. Anche sant’Agostino afferma che la speranza è «quasi un’àncora per non naufragare turbati in questo mare»[2] gettata nel porto sicuro della patria celeste.
L’ancora è la metafora della speranza e della perseveranza. Chi ha fede in Cristo rimane saldo nonostante le “tempeste” della vita. Nei primi secoli, i cristiani usarono l’ancora come simbolo segreto della fermezza e della stabilità della fede nei momenti di prova. Era un modo di rappresentare la croce in forma stilizzata, senza attirare l’attenzione. Trasmetteva l’idea che, anche se la vita è turbolenta la speranza in Dio permette di rimanere saldi.
Sant’Agostino afferma con chiarezza disarmante: «Anche la nostra speranza non durerà per l’eternità»[3], perché sperare è proprio dell’attesa. Essa è una lucerna che arde nella notte, nutrita dalla Parola di Dio [4]. Il Vescovo di Ippona paragona la speranza anche a un uovo: «La speranza, infatti, non è ancora giunta alla realtà, come anche l’uovo è qualcosa ma non è ancora il pulcino»[5]. Come l’uovo contiene il pulcino in potenza, ma non ancora in atto, così la speranza custodisce il compimento, senza anticiparlo. È un’immagine che invita alla pazienza, alla cura, all’attesa fiduciosa. L’uovo è fragile e chiuso in un guscio: va protetto, scaldato, maturato. Così la speranza, perché viva, ha bisogno di tempo, silenzio, perseveranza. Non si può rompere per accelerare la nascita del pulcino, come non si può forzare il tempo del compimento spirituale. La speranza, in questo senso, è già un modo di abitare il tempo: non nell’ansia del risultato immediato, ma nella fiducia che ciò che oggi è nascosto verrà alla luce.
In un mondo che premia l’immediatezza e ridicolizza l’attesa, la metafora agostiniana dell’uovo suona come un invito controcorrente: saper attendere ciò che conta, proteggere ciò che cresce nel silenzio, protendersi con fiducia verso ciò che non si vede, ma che è promesso: «Slanciati verso ciò che ti sta davanti, dimentica il passato»[6]. In fondo, la speranza – come l’uovo – è un gesto di fiducia nel futuro e nella fedeltà di chi lo ha promesso.
Per Agostino, la speranza ha un nome e un volto: Cristo. È lui la via, la garanzia, il compimento. Nella sua passione vediamo la pazienza necessaria a vivere l’attesa; nella sua resurrezione, la certezza che ciò che oggi è sperato sarà domani posseduto. «Noi vediamo, in Colui che è nostro capo, ciò che speriamo» [7]. Il cristiano non spera al buio: la luce si è già manifestata nel Risorto. E se anche il cammino è faticoso, la gioia non è assente e la vita è già piena di un’attesa feconda: «Abbiamo già ricevuto l’alleluia della speranza, e quando sarà il tempo, canteremo l’alleluia della realtà»[8]. Anche ora, nella fatica, si può intonare il canto della speranza e dell’amore.
La speranza è un dono
La speranza non è una conquista, ma un dono cioè una virtù teologale. Ci è data, non è il risultato del nostro impegno. Come in ogni dono, anche nella speranza chi riceve questo dono dovrebbe coltivare il proprio oblio, nascondere il suo nome, cancellarsi nell’atto stesso del suo dono. Il dono interrompe il circuito ordinario dello scambio. Per questo Gesù esorta: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3). Il dono più puro è, infatti, un dono che cancella l’ego di chi lo compie.
Basta un niente per fare un dono. L’essenza del dono non è tanto in ciò che si dona, l’oggetto materiale, ma il doppio segno che ogni dono costituisce: il segno della mia volontà di essere presente per l’altro e il segno della presenza dell’altro in me. Il vero dono è quello della propria mancanza. Si dona quello che non si ha. Nell’amore non si dona, infatti, qualcosa, ma si dona se stessi, si dona la nostra mancanza. Ti dono, dunque, non quello che ho, ma quello che non ho.
Nel donare non è la riconoscenza di chi riceve il dono a dare valore al dono perché l’atto di donazione si realizza solo in sé stesso e non nell’essere ricambiato. Non si dona per ricevere qualcosa. Nel donare, piuttosto, si manifesta la forma più essenziale dell’amore. Per questo ogni volta che c’è dono, il donatore non reclama in nessun modo una contropartita. E per questo l’amore è l’emblema della donazione: l’amante non ama per essere amato, ma per amare. Non c’è alcuna attesa di essere rimborsato. L’amore non si realizza nell’essere amati ma solo nell’amare.
Il dono ha la forma della grazia insondabile. È l’incontro imprevisto, la possibilità inaudita, l’occasione che non attendevamo e che eccede ogni previsione ed ogni calcolo. Qui risiede l’essenza della speranza e la sostanza della fede. Nell’intreccio tra fede e speranza l’amore si esalta e riempie di gioia la vita. Nel tempo e nell’eternità.
[1] Francesco, Spes non confundit, 25.
[2] Agostino, Esposizione sui Salmi, 64, 3.
[3] Id., Discorso, 313F, 1.
[4] Id., Discorso, 37, 11.
[5] Id., Discorso, 105, 5.7.
[6] Ibidem
[7] Id., Discorso, 157, 3.
[8] Id., Discorso, 255, 5, 5.
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