Il Museo diocesano “Aldo Garzia” di Nardò si arricchisce di un nuovo e significativo reperto con il recupero di una preziosa pianeta violacea in seta, riccamente ricamata con fili d’oro, appartenuta al vescovo di Nardò Giuseppe Ricciardi, in carica dal 1888 al 1908. L’indumento liturgico, di manifattura ignota ma di altissimo livello qualitativo, è impreziosito da eleganti decorazioni fitomorfe raffiguranti grappoli d’uva, spighe di grano e gigli, evidenti richiami alla simbologia eucaristica e alla purezza mariana, secondo un linguaggio iconografico pienamente coerente con il gusto liturgico tra Otto e primo Novecento.

L’attribuzione al presule neritino è comprovata dallo stemma vescovile finemente ricamato sul retro della pianeta, accompagnato dal motto episcopale quasi ignis ardens. Lo stemma risulta infatti: diviso in due parti, nella prima d’azzurro al sinistrocherio d’oro con la fiaccola dello stesso, caricata di tre comete a sei raggi d’oro male ordinate; nel secondo al naturale, con il pino nutrito sulla pianura erbosa, fiancheggiante il lago con pesci al naturale, e il sole d’oro uscente dall’angolo superiore destro. Un complesso araldico di grande raffinatezza, che unisce simbologia spirituale e identità personale, reso con una perizia tecnica di notevole pregio.

Restano ignote le vicende che hanno condotto la pianeta lontano da Nardò e dalla sua originaria collocazione ecclesiale. Non si conosce infatti come il paramento sia giunto fino in Sicilia, dove è stato individuato e prontamente acquistato dal direttore del Museo diocesano “Alfo Garzia”, mons. Giuliano Santantonio, scongiurandone così un’ulteriore dispersione. Una volta sottoposta a un accurato intervento di restauro, la pianeta entrerà stabilmente a far parte della già ricca collezione di abiti liturgici del museo.

Il recupero di questo paramento consente anche di richiamare la figura di Giuseppe Ricciardi, annoverato tra i grandi vescovi della Chiesa neritina. Il suo nome è legato in modo particolare e indelebile alla Cattedrale di Nardò. Il glorioso tempio romanico-pugliese, eretto alla fine dell’XI secolo, era stato nel tempo gravemente compromesso dalle difficili condizioni del sottosuolo acquitrinoso e da sovrastrutture barocche che ne avevano alterato e nascosto l’originaria fisionomia. Dopo le prime valutazioni compiute dal suo predecessore Michele Mautone (1876–1888), orientate persino alla demolizione, fu Ricciardi, forte di fine intuito storico e artistico, oltre ad essere Ispettore Onorario per i Monumenti, a comprendere la necessità di riportare la Cattedrale ai suoi primi fastigi, liberandola dalle aggiunte seicentesche e settecentesche che ne avevano soffocato l’identità.

Ispirandosi idealmente al motto del suo episcopato, quasi ignis ardens, Ricciardi volle rimuovere la cenere sotto cui ardeva ancora il fuoco: il vero tempio, l’artistica Basilica Cattedrale di Nardò, nascosta sotto stucchi e rivestimenti imposti dai gusti del tempo. Grazie alla sua tenacia e alla collaborazione di valenti tecnici e studiosi – tra cui G. Boni, A. Tafuri, C. Maccari, E. Bernick e P. O. Armanini – il monumento poté rinascere, restituendo alla città uno dei più alti esempi di architettura romanico-pugliese.

In questo contesto, la pianeta recuperata non è solo un prezioso manufatto tessile, ma una testimonianza tangibile della figura e dell’opera di un vescovo che, come fuoco ardente, seppe illuminare e rinnovare uno dei capitoli più importanti della storia ecclesiastica e artistica di Nardò.

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