Si tratta di un’intervista immaginaria a san Vincenzo, diacono e martire, a cui mons. Angiuli si sostituisce nella risposta alle domande: Il testo è stato pubblicato in occasione della festa liturgica di https://www.unitineldono.it/santi/san-vincenzo-diacono-e-martire/ 22 gennaio 2026.
Oggi il diaconato ha ripreso un ruolo centrale nella vita della Chiesa. Cosa significava per te essere diacono nel tuo tempo, e quali elementi di quel servizio ritieni ancora preziosi per chi oggi si dedica a questa vocazione?
Com’è noto, il vescovo Valerio mi ordinò diacono a 22 anni, proprio per la mia capacità di saper parlare e predicare. Per questo, ritengo che il tema del diacono come “servo della Parola” sia – nel mio tempo, come nel vostro – molto importante. Il “servizio della parola” è da intendersi non soltanto in riferimento a quella scritta e a quella virtuale, ovvero a quella che caratterizza il modo di dialogare con i mezzi di comunicazione del vostro tempo, ma soprattutto alla parola orale. Questa ha una forza persuasiva molto efficace e porta dentro di sé anche una dimensione veritativa.
È possibile allora parlare e predicare il Vangelo attraverso l’oralità, in particolare modo attraverso l’omelia e la catechesi. A questo proposito si veda quanto scritto da Papa Francesco in Evangelii gaudium.
Il secondo è il servizio della carità, che ha sempre una grande importanza per far comprendere il senso del Vangelo. Naturalmente, anche nella vostra epoca, ci sono molte forme di servizio alla carità. Bisogna lenire i bisogni di carattere materiale, ma occorre sviluppare anche una sorta di carità per aiutare la dimensione psicologica. Si sa che oggi molte persone fanno uso di psicofarmaci, e questo richiama la necessità di saper parlare all’anima delle persone.
C’è poi una carità di carattere pedagogico, che serve per accompagnare i giovani verso il saper aprirsi alla vita. Esiste, inoltre, la carità di carattere spirituale, perché molto spesso, oggi, le persone vivono in una mancanza di senso; dunque, bisogna sostenerle attraverso la dimensione spirituale.
Infine, direi che un altro aspetto del servizio diaconale è quello di essere “ministro della consolazione”. Bisogna ascoltare le persone, rimanere accanto a loro, vivere una relazione empatica. Insomma, come il buon samaritano bisogna aiutare gli altri nei momenti di sofferenza e di crisi attraverso una parola che sia capace di consolare e ravvivare il desiderio di vivere.
Ti hanno descritto come un uomo di grande cultura e coraggio. Da dove traeva forza il tuo cuore, e quali tre consigli daresti agli studenti universitari per vivere con integrità, passione e fede, mettendo la cultura al servizio dei valori cristiani?
Intanto, la mia forza e il mio coraggio mi venivano soprattutto dal contatto con Gesù. In un bellissimo discorso, Sant’Agostino di me ha detto: «Vincenzo vinceva, ma in realtà il vincitore era Colui al quale egli apparteneva». In questo caso, sant’Agostino ha descritto benissimo la mia persona, perché la vittoria che io ho riportato contro tutte le forme di persecuzione, è di certo attribuibile non alla mia persona, ma alla presenza di Cristo. Questa dovrebbe essere anche la forza che deve aiutare gli studenti universitari a mantenere viva la loro passione e il loro desiderio di servire attraverso la cultura.
Sento di dare loro tre consigli. Innanzitutto, quello di usare sapientemente le nuove tecnologie informatiche, perché non si cada in una forma di dipendenza, ma si resti liberi e capaci di proporre contenuti di verità, anche oltre gli schermi. Certo, queste nuove modalità sono utili e positive, a patto però di saperle usare bene. Come secondo consiglio, bisogna mantenere viva la curiosità, che proprio le tecnologie informatiche possono in un certo senso smorzare, fornendo risposte veloci e pronte, ma che talvolta si fermano alla superficialità senza approfondire la capacità di penetrare i concetti. Il terzo consiglio che darei è che si impara non solo dai libri, ma soprattutto dalle relazioni con gli altri. Si trasmette la cultura imparando dalla vita, non soltanto dalle carte o dai testi. Allora, occorre essere attenti a mantenere i legami, perché solo attraverso la relazione con il prossimo si impara a conoscere gli aspetti di cui altri sono portatori.
Hai affrontato il governatore Daciano, uomo potente e violento, subendo tremende prove per la tua fedeltà a Cristo. Come hai trovato la forza di resistere, e quale insegnamento può offrire oggi ai cristiani che faticano a essere testimoni della fede in contesti dove sono minoranza?
Effettivamente, le prove a cui sono stato sottoposto sono state molto dure. Tuttavia, sempre sant’Agostino in un altro suo discorso interpreta bene quello che è stata la mia persona. Così egli ha scritto della mia persona: «Il martire Vincenzo vince a parole, vince nei tormenti, vince nella confessione, vince nella tribolazione, vince quando è arso dal fuoco, vince nella tortura, vince da morto». Queste parole del santo vescovo d’Ippona esprimono in una maniera efficace quello che è stata la mia vita e anche il mio modo di affrontare la persecuzione. La forza per affrontare tutto questo naturalmente mi veniva dalla fede, che oggi non è più scontata. Però c’è un aspetto significativo. Stanno riemergendo in questo contesto culturale – in cui sembrava che la fede fosse quasi esclusa della vita – molte realtà estremamente positive, soprattutto quando una persona riscopre la gioia della fede. È questo l’aspetto che vorrei sottolineare: la gioia della fede aiuta ad affrontare tutte le difficoltà e diventa veramente una testimonianza efficace per presentare anche agli altri la bellezza del Vangelo. Riscoprire la fede è dunque un momento gioioso che dona nuova energia, linfa vitale per affrontare le difficoltà che si presentano davanti nella vita quotidiana.
Cosa diresti oggi a un cristiano che si scoraggia nel servizio, quando le difficoltà sembrano insormontabili, il riconoscimento è scarso e la fatica quotidiana pesa? Quali parole di incoraggiamento potresti offrire per mantenere viva la motivazione?
Darei soprattutto tre suggerimenti: il primo è “armarsi della forza della pazienza”. Oggi si parla soprattutto della virtù della resilienza, come capacità di resistere anche in momenti di difficoltà. Poi, c’è la perseveranza, ovvero il coraggio di continuare ad affrontare le difficoltà, nonostante tutto. D’altra parte, il Vangelo stesso dice: «Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Lc 21,19). Per questo, a una persona scoraggiata per le avversità della vita, direi di avere la forza di continuare a lottare, perché bisogna sempre arrivare fino in fondo, e solo chi arriva fino in fondo comprende veramente il senso delle cose. L’ultimo consiglio è incentrato sull’attesa. Direi “l’attesa dell’inedito”, perché se ci si scoraggia e si desiste non si scoprono le cose belle che abbiamo davanti.
Allora, bisogna continuare a cercare nonostante le difficoltà, ad aprire la porta per sperimentare cose che apparentemente o in un primo tempo pensavamo di non poter trovare. “L’attesa dell’inedito” ci apre a qualcosa che all’inizio ci sembrava di non percepire o non vedere, ma che, di certo, rappresenta un antidoto contro lo scoraggiamento.
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