Articolo del Vescovo apparso su “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce
Giovedì 19 febbraio 2026, pp. 1 e 27.
La pubblicazione dei cosiddetti “Epstein files”, con tutte le complicità a livello internazionale, in parte già di dominio pubblico e in parte ancora da chiarire, e con tutti i risvolti immorali sul piano personale e su quello mediatico, invita a una riflessione circa il valore della persona umana.
Nell’analisi su quanto avveniva nell’isola di Jeffrey Epstein, alcuni commentatori hanno proposto un parallelismo con il film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, che come è noto prese spunto dall’opera “Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio”. L’autore è il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), libertino estremista, fervente sostenitore dell’ateismo, dell’edonismo, dell’assenza di ogni norma morale. Secondo Pierre Klossowski (1905-2001), de Sade avrebbe perseguito la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio.
Secondo altri commentatori, questa interpretazione non tiene conto del fatto che l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere e le relazioni con il maggior numero possibile di potenti in una rete incurante dei rischi, nella sicurezza di essere intoccabili o, come direbbe Nietzsche, di vivere in un mondo che sta “al di là del bene e del male”. Pertanto, nel caso Epstein, il punto discriminante non è tanto quello di proporre una rivalsa contro Dio come in de Sade, bensì di poter disporre degli esseri umani come “merce di scambio”, utilizzabile senza alcun limite e in dispregio di qualsiasi precetto morale e di ogni forma di umanità.
In questa prospettiva, alcuni ritengono più appropriato il riferimento a Julien Offray de La Mettrie (1709- 1751), l’illuminista, teorico del materialismo nichilista, che proponeva una lettura ontologicamente riduzionista e meccanicista dell’uomo. La svolta decisiva del suo pensiero avvenne con gli studi di medicina a Parigi e, soprattutto, con il perfezionamento a Leida sotto la guida di Herman Boerhaave (1668-1738), dal quale apprese il metodo clinico fondato sull’osservazione empirica e sull’analisi fisiologica dei fenomeni corporei. Da questa impostazione La Mettrie ricavò due convinzioni fondamentali: lo studio dell’uomo deve partire dal corpo; i fenomeni psichici sono strettamente connessi all’organizzazione fisiologica.
Nella sua opera principale, “L’Homme Machine” (“L’uomo macchina”, 1747), egli sostenne l’idea che l’uomo è un sistema biologico determinato da leggi fisiche, e che la mente non è altro se non il risultato dell’organizzazione biologica. Non si può assolutamente ammettere l’esistenza di un’anima razionale e spirituale. Le funzioni mentali derivano dal corpo e la coscienza è un prodotto della materia. Di conseguenza, nel “Discours sur le Bonheur” (“Discorso sulla felicità”, 1748), recuperando implicitamente motivi epicurei, egli concluse che, se l’uomo è macchina, il fine naturale diventa la ricerca del piacere e della felicità terrena. L’etica, pertanto, non deriva da principi trascendenti, ma dalla struttura naturale dell’essere umano.
Nel contesto dell’Illuminismo francese, La Mettrie rappresenta l’ala più audace e provocatoria: meno prudente di Voltaire, più riduzionista di Diderot, precursore del materialismo sistematico di d’Holbach. Radicalizzando il meccanicismo cartesiano e integrando l’empirismo inglese, egli giunse a identificare il pensiero con l’organizzazione corporea. La sua opera segnò così un passaggio cruciale nella storia del materialismo moderno, aprendo la strada a concezioni dell’uomo pienamente naturalistiche. Occorre rilevare che questa prospettiva ha trovato nuova forza nelle neuroscienze contemporanee, che mostrano come ogni attività mentale corrisponda a processi cerebrali misurabili. Gli umani sono solo macchine che possono servire per produrre piacere o dolore a chi le manovra.
Contro questa visione materialista, alcuni filosofi contemporanei di stampo spiritualista come William Hasker (1935), Brie Gertler (1967) e Bernardo Kastrup (1974), sostengono che l’uomo possiede una dimensione immateriale (anima o mente), che la coscienza non può essere ridotta a processi fisici e che la mente (o spirito) permette la libertà morale, la riflessione e la relazione con il trascendente.
Le due visioni contrastano tra di loro e ripropongono una sorta di dualismo tipico della cultura antica e moderna. A tal proposito, Benedetto XVI scrive: «Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. L’epicureo Gassendi, scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: “O Anima!”. E Cartesio replicava dicendo: “O Carne!”»[1].
L’antropologica cristiana, offrendo un quadro organico che integra corpo, anima e spirito, conferisce una prospettiva complessa e trascendente all’essere umano. Rispetto alla visione materialista, ribadisce la dimensione morale e trascendente, in difesa della libertà e della dignità dell’uomo. In relazione alla visione spiritualista, evita il dualismo tra lo spirito e il corpo, mantenendo l’unità ontologica dell’essere umano. L’uomo non può essere ridotto a macchina biologica, né può essere pensato come pura coscienza senza relazione con la realtà fisica e con il trascendente. Questa sintesi antropologica proposta dal cristianesimo valorizza tutte le dimensioni dell’essere umano (fisica, psichica e spirituale), esaltando la dignità, la libertà e la vocazione trascendete ed eterna dell’uomo.
[1] Benedetto XVI, Deus caritas est, 5.
clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca

