Dopo la bellezza del primo incontro, in cui abbiamo avuto modo di raccontarci e di riconoscerci reciprocamente, la seconda tappa del cammino formativo annuale proposto dall’Ufficio diocesano per il Laicato e della Consulta delle Aggregazioni Laicali ci ha invitato a compiere un passo ulteriore: passare dall’incontro alla comunione.
In ciascuna delle sei Foranie, i Consigli direttivi con i loro assistenti si sono ritrovati ancora una volta insieme. Questa volta per fermarsi, per sostare, davanti a una domanda essenziale che tocca la vita della Chiesa e il cammino di ciascuno: cosa significa davvero essere in comunione? Una parola che spesso pronunciamo con facilità, ma che chiede di essere riscoperta nella sua verità più autentica, quella che nasce dall’incontro con Cristo e si traduce in relazioni fraterne, in ascolto reciproco e nel desiderio di camminare insieme.
Abbiamo iniziato – non poteva essere diversamente – dall’ascolto della Parola di Dio. Le parole della Lettera ai Romani (Rm 8,8-14) ci hanno ricordato che la vita cristiana non nasce dalle nostre capacità organizzative, ma dal soffio dello Spirito che ci rende figli e ci guida nel percorso. A questa verità si è affiancato il richiamo di Papa Leone nel suo discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi dell’anno scorso: la comunione non è semplicemente collaborazione funzionale o somma di attività. È qualcosa di molto più profondo. È partecipazione reale alla vita di Cristo, che ci rende uno in Lui — “In Illo uno unum” — un solo corpo pur nella diversità delle membra.
Alla luce di queste parole, il confronto tra i partecipanti si è fatto concreto. Le domande proposte hanno aperto spazi di riflessione sincera: in che modo le nostre Aggregazioni vivono oggi la comunione come appartenenza a un unico Corpo ecclesiale? Quali atteggiamenti fanno brillare la luce della comunione e quali, invece, rischiano di spegnerla? E ancora: come possiamo crescere nella comunione tra le diverse realtà laicali della diocesi, superando frammentazioni e autoreferenzialità?
Sono emerse esperienze, intuizioni, ma anche fragilità e desideri. E proprio in questa risonanza fraterna si è percepita la bellezza di un cammino che, superando ogni pretesa di perfezione, trae linfa e vigore dalla fraternità e dalla fiducia reciproca.
Il momento conclusivo ha affidato a ciascun Consiglio direttivo due semplici, ma preziose consegne. Da una parte, rileggere la propria storia per riconoscere un’esperienza concreta di comunione vissuta: un progetto condiviso, una scelta coraggiosa, una difficoltà attraversata insieme. Dall’altra, avviare all’interno dei Consigli un tempo di ascolto reciproco, per riconoscere le risorse e i carismi presenti, così da prepararsi a metterli a servizio dell’intera Chiesa diocesana.
Infine, tutto è stato consegnato alla preghiera perché sappiamo bene che la comunione non nasce da strategie umane. È dono da accogliere dall’alto prima ancora che progetto da costruire al basso. È lo Spirito Santo che ci precede, che ci raduna e che ci conduce.
E ora ci conduce, sì, verso la tappa della “Condivisione”, portando nel cuore la consapevolezza che la comunione è un’opera paziente: fatta di parole condivise e di silenzi rispettati. Di passi talvolta più veloci e leggeri, altre volte più lenti, faticosi, pesanti. Ma sempre e comunque da compiere insieme. Stretti da legami di fraternità e di corresponsabilità, perché la nostra Chiesa possa risplendere sempre più come un unico corpo, ricco della grazia dei suoi molti doni.






