Omelia nella Messa del 32° anniversario del dies natalis del venerabile don Tonino Bello
e in suffragio di Papa Francesco
Collegiata SS. Salvatore, Alessano 22 aprile 2025. 

Cari fratelli e sorelle, 
c’è un’ora in cui tutto si compie secondo i disegni imperscrutabili di Dio. Per il vangelo di Giovanni l’Ora di Cristo è il suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Momento atteso e desiderato che ha orientato la sua vita e ha segnato la sua missione nel mondo. In questa settimana in albis celebriamo liturgicamente il «giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117, 24) e viviamo nei segni sacramentali il memoriale della Pasqua di Cristo. La Chiesa risplende del fulgore del Risorto e tutta la storia è illuminata dal suo splendore. In questa luce pasquale, celebriamo il mistero della morte di Papa Francesco, avvenuta negli stessi giorni nei quali facciamo memoria del trentaduesimo dies natalis del venerabile don Tonino Bello.       

Innamorati della santa umanità di Gesù

In questo contesto, credo sia doveroso e utile pensare a questi due testimoni di Cristo non solo in riferimento al loro ministero pastorale, ma soprattutto in relazione al loro rapporto personale con lui. Talvolta ci soffermiamo di più su ciò che hanno fatto che non su ciò che ha caratterizzato la loro identità umana e cristiana, sacerdotale ed episcopale e, per Papa Francesco, la guida universale della Chiesa cattolica. Sembra che valgano più le parole e i gesti che essi hanno compiuto, piuttosto che l’anima da cui sono stati generati. 

In fondo, il loro ideale era essere veri discepoli di Cristo, imitando le sue virtù. Erano due innamorati di Gesù fino a voler essere come lui. In fondo è per questo scopo che Cristo è venuto nel mondo. «Il Figlio di Dio – scrive san Leone Magno – ha assunto la natura umana con una unione così intima da essere l’unico ed identico Cristo non soltanto in colui, che è il primogenito di ogni creatura, ma anche in tutti i suoi santi. E come non si può separare il Capo dalle membra, così le membra non si possono separare dal Capo […]. La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo, a farci rivestire in tutto, nel corpo e nello spirito, di colui nel quale siamo morti, siamo stati sepolti e siamo risuscitati»[1].

Cristo risorto non appartiene al passato, ma è vivo ed è il Vivente. Vuole nascere in noi, morire per noi e risorgere con noi, conformandoci alla sua persona e trasformandoci totalmente in lui. Desidera che le sue virtù diventino le nostre perché noi possiamo seguire le sue orme (1Pt) e ripresentare il suo stile di vita. Sempre san Leone Magno scrive che Cristo «non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sue azioni passate, ma lo sentiamo anche nell’efficacia di ciò che egli compie al presente»[2].

Con tutta la tradizione patristica e spirituale, don Tonino e papa Francesco si ispirano al modello della santissima umanità di Cristo. Innamorati della santa umanità di Cristo, hanno cercato di riprodurre nella loro vita la sua santità. 

Amare Gesù con tutti i sensi spirituali

Dire umanità significa dire i sensi esterni e i sensi interni. Essi ci aiutano a cogliere e a collocarci nella realtà. Attraverso questi sensi agiamo ed entriamo in relazione con gli altri. Bisogna però aggiungere che anche la vita di grazia si realizza attraverso i sensi spirituali. Essi agiscono in maniera analoga con sensi esterni ed interni. 

Già Origene illustrava le potenzialità spirituali dei sensi scrivendo che la vista può fissare le realtà superiori; l’udito percepisce suoni che non si trovano realmente nell’aria; il gusto ci fa assaporare il pane vivo disceso dal cielo e l’odorato avvertire i profumi che sono, secondo san Paolo, il buon odore di Cristo; c’è infine il tatto, grazie al quale Giovanni afferma di aver toccato con le mani il Verbo della vita[3]

La stessa visione troviamo nell’area culturale latina. Sant’Agostino afferma: «Nessuna meraviglia che alla scienza ineffabile di Dio che tutto conosce, vengano applicati i nomi di tutti questi sensi corporali, secondo le diverse espressioni del linguaggio umano; lo stesso nostro spirito, cioè l’uomo interiore, – al quale, senza che l’uniformità del suo conoscere venga compromessa, giungono i diversi messaggi attraverso i cinque sensi del corpo, – quando intende, sceglie e ama la verità immutabile, vede quella luce a proposito della quale l’evangelista dice: Era la luce vera; e ascolta la parola di cui l’evangelista dice: “In principio era il Verbo” (cfr. Gv 1,1); e aspira il profumo di cui vien detto: “Correremo dietro l’odore dei tuoi profumi” (cfr. Ct 1, 3); e gusta la fonte di cui si dice: “Presso di te è la fonte della vita” (Sal 35, 10); e gode al tatto di cui vien detto: “Per me il mio bene è lo starmene vicino a Dio” (Sal 72, 28). E così non si tratta di un senso o di un altro, ma è una medesima intelligenza che prende nome dai vari sensi»[4].

Maria Maddalena, maestra dell’incontro con il Risorto attraverso i sensi spirituali 

Il brano del vangelo riporta l’incontro di Gesù risorto con la Maddalena. Fu la prima persona alla quale Gesù comparve dopo la sua resurrezione. Proprio a lei, la donna dalla quale aveva scacciato sette demoni (cfr. Lc 8,1-2). Era fra le donne che assistettero alla sepoltura di Gesù e che prepararono gli aromi e gli unguenti per il suo corpo (cfr. Lc 23,54-56). Con le altre donne fu l’ultima a lasciare il corpo di Gesù e la prima a recarsi “di buon mattino” al sepolcro ove, costatando la mancanza del corpo di Gesù, preoccupata, corse ad avvisare di ciò Pietro e Giovanni. Sempre di corsa, ritorna con i due discepoli al sepolcro e, mentre Pietro e Giovanni, dopo aver verificato che il corpo di Gesù non si trovava più lì, ritornano a casa, lei resta fuori dal sepolcro piangendo sconsolatamente.

Mentre piangeva si china ancora per guardare se dentro il sepolcro ci fosse qualche segno che possa rivelarle qualcosa circa il destino del corpo di quella persona a lei tanto cara. Ed ecco che a consolarla compaiono due angeli. A questo punto le appare Gesù, che la chiama per nome. Quella voce arriva non solo alle sue orecchie, ma anche al suo cuore! Vorrebbe abbracciare il suo Signore, ma lui è ormai orientato al Padre celeste, mentre lei è inviata a portare l’annuncio ai fratelli. E così diventa apostola degli apostoli

La donna, liberata dai “sette demoni” è diventata la maestra dei cinque sensi spirituali: piange mossa prima dall’emozione e poi dalla gioia, interroga ansiosamente e attende una risposta liberatoria, vorrebbe toccare e trattenere nell’abbraccio, ma le viene impedito da Gesù, vede in senso fisico, mentale e spirituale, corre e piana di gioia annuncia apertamente il mistero di Cristo risorto.  La Maddalena l’esempio del vero credente che non si limita a dire: «Credo che Dio esiste». «Anche i demòni lo credono e tremano» (Gc 2,19), ma cammina per fede «come se vedesse colui che è invisibile» (Eb 11.27), ode e ascolta perché «chi è da Dio ascolta le parole di Dio» (Gv 8,47), sa apprezzare il «profumo di odore soave» del sacrificio di Gesù (Ef 5,2), sa gustare «che il Signore è buono» (1Pt 2,2,3), tocca con mano la salvezza, «maneggiando rettamente la parola della verità» (2Tm 2,15). I nostri sensi devono essere pienamente partecipi dell’esperienza cristiana. Solo «gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono,hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano.Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni»(Sal 115,5-7).

I sensi spirituali secondo don Tonino

A questa dottrina fa riferimento don Tonino commentando la frase della Prima lettera di Giovanni(1Gv 1:1-4): «“Ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato […] noi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi […]  e la vostra gioia sia perfetta”. È l’attacco splendido della prima lettera di Giovanni»[5].

Utilizzando un linguaggio familiare a Papa Francesco afferma: «Péguy parlava di carnalità della grazia. E forse devo adattarmi a leggere in questa frase l’unica risposta capace di placare il tumulto delle mie forsennate domande. Carnalità della grazia. Salvezza che ci raggiunge solo attraverso interstizi di grembi. Sollecitudini trinitarie che possono farci trasalire unicamente mediante sorrisi umani e inflessioni di parole e curvature di carezze. Circuiti celesti d’amore che toccano i nostri corpi terrestri per via di lampeggiamenti di occhi, di fragranze di sudori, di brividi di pelle, di lacrime sul viso»[6].

Parlando ai catechisti li esorta innanzitutto a mettersi in ascolto di Cristo per diventare «strumenti capaci di ripetere tutto ciò che avete udito da lui, ma soprattutto vi dia una vita così trasparente da non poter nascondere agli altri ciò che avete direttamente udito da lui»[7].

In secondo luogo li ammonisce con queste parole: «Abbiamo diritto di parlare compiutamente del Signore, solo quando lo si è fissato “con i nostri occhi”. Non con gli occhi degli altri. Che forse potranno essere anche più perspicaci, ma non ci abilitano a trasmettere cose vere in termini credibili»[8].

Li invita, pertanto, a non illudersi. «Solo quando avremo le pupille abbacinate per l’attesa che Dio si riveli e rimarranno dilatate perché al suo apparire avremo fatto un pieno di luce, solo allora potremo parlare di lui.  E solo quando avremo gustato nel silenzio sapori che nessuno libro ci ha dato e saremo stato folgorati da illuminazioni interiori a cui nessun maestro ci ha introdotti, solo allora quello che daremo al mondo saranno veramente lieti annunci»[9].

Ribadisce la necessità di aver un incontro personale con Cristo perché «prima di raccontarlo Gesù, bisogna averlo toccato […]. Toccato non spinto […]. Non lo tocchiamo con l’emozione della carezza. Non lo sfioriamo con stupore di innamorati. [Non lo cingiamo con abbracciamenti di abbandono]. E per questo che non potremo mai guarire da quella malattia che si chiama “inattendibilità”. E allora sapete che vi dico? Che un pezzo di quella frase tanto esecrata di Tommaso, ognuno la può prendere per buona applicandola a sé. Cambiandone però la conclusione “Se non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mano nel tuo costato…gli altri non crederanno!”»[10].

Infine, li spinge a comunicare la propria esperienza di Cristo. Infatti, «non basta aver visto, se poi non si comunica agli altri ciò che è accaduto sotto i nostri occhi: Non basta aver udito, se poi si ammutolisce davanti al tribunale della storia. Non basta aver contemplato, se non si attua quel “passa-parola” che provoca brividi di gioia sulla pelle di chi ascolta. E non è sufficiente aver toccato con mano, se la scossa elettrica di una esperienza non vien trasmessa […]. Il cristiano, insomma, è un inviato speciale che, una volta preso atto di un avvenimento, trova pace soltanto quando può comunicare col suo pubblico. La notizia, infatti, provoca dentro di lui uno spasimo tale, che gli diventa impossibile tenerla prigioniera. Gli scoppia allora nel petto, e trabocca fuori nella colata lavica delle parole»[11].

I sensi spirituali secondo Papa Francesco

Anche il ministero petrino di Papa Francesco si può raccogliere intorno all’esperienza dei sensi spirituali. Il senso della vista rimanda alla categoria di “periferia esistenziale”, spesso ripetuta, talvolta anche in forma riduttiva. Bergoglio parlò di “periferie” già il 26 maggio 2013, nel corso della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana. Rispondendo al saluto del parroco disse: «Mi piace quello che hai detto, che periferia ha un senso negativo, ma anche un senso positivo. Tu sai perché? Perché la realtà insieme si capisce meglio non dal centro, ma dalle periferie».

L’udito, poi, esprime lo stile di governo di Bergoglio: la sinodalità. Il 17 ottobre 2015, commemorando il 50mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, disse: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14, 17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2, 7)».

Il gusto rappresenta il dono della gioia che si deposita nel nostro cuore quando accogliamo il suo Evangelo. Sono note le parole che intonano l’esortazione Evangelii gaudium: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia»[12].

L’odorato è il quarto dei sensi esterni. È anch’esso importante, perché in grado di comunicarci ciò che altri sensi non riescono: non tocca e non vede, non ascolta né gusta, ma avverte, riconosce e riesce a distinguere ciò ch’è impersonale, da quanto invece è personalissimo e unico. L’odorato è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità. Il Papa richiamò questo senso nell’omelia della prima Messa crismale presieduta in San Pietro, il 28 marzo 2013. Parlava ai sacerdoti e chiese loro di essere pastori con “l’odore delle pecore”. L’interpretazione l’ha data lo stesso Francesco poche settimane dopo, incontrando i nuovi vescovi al termine di un periodo di formazione il 19 settembre 2013. Ecco qualche passaggio del discorso: «Nell’omelia della Messa crismale di quest’anno dicevo che i pastori devono avere ‘l’odore delle pecore’. Siate pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore. La vostra presenza non è secondaria, è indispensabile. La presenza! La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare! […] Presenza pastorale significa camminare con il popolo di Dio: camminare davanti, indicando il cammino, indicando la via; camminare in mezzo, per rafforzarlo nell’unità; camminare dietro, sia perché nessuno rimanga indietro, ma, soprattutto, per seguire il fiuto che ha il Popolo di Dio per trovare nuove strade».

Nell’elenco dei sensi esterni, il tatto lo si menziona in genere come ultimo. San Tommaso, però, lo indicava come primo fra tutti e annotava che, per quanto fra gli altri sia il più carnale, proprio il tatto è stato da Cristo indicato come il senso che meglio degli altri avrebbe offerto all’apostolo incredulo la certezza sulla verità della Risurrezione[13]. Per san Bonaventura, poi, il tatto è fra tutti i sensi quello che più tiene insieme: realizza al massimo, infatti, il contatto fra due persone e così esprime la carità, che fra tutte le virtù teologali è la più unitiva. Quando si ama non ci s’accontenta di vedere e di guardare, ma si tende a toccare. A chi ama non basta udire, perché ogni voce è un appello a infrangere il muro della distanza, un’invocazione ad abbracciarsi. L’amore vuole sempre toccare. Ogni volto amato richiama una mano e ogni mano si tende verso il volto amato. L’uso di Francesco del verbo toccare dev’essere letto anche in questo sfondo antropologico e di teologia spirituale. Egli comincia a parlarne in senso cristologico (“toccare la carne di Cristo”), ma giunge poi alla carità verso il prossimo.

In questa liturgia eucaristica, ricordiamo e preghiamo per entrambi. Hanno lasciato un segno indelebile nella vita della Chiesa. Il messaggio di don Tonino si può riassume nell’espressione: «Vi voglio bene»[14]. Quello di papa Francesco nelle parole del suo testamento: «La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita (sia) l’offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli»[15]. A noi, il compito di seguire il loro esempio e il sentiero che essi hanno tracciato. 


[1] Leone Magno, Discorso 12 sulla passione 3, 6,7.

[2] Ivi.

[3] Cfr. Origene, Contro Celso, 1, 48.

[4] Agostino, Omelia sul vangelo di Giovanni, 99, 4.

[5] A. Bello, Ciò che abbiamo udito, in Scritti 3, pp. 154-155.

[6] Id., Ciò che era fin da principio, in Scritti 3, p.152.

[7] Id., Ciò che abbiamo udito, in Scritti 3, p. 155.

[8] Id., Ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, in Scritti 3, p.157.

[9] Id., Ciò che noi abbiamo contemplato, in Scritti 3, p. 160.

[10] Id., Ciò che le nostre mani hanno toccato, in Scritti 3, p. 164.

[11] Id., Noi lo annunziamo a voi, in Scritti 3, p. 165.

[12] Francesco, Evangelii gaudium, 1.

[13] Cfr. Tommaso d’Aquino, Super Sent. III; Gv 20, 27

[14] Cfr. T. Bello, Vi voglio bene, a cura di Vito Angiuli, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2024. 

[15] Francesco, Testamento

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