“Egli (Francesco) viveva la povertà ispirato dalla stoltezza della Croce. E stava nella Chiesa, come noi sul suolo che ci sostiene e nell’aria che respiriamo”.
Vengono in mente queste parole, dalle pagine affascinanti e appassionate che Romano Guardini dedica al santo d’Assisi e che costituiscono il libro “San Francesco”.
Una figura, quella di Francesco che si iscrive essenzialmente in queste coordinate: un amore totale per il Cristo Crocifisso, del quale l’espressione più radicale è la povertà, e una convinta appartenenza alla Chiesa. Guardini, con la sua raffinatissima penna, intende mostrare al lettore il Francesco “vero”, l’uomo che diventa santo e il santo che non smette di essere uomo.
Nel corso del pellegrinaggio vissuto dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta e dai presbiteri di Lecce, c’è stata la possibilità di sostare per qualche istante davanti al corpo di Francesco d’Assisi. Davvero pochissimi istanti, ma quanto basta per cogliere una sensazione profonda: quella di trovarsi davanti a un gigante della fede; uno degli uomini più significativi per i credenti di ogni tempo; un “sole”, che continua ad illuminare coscienze, per dirla con il Sommo Poeta.
L’emozione di poter pregare al cospetto delle sue reliquie, inevitabilmente produce anche una riflessione: Francesco chiede a ciascuno che provi a replicare la sua esperienza di amore per Cristo e per la Chiesa nella sua esistenza. Che questo amore verso il quale egli spinge ciascuno sia autentico e totalizzante, libero da compromessi e sempre più eloquente. Davanti al suo corpo, memoria della sua vita terrena, il credente assuma una consapevolezza nuova: lasciando la visione delle reliquie, conservando nel cuore la gioia spirituale di averlo in qualche modo incontrato, sarà egli stesso una reliquia, e cioè cercherà di essere un frammento di Francesco, della sua esperienza di vita.
Francesco non chiede al credente di diventare notizia, ma di essere un seme. L’immagine centrale abbinata agli eventi dell’ottavo centenario della morte di Francesco (e tra questi l’ostensione straordinaria del suo corpo) è proprio quella evangelica del seme che deve essere gettato nella terra, soccombere e quindi portare frutto. Ciò che Francesco domanda all’uomo di oggi è che viva non solo e non più per sé stesso, ma per qualcosa di più grande e di più prezioso. Che cerchi di dilatare il cuore, di allargare gli orizzonti del proprio amore, di ripensarsi come essere in relazione con Dio, con sé stesso, con gli altri e con il creato, con tempo che è stato e con ciò che sarà.
Il pellegrinaggio poi si è concluso con la vista a Norcia: dopo il terremoto del 2016 che rase completamente al suolo la basilica di San Benedetto, è stata ricostruita “com’era e dov’era”. Una lezione di resilienza di particolare intensità: laddove tutto sembra desolazione e morte la vita può germogliare nuovamente. Una tenacia che viene certamente dalla fede in Dio e che appartiene al carisma benedettino. Al santo che il suo ordine canta come “invitto vessillifero” si raccomandano dunque, quei desideri di rifioritura del cuore, di rinascita interiore che ognuno porta dentro di sé.







