Omelia nella Messa per la conclusione dell’anno giubilare
Chiesa Cattedrale, Ugento 28 dicembre 2025.

Cari sacerdoti, diaconi, consacrati e fedeli laici,

il termine cronologico del Giubileo, non annulla il suo valore assiologico. La virtù teologale della speranza accompagna l’intera esistenza credente. L’essere in cammino caratterizza l’identità cristiana. Siamo sempre pellegrini nella speranza.

La speranza è un mistero e una Persona

In questa prospettiva la speranza si presenta come mistero, non come un problema, un sentimento o un’aspirazione[1]. In linea con il pensiero di Gabriel Marcel, siamo chiamati a distinguere la speranza da qualsiasi spiegazione razionale o calcolo logico. Non è un problema perché il problema indica qualcosa che si può misurare o a cuirispondere in maniera razionale. Non è un quesito da risolvere, un’idea astratta o uno sforzo umano, un semplice desiderio o una previsione ottimistica. 

Sperare è un’esperienza vissuta, dinamica e relazionale. Non si impone come risultato da ottenere, ma un atto dell’anima che trascende la pura conoscenza. Propriamente è un mistero perché implica fiducia, apertura e comunione con ciò che va oltre noi stessi. Per il cristiano la speranza è una Persona. È Cristo stesso, presente nel credente mediante lo Spirito Santo. Egli è il fondamento della speranza, la certezza che la salvezza non è solo futura, ma già iniziata (escatologia inaugurata), la garanzia della gloria futura. C. Peguy cantava la speranza come «la piccola bambina che trascina tutto». La piccola bambina, però, non indica una speranza piccola, ma spalanca il cuore alla grande speranza. «Cristo in voi, – afferma l’apostolo Paolo – speranza della gloria» (Col 1,27). La presenza di Cristo nella vita del credente è la garanzia della gloria futura, la comunione piena con Dio, la vita eterna, la trasformazione finale.

La speranza della gloria

Nei Padri della Chiesa la parola “gloria” ha assunto una molteplicità di significati. Ireneo di Lione (II sec.), oltre che richiamare la grandezza, la maestà e la bellezza visibile di Dio indica la dimensione umana della gloria. Celebre è la sua affermazione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio»[2]. La gloria non è estranea all’uomo. L’uomo, infatti, è creato per accogliere Dio e la sua gloria. Nella sua umanità, Cristo ricapitola tutta l’umanitàper condurla alla gloria. La speranza della gloria è così la maturazione dell’uomo, la trasfigurazione della sua umanità nella bellezza della gloria divina. La parla greca dóxa ha una dimensione escatologica. Indica la partecipazione alla vita divina, la trasformazione finale dell’uomo, la risurrezione del suo corpo, la comunione piena con Dio. La speranza cristiana vive nella tensione del “già e non ancora”: già Cristo abita nel credente, non ancora la gloria è manifestata pienamente. D’altra parte, la speranza non elimina la sofferenza, ma le dà orientamento e senso (cfr. Rm 8,18).

In sant’Atanasio di Alessandria (IV sec.), la gloria è theosis, divinizzazione, partecipazione reale e per grazia alla natura divina perché il Verbo ha assunto la natura umana. Egli formula uno dei principi più forti della teologia patristica: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio»[3]. La speranza della gloria è la divinizzazione dell’uomo. La vocazione dell’uomo non è solo di essere salvato dal peccato, ma di essere divinizzato. Con il Battesimo, l’uomo diventafiglio nel Figlio, partecipe della gloria di Dio, non più come spettatore, ma come protagonista di un evento divino. 

Per Gregorio di Nissa, la gloria è un cammino infinito. La partecipazione alla gloria di Dio segue lo stesso orientamento. La speranza della gloria non è possesso statico, ma desiderio sempre aperto (epektasis), una tensione continua verso Dio, una crescita eterna nella gloria[4].

Agostino considera la speranza nel rapporto tra tempo ed eternità. Egli legge la speranza come virtù che vive nel tempo. Così la gloria promessa sostiene il cuore inquieto: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»[5]. La speranza della gloria è il riposo futuro in Dio, anticipato nell’amore e nella grazia, ma mai pienamente posseduto quaggiù.

Massimo il Confessore amplia la prospettiva e allarga l’orizzonte della speranza fino a considerarla nella sua trasfigurazione cosmica. «Il Logos di Dio, – egli scrive – volendo ricapitolare tutte le cose in sé, ha posto in ciascun essere il proprio logos, affinché, mediante l’unificazione di tutte le cose in Lui, non resti nulla che sia estraneo a Dio. Così, attraverso l’uomo, tutta la creazione è chiamata a ricevere la divinizzazione, secondo la misura propria di ciascun essere»[6]. Cristo unifica divino e umano, cielo e terra. Così la gloria che si irradia dalla sua persona non riguarda solo l’uomo, ma l’intero universo. Non è solo una speranza personale, ma universale che abbraccia tutti e tutto: la trasfigurazione finale di tutta la creazione.

La speranza cristiana ha un carattere personale, ma non è mai individualistica. L’espressione paolina «Cristo in voi» indica la sua dimensione ecclesiale. La Chiesa è il luogo in cui la speranza della gloria è anticipata sacramentalmente, soprattutto nell’Eucaristia, che è pegno della gloria futura (nobis pignus datur). 

L’accidia, peccato contro la speranza

La speranza, pertanto, è un dono che bisogna accogliere, custodire ed accrescere. Nel cuore dell’uomo, però, albergano pericolose insidie che possono offuscare il suo dinamismo. Il pericolo mortale viene dall’accidia (acedia) che è uno dei sette peccati capitali ed è tradizionalmente definita come una pigrizia o indolenza dell’anima, ma con un significato molto più profondo di quello che di solito intendiamo con “pigrizia”. Nel Libro dei Proverbi leggiamo: «La pigrizia fa cadere in sonno profondo, l’anima inattiva patirà fame» (Pr 19,15). Anche l’inattività del servo pigro nella parabola dei talenti può essere letta come metafora dell’accidia (cfr. Mt 25, 26-30).

«Con questo termine i Padri della vita spirituale intendono una forma di depressione dovuta al rilassamento dell’ascesi, ad un venir meno della vigilanza, alla mancata custodia del cuore. “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). Quanto più si cade dall’alto, tanto più ci si fa male. Lo scoraggiamento, doloroso, è l’opposto della presunzione. L’umile non si stupisce della propria miseria; essa lo conduce ad una maggior fiducia, a rimaner saldo nella costanza»[7]. San Tommaso d’Aquino descrive l’accidia come un’anima che si ritrae dal bene per un senso di fatica o apatia, ed è spesso collegata alla noia spirituale[8].

Non riguarda solo il non fare qualcosa di fisico, ma il rifiuto o l’apatia verso il bene spirituale. In termini concreti, l’accidia si manifesta come: indifferenza verso Dio e i doveri religiosi (preghiera, sacramenti, virtù); torpore spirituale, ossia mancanza di entusiasmo nel fare il bene o migliorarsi; perdita di speranza, senso di scoraggiamento, disperazione o inutilità della propria vita spirituale; rifiuto del bene morale e mancanza di slancio interiore. 

L’accidia è pericolosa perché è silenziosa, interna e insidiosa. Non sembra grave all’inizio, ma corrode la vita spirituale e morale dall’interno. Non provoca danni immediati come l’ira o l’avidità, ma logora l’anima lentamente, impedendo crescita spirituale e virtù. Chi è sopraffatto dall’accidia tende a cadere in superbia, invidia, gola o lussuria, perché la mancanza di slancio spirituale rende più facile cedere alle tentazioni. L’anima accidiosa perde il desiderio di Dio e del bene, e quindi non trova gioia autentica, rimanendo intrappolata in apatia e vuoto interiore.

L’accidia genera la disperazione (desperatio), ossia la mancanza di fiducia in Dio e nella sua misericordia, e la presunzione (praesumptio) cioè l’orgoglio e mancanza del timor di Dio. «Per la disperazione, l’uomo cessa di sperare da Dio la propria salvezza personale, gli aiuti per conseguirla o il perdono dei propri peccati. Si oppone alla bontà di Dio, alla sua giustizia – il Signore, infatti, è fedele alle sue promesse – e alla sua misericordia»[9]. Oggi questo peccato si manifesta come “ottimismo ingenuo”, arroganza ideologica, odio contro Dio, dittatura del relativismo.

A sua volta, la presunzione è di due tipi: «O l’uomo presume delle proprie capacità (sperando di potersi salvare senza l’aiuto dall’Alto), oppure presume della onnipotenza e della misericordia di Dio (sperando di ottenere il suo perdono senza conversione e la gloria senza merito)»[10]. Oggi la presunzione si presenta come pessimismo cupo e rassegnato, tristezza, inedia, desiderio della morte e di autodistruzione.

Figlie dell’accidia (filiae accidiae) sono: la divagazione mentale o sfrenatezza spirituale (evagatio mentis); l’ottusa insensibilità verso ciò che è necessario per la salvezza dell’uomo (torpor); la pusillanimità (pusillanimitas) davanti alle mistiche possibilità dell’uomo; la rivolta (rancor) contro tutti coloro che hanno l’ufficio di curare perché non si rovini il vero e divinizzato “io” dell’uomo, l’uomo che nega la sua grandezza metafisica e la divina vocazione dell’umanità; la malizia voluta (malvagitas), la voluta ribellione contro Dio, l’odio contro il divino che è nell’uomo, l’interiore e consapevole decisione della scelta del male come male.

L’evagatio mentis, in particolare, si manifesta nei seguenti atteggiamenti: labbondanza di parole (verbositas), cioè la moltiplicazione inutile dei discorsi e l’incapacità a fermarsi col pensiero sulle cose essenziali, divagando nella molteplicità dei pensieri e nella difficoltà a mantenere il silenzio interiore ed esterno; l’insaziabile curiosità (curiositas), cioè la ricerca e il prurito della novità, il girovagare della nostra intelligenza verso una molteplicità di cose; la mancanza di disciplina (importunitas), ossia la mancanza di darsi una regola di vita che orienti la giornata e aiuti a non disperdere le proprie forze ed energie spirituali, incanalandole verso le decisioni che ognuno deve prendere nella sua vita; l’agitazione dell’anima (inquietudo), cioè un’inquietudine interiore che impedisce di vivere con serenità e con calma e non permette di orientare le proprie forze verso la dimensione giusta; la tristezza dell’anima (tristitia), cioè la tristezza del cuore, la mancanza di gioia; l’instabilità nella dimora e nella decisione (instabilitas loci vel propositi), cioè la mancanza di una decisione ferma e l’ardente brama, quando si sta in un luogo, di trovarsi in un altroLa stessa fermezza è necessaria nelle decisioni e nei propositi. Bisogna cioè vivere invece il momento, il luogo e il contesto nel quale siamo chiamati ad operare. La beata Elia di san Clemente soleva dire che «bisogna fiorire nel giardino in cui siamo stati seminati».

Lo Spirito guarisce e risana

La speranza, dunque, può essere offuscata per disperazione o per presunzione. In entrambi i casi, viene ferita o perché non crediamo più nella misericordia del Padre o perché non sentiamo più il bisogno della sua grazia. Questi peccati contro la speranza sono i più silenziosi e pericolosi. Da soli non riusciamo a guarirli. 

La parola di Dio ci ricorda una verità consolante: lo Spirito Santo guarisce i peccati contro la speranza. È lui che ci rialza quando ci sentiamo perduti. Ci riporta all’umiltà quando confidiamo solo in noi stessi. Ci fa gridare nel cuore: “Abbà, Padre”. Quando lo Spirito agisce, la disperazione si scioglie, perché scopriamo di essere ancora amati e la presunzione cade, perché riconosciamo di avere bisogno di essere salvati. Dove c’è disperazione, egli accende la fiducia. Dove c’è presunzione, egli insegna l’abbandono. Così comprendiamo il valore spirituale del motto del Giubileo tratto dalla Lettera Romani: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Lo Spirito non promette una vita senza prove, ma una speranza che non delude. Non cancella il peccato con un colpo di spugna, ma lo guarisce dall’interno, riportando il cuore alla fiducia filiale. 

Chiudiamo questa sera l’anno giubilare, ma portiamo con noi questa parola. Chiediamo che lo Spirito Santo rinnovi in noi la speranza, guarisca ciò che il peccato ha ferito e ci renda testimoni di una speranza che nasce dall’amore di Dio e non viene mai meno.

Vieni, Spirito Santo,
e guarisci i peccati contro la speranza.
Rinnova in noi la fiducia nelle promesse del Padre,
sana la stanchezza del cuore,
dissipa lo scoraggiamento e la paura del futuro.

Accendi in noi la luce che non si spegne,
insegnaci ad attendere con pazienza,
a credere anche nella notte,
a sperare contro ogni speranza.

Rendici testimoni della tua consolazione
e guidaci sui sentieri della vita nuova.
Amen.


[1] Cfr. G. Marcel, Homo viator. Prolegomeni a una metafisica della speranza, Borla, Torino 1980.

[2] Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV, 20,7.

[3] Atanasio di Alessandria, Sull’Incarnazione del Verbo, 54,3.

[4] Cfr. Gregorio di Nissa, La vita di Mosè, II, 239; 225-226; cfr. G. Ferro Garel, Gregorio di Nissa. L’esperienza mistica, il simbolismo, il progresso spirituale, Il leone verde Ed., Torino 2004.

[5] Agostino, Confessioni, I,1,1.

[6] Massino il Confessore, Ambigua 7 (PG 91, 1088C–1089A); cfr. M. Belda, La speranza cristiana secondo san Massimo il Confessore, in «Annales Theologici», 31,2017, pp. 153-168.

[7] CCC 2733. «L’accidia nasce dall’anima che si ritrae dalla vita spirituale; essa porta tristezza, ozio e scoraggiamento nel cuore del monaco», Evagrio Pontino, Otto spiriti malvagi, cap. 13; «Quando l’anima si lascia cadere in ozio e disinteresse, rifiuta i doni divini e si abbandona all’accidia, il nemico della contemplazione», Giovanni Cassiano, Collationes Patrum, X, 1-5.

[8] «L’accidia è un dispiacere dell’anima che rende l’uomo riluttante al bene spirituale, conducendolo al rifiuto della virtù per stanchezza o apatia», Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 35, a. 1, ad 3.

[9] CCC 2091, cfr. J. Pieper, Sulla speranza, Morcelliana, Brescia 1960, pp. 33-45.

[10] CCC 2092, cfr. J. Pieper, Sulla speranza, Morcelliana, Brescia 1960, pp. 46-64.

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