Omelia nella Messa per la conclusione dell’anno giubilare
Basilica di Leuca, Leuca 27 dicembre 2025.
Cari fratelli e sorelle,
dopo la chiusura dell’anno giubilare all’Ospedale Panico di Tricase, celebriamo lo stesso rito in questa Basilica di Leuca. Domani lo rinnoveremo in modo più solenne in Cattedrale con la partecipazione dei sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati e dei fedeli. Ognuno di questi luoghi giubilari mette in risalto un aspetto della seconda virtù teologale.
Questa sera, considerando che siamo nel più importante santuario mariano della diocesi, viene spontaneo collegare il tema giubilare con la Vergine Maria. Ella, portando nel mondo Cristo, «nostra speranza» (1Tm 1,1), si presenta come la madre, la custode e il modello della speranza[1]. Con un’immagine molto significativa, Origene paragona Maria a una piantina feconda, da cui la speranza germoglia e porta frutto in Cristo.
Tenendo conto del tempo che stiamo vivendo e del titolo con il quale invochiamo la Madonna in questo santuario mi piace soffermarmi a considerare la dimensione profetica e performativa della speranza che la Vergine de finibus terraeci offre. Maria, giovane donna umile e povera, accoglie una parola umanamente impossibile e la custodisce nel silenzio e nella prova. In questo modo, manifesta la forza di una speranza che si mantiene fedele contro ogni evidenza.
La speranza profetica di Maria
La speranza teologale di Maria è radicata nella sua fede e si fonda interamente alla promessa di Dio. Non nasce da un progetto umano né da una sicurezza visibile, ma dall’ascolto della Parola e dall’abbandono fiducioso alla volontà divina. In Maria, la speranza assume una forma singolare: è speranza che accoglie il futuro di Dio anche quando si presenta come mistero, rischio e oscurità.
La sua è una speranza autenticamente profetica perché affonda le sue radici non nella previsione umana del futuro, ma nella fedeltà di Dio alle sue promesse. In lei, la speranza non è attesa passiva né rassicurazione psicologica, ma risposta teologale alla Parola che la interpella e supera ogni calcolo umano. Si configura come speranza escatologica che irrompe nella storia, anticipando il compimento finale della salvezza. Come i profeti biblici, Maria vive nel tempo presente a partire dalla certezza del futuro di Dio. Non predice ciò che accadrà, ma semplicemente rende visibile, nella storia, la fedeltà di Dio che salva.
Nell’Annunciazione (cfr. Lc 1,26-38), Maria non riceve garanzie, ma una promessa. Ella accoglie la Parola divina che viene dall’alto e così infrange le coordinate ordinarie dell’esperienza: una maternità impossibile, un futuro carico di rischio, una missione che la espone all’incomprensione. Il suo “fiat” non elimina l’oscurità, ma la assume nella fiducia, inaugurando una fede perseverante nel tempo. In questo senso, la speranza di Maria precede il compimento: ella crede che Dio realizzerà ciò che ha detto, e proprio per questo diventa luogo in cui la promessa prende carne. Come afferma sant’Agostino, Maria concepisce Cristo prima nel cuore, poi nel grembo.
Il canto del Magnificat (cfr. Lc 1,68-79) rappresenta l’espressione più alta di questa speranza profetica. Maria vede già all’opera il rovesciamento della storia prima che tutto questo si compia storicamente. Non è ottimismo, ma sguardo illuminato dalla fede. Ella canta l’agire salvifico di Dio come già operante nella storia, pur sapendo che il suo pieno compimento è ancora atteso. Non ignora le contraddizioni del mondo, ma le attraversa con la certezza che la fedeltà di Dio è più forte di ogni ingiustizia. Si tratta di un linguaggio tipicamente profetico, che annuncia come compiuto ciò che storicamente è ancora in attesa di manifestazione. In tal senso, ella diventa voce della speranza messianica di Israele e, insieme, segno della Chiesa che attende il Regno di Dio.
Questa dimensione profetica della speranza mariana emerge con particolare intensità nell’esperienza della sofferenza. Dal silenzio di Nazaret alla fuga in Egitto, fino alla presenza ai piedi della croce, Maria attraversa l’apparente smentita della promessa. E tuttavia non viene meno alla speranza. La sua speranza non elimina l’oscurità, ma la attraversa con una luce che viene da Dio. Per questo è una speranza che parla al futuro dell’umanità: non possiede, ma attende, non domina il tempo, ma lo abita con fedeltà e così testimonia che il compimento di Dio matura spesso nel nascondimento, e che la vera profezia nasce dall’ascolto.
Questa speranza viene messa alla prova lungo tutta la vita di Maria, fino al vertice drammatico della croce. Ai piedi del Figlio crocifisso (cfr. Gv 19,25), Maria non vede il compimento, ma la smentita apparente della promessa. E tuttavia resta. In questo, Maria è modello di una speranza che matura nel dolore e si apre alla risurrezione. In lei si compie una speranza pasquale, che non nega la morte ma la affida a Dio; una speranza che non comprende, ma confida; non possiede, ma attende; non cede alla disperazione, ma si affida al silenzio di Dio[2].
La speranza performativa di Maria
La speranza di Maria assume un carattere non solo profetico, ma anche chiaramente performativo. Benedetto XVI in Spe salvi 2: «La speranza cristiana è performativa: chi spera vive diversamente». La speranza trasforma la vita e conferisce un orientamento escatologico all’esistenza.
A tal proposito vale la pena di precisare la differenza del modo di intendere la speranza tra una visione filosofica ed una teologica. Per Ernst Bloch, la speranza è un principio ontologico immanente che attraversa la storia come non-ancora (Noch-Nicht): essa anticipa possibilità reali e orienta la prassi umana verso la trasformazione del mondo. La speranza, in quanto coscienza anticipante, non si limita a interpretare il reale, ma contribuisce attivamente a far emergere il nuovo, configurandosi come forza storico-materiale che precede e sostiene l’azione politica[3].
Per Benedetto XVI, invece, la speranza non nasce dall’immanenza del processo storico, ma da un dono trascendente che irrompe nell’esistenza e la trasforma dall’interno[4]. Essa è performativa non perché garantisce il progresso storico, ma perché introduce già nel presente una “vita nuova”, modificando il modo di vivere il tempo, la sofferenza e la responsabilità etica. Mentre in Bloch l’azione genera speranza come anticipazione del possibile, in Benedetto XVI è la speranza a generare l’azione, sottraendola sia all’utopismo autosufficiente sia alla disperazione. In entrambi i casi, tuttavia, la speranza non è mai passiva: essa si configura come una forza che incide sul presente, rendendo l’uomo capace di resistere, agire e perseverare anche in condizioni di incertezza.
Per questo Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo ha scritto: «Guardare al futuro con speranza equivale anche ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere. Purtroppo, dobbiamo constatare con tristezza che in tante situazioni tale prospettiva viene a mancare […]. La comunità cristiana perciò non può essere seconda a nessuno nel sostenere la necessità di un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica […]. Tutti, in realtà, hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere, perché l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26), non può accontentarsi di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali. Ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti»[5].
Speranza ecclesiale e universale di Maria
Il Concilio Vaticano II presenta Maria come colei che avanza nel pellegrinaggio della fede, precedendo la Chiesa nella speranza escatologica[6]. In lei, la Chiesa contempla il proprio futuro: la comunione piena con Dio, promessa a chi persevera nella fede. Maria diventa così figura della Chiesa chiamata a vivere la stessa speranza profetica: una speranza che non coincide con il successo storico, ma con la fedeltà al Vangelo.
La sua speranza profetica non ha solo un valore personale, ma assume anche un significato ecclesiale. Ella rimane con gi apostoli in preghiera nel Cenacolo (cfr. At 1,14) in attesa dello Spirito. Esercita così la sua maternità non solo verso Cristo, ma anche nei riguardi della Chiesa. Da allora e in tutti i tempi della storia, accompagna una Chiesa fragile, la educa all’attesa, le insegna a custodire la promessa e a perseverare nella speranza. È madre della speranza ecclesiale. Per questo suo atteggiamento la Chiesa riconosce Maria come segno di sicura speranza per il popolo di Dio[7].
La speranza di Maria ha anche un valore universale. Ella spera per sé, per la Chiesa e per l’umanità, diventando madre di tutti coloro che attendono la salvezza. San Bernardo insegna che la speranza universale si manifesta nel momento drammatico dell’attesa cosmica nel suo fiat: «Il mondo intero attende la risposta di Maria»[8]. La speranza di Maria ha una valenza universale. Ella spera insieme e a nome di tutta l’umanità, come figura profetica del futuro salvifico. Guardiamo dunque a Maria fulgido esempio di speranza. «In lei vediamo come la speranza non sia fatuo ottimismo, ma dono di grazia nel realismo della vita»[9]. La sua speranza profetica e performativa sia per noi il modello di una persona che è capace di trasformare sé stessa e di incidere profondamente nel cambiamento della società, contribuendo al rinnovamento del mondo.
[1] Cfr. Paolo VI, Marialis Cultus, 17.
[2] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 18.
[3] E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti Milano 1994, nuova edizione 2004.
[4] Cfr. Benedetto XVI, Spe salvi,
[5] Francesco, Spes non confundit, 9.
[6] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 18.5, 18.
[7] Cfr. Lumen Gentium, 68.
[8] Bernardo di Chiaravalle, Homilia super Missus est, IV, 8.
[9] Ibidem, 24.
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