Nella solennità della Epifania del Signore, l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha presieduto il solenne pontificale nella chiesa cattedrale.

 

 

Quasi volendo sconfessare il detto mondano secondo cui l’Epifania ogni festa porta via, il presule ha incanalato questa ricorrenza liturgica nel ciclo delle manifestazioni del Signore che hanno, a partire dalla celebrazione del Natale, una peculiare caratterizzazione in ogni solennità.

Ecco le parole di Panzetta all’inizio dell’omelia (IL TESTO INTEGRALE): “La solennità dell’Epifania, collocata nel tempo di Natale, non è un’altra festa rispetto al Natale, ma è un’eco del mistero del Natale, perché questa solennità ci aiuta a riflettere e a meditare su come il Signore, quel bimbo che è nato per noi, sia l’Epifania, cioè la manifestazione definitiva del volto di Dio”.

Il filo rosso che ha tenuto insieme i tre testi che la Chiesa ha proposto nella solennità di ieri, è dato da una domanda che da secoli risuona nel cuore dell’uomo e che è la seguente: “Per chi è venuto il Signore?”. È vero, l’incarnazione è avvenuta in un particolare contesto religioso, sociale, culturale ma, come si evince dal prologo giovanneo risuonato spesso nel tempo natalizio, la luce venuta a Betlemme è una luce salvifica che appartiene a tutti, che a tutti offre la possibilità di vedere in Dio un Padre amorevole.

Così ha rimarcato l’arcivescovo di Lecce: “Questa solennità, dunque, contiene un invito a gioire perché il nostro Dio ha un cuore grande. Nel cuore di Dio non ci sono figli di prima classe o di seconda classe; non ci sono prediletti, ma ci sono figli e basta. Dio vuole la salvezza di tutti, quindi di ciascuno di noi. C’è un posto per ciascuno di noi nel cuore di Dio e c’è un posto nel cuore di Dio anche per quelli che noi consideriamo lontani da Lui o, addirittura perduti. Dio è Padre. I veri padri e le vere madri non fanno differenza nei figli, non scelgono alcuni facendo soffrire altri”.

Chi prende consapevolezza di questa grande verità, non può ritenersi al riparo da tutto ma ha bisogno di entrare in uno stile di ricerca del Signore; i magi cosa sono se non l’esempio fulgido di chi dal paganesimo vuole compiere un itinerario alla scoperta di Cristo per poterlo riconoscere ed adorare? Così la Chiesa, intesa quale comunità dei discepoli di Cristo, deve cercare e riconoscere in quel Bambino il Dio che la chiama a conversione.

Continua, dunque, il presule leccese: “I magi non sono maghi, sono astrologi, sapienti cercatori della verità. Essi sono, nel brano che abbiamo ascoltato, come l’icona dei pagani che sono anche essi chiamati a riconoscere il Signore Gesù, ad adorarlo. Come i pastori che appartengono al popolo di Israele, anche il resto dell’umanità, tutti i pagani sono chiamati a compiere un itinerario che li porti a riconoscere Gesù e il Salvatore. ‘Siamo venuti per adorarlo’. L’adorazione è l’atteggiamento religioso che si deve nei confronti di Dio per riconoscere la sua divinità, per riconoscere la sua regalità. Il brano, dunque, risponde a questa domanda “Come si fa? Come faranno i pagani a riconoscere in Gesù la luce del mondo?”.

Il brano racconta l’itinerario. “Questi sapienti – spiega Panzetta -, questi cercatori della verità e di Dio partono dai segni dei tempi. La stella di cui si parla nel testo si può paragonare a quelli che nel Concilio Vaticano II sono chiamati i segni di Dio.  Si sono accorti che qualcosa è avvenuta nella storia. Una luce di salvezza è venuta nel mondo e nella storia e non vogliono esserne lontani spettatori ma protagonisti. I pagani, come i magi, per scoprire la vera identità della luce di Dio, devono compiere un itinerario che parte dallo scrutare i segni dei tempi e poi si devono far aiutare”.

L’attenzione dell’arcivescovo di Lecce, tuttavia, ha riguardato, poi, tre particolari di non poco conto: il fatto che tali sapienti dopo aver incontrato il Cristo, per un’altra strada fanno ritorno al loro paese e il diniego di Erode che, pur conoscendo il luogo in cui si trovava il bambino sceglie, deliberatamente, di non recarvisi, e il “non itinerario” degli scribi, di coloro che indicando la strada ai Magi nemmeno tentano di intraprenderla.

È bello notare in tante vite incontrate dal Signore come nel momento in cui questo impatto avviene non si può più essere uguali, occorre svoltare nel cammino esistenziale; così come è sintomatico guardare quanto in nome del potere che diventa idolo della vita umana, anche il vero Dio viene tenuto a distanza o non genera desiderio di coinvolgimento come accaduto nella vita dei conoscitori della Parola che sono incapaci di percorrere lo stesso cammino indicato a chi nel cuore sente di dover partire per adorare il Dio Bambino.

Ha concluso Panzetta: “Quando si incontra veramente il Signore non si può tornare a casa dalle vecchie strade di prima, uno deve cambiare vita, altrimenti, che senso ha questo impatto con la luce del Signore? […] Erode attraverso la consulenza degli scribi e dei capi dei sacerdoti viene a sapere che il Messia è a due passi da casa sua, potrebbe compiere un itinerario per andare a trovarlo, ma non ci va. Ci sono tanti uomini e donne come Erode che non incontrano il Signore perché hanno paura di perdere il potere. Il potere diventa un ostacolo reale a un vero itinerario verso il Signore, e noi lo sappiamo. Basta aprire la cronaca anche di questi giorni per renderci conto che ci sono uomini e donne che hanno una idolatria del potere e che, per agguantarlo, sono disposti a passare sopra le persone, sopra le città, sopra i bambini indifesi. Il potere è un idolo, per questo Erode pur avendo avuto la fortuna di essere contemporaneo del mistero dell’Incarnazione, la fortuna di averlo lì a due passi, la fortuna di avere avuto qualcuno che gli ha indicato dove deve andare, non va a riconoscere il Signore e ad adorarlo. È terribile quando per custodire il potere, avendo il Signore a due passi, non abbiamo il coraggio di andare, di farci scombinare salvificamente la vita come i magi”. 

“Ma c’è anche il ‘non itinerario’ degli scribi e dei capi dei sacerdoti – aggiunge l’arcivescovo -. È paradossale, questi uomini sanno dove deve venire il Messia, conoscono le scritture, bisogna andare a Betlemme per incontrarlo. Indicano anche la strada ai magi – ‘Andate lì e lo troverete, perché così è scritto nella scrittura’ -, loro indicano la strada agli altri, ma non ci vanno. Questi scribi, questi capi dei sacerdoti sono l’emblema quasi, sono come quegli educatori disposti a indicare la strada agli altri, ma non sono disposti a fare un passo per percorrerla. Com’è brutto quando ci sono quegli educatori che sembrano dei segnali stradali, indicano la direzione, ma loro non si muovono di un millimetro”.

Dunque, la solennità della Epifania ha messo davanti ad ogni credente una bella notizia: il cuore di Dio è aperto a tutti e, per entrare nella comunione con Lui, bisogna muoversi come i magi, bisogna mettersi in gioco, occorre mettersi in cammino. Nella luce dei segni dei tempi, nella luce della Parola, il Signore si lascerà incontrare e genererà in chi saprà riconoscerlo un cambiamento, una rigenerazione. 

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