Iniziando il messaggio per questo tempo forte dell’anno liturgico, tempo che ci orienta alla Pasqua, ho scritto: «la Quaresima non inizia con una teoria, ma con un segno che non lascia indifferenti: la cenere».

Si tratta di un gesto che rivivremo fra poco. Di un gesto che non fa rumore: perché altro non è che un po’ di cenere sul capo.

È un segno povero, ma allo stesso tempo è un segno vero.

E, proprio dentro questo segno, risuona un’espressione che non nasce da noi, ma ci viene direttamente da Dio e la liturgia questa sera ce la consegna per bocca del profeta Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).

Non si tratta di un rimprovero, ma un invito.

Non è la voce di un giudice, ma quella di un Padre che attende ed attende sempre!

La Quaresima – fratelli e sorelle – comincia proprio così: non con i nostri programmi, ma con il desiderio di Dio di riannodare un legame.

“Ritornare” significa riconoscere che ci siamo dispersi, che forse abbiamo abitato la superficie delle cose, che abbiamo talvolta custodito le apparenze e lasciato in ombra il cuore, ossia la verità della vita.

Per questo la Scrittura insiste: «Laceratevi il cuore e non le vesti» (Gl 2,13).

Non siamo chiamati ad una conversione di facciata, non è un restyling religioso, ma è piuttosto la disponibilità a ritornare là dove Dio ci sta aspettando.

E tuttavia, se la prima parola è “ritornare”, la seconda – che questo Mercoledì delle Ceneri ci consegna – è ancora più sorprendente: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20).

Non dice semplicemente: “riconciliatevi”, come se tutto dipendesse dal nostro sforzo morale.

Dice: lasciatevi!

Si tratta di una sorta di passività santa (quasi come a dire: abbandonatevi!). E’ la disponibilità che la Quaresima ci chiede: permettere a Dio di fare in noi ciò che noi non riusciamo a compiere da soli.

La cenere allora non è il simbolo di un’umiliazione sterile; è una verità che apre alla grazia.

È il riconoscimento della nostra fragilità, ma anche della fedeltà di Dio che non si stanca mai di noi. Ed allora come non accogliere l’appello dell’apostolo Paolo, appena risuonato: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2). Non domani, non quando saremo migliori, ma adesso!

La riconciliazione non è un premio per chi ce la fa; è un dono per chi si lascia amare.

E qui il Vangelo diventa concreto, quasi esigente.

Gesù non abolisce le opere quaresimali, ma le purifica. Infatti, ci esorta: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati» (Mt 6,1).

La preghiera, il digiuno e l’elemosina restano sempre, ma debbono cambiare di prospettiva: non sono strumenti per apparire – e qui la tentazione umana è forte! -, ma vie per tornare al Padre. Quel Padre che come ricorda Gesù: «vede nel segreto» (Mt 6,6).

Il “segreto” non è il nascondimento ipocrita: è il luogo della verità! È lo spazio in cui non c’è da compiere nessuna recita (o finzione), in cui non dobbiamo dimostrare nulla a nessuno.

La Quaresima diventa allora un cammino di unificazione interiore: perché ciò che siamo davanti a Dio e ciò che siamo davanti agli altri non deve più essere diviso.

Ed è qui, allora, che la terza parola raccoglie le prime due: disarmarsi. Se ritorniamo a Dio e ci lasciamo riconciliare, inevitabilmente qualcosa cade dalle nostre mani.

Cadono le armi dell’orgoglio, le difese dell’autosufficienza, le rigidità che ci separano.

Le opere quaresimali non sono esercizi ascetici fini a sé stessi: sono un apprendistato di disarmo. Perché:

  • la preghiera disarma l’illusione di bastare a noi stessi;
  • il digiuno disarma le nostre dipendenze e ci libera dall’idolatria del consumo;
  • l’elemosina disarma l’indifferenza e ci restituisce al fratello e alla sorella.

In un tempo segnato da conflitti, tensioni, con parole che feriscono, la Chiesa e ciascuno di noi (che crediamo!) siamo chiamati a vivere una pace non gridata ma incarnata, una pace disarmata e disarmante, che nasce da cuori riconciliati.

Tra poco riceveremo la cenere sul nostro capo. Non sarà solo un rito antico, ma una consegna che vuole invitarci a:

  • Ritornare: per rimettere Dio al centro;
  • Lasciarsi riconciliare: permettendo alla grazia di fare nuova la nostra vita;
  • Disarmarsi: nello scegliere la via evangelica della preghiera, del digiuno e della carità come cammino verso la Pasqua.

Se queste tre parole entreranno davvero nel nostro cuore, allora la Quaresima non sarà un periodo in più dell’anno liturgico, ma un passaggio vero, un percorso interiore che ci condurrà:

  • dalla polvere alla luce,
  • dalla divisione alla comunione,
  • dalla paura alla speranza.

E mentre la cenere, fra poco, toccherà il nostro capo, chiediamo la grazia che tocchi soprattutto e pienamente il nostro cuore. Amen.

+ Sabino Iannuzzi

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