Carissimi fratelli e sorelle,

la luce del Natale non si spegne con il passare dei giorni: continua ad abitare la vita della Chiesa, a illuminare i volti, a dare forma concreta alla fede.

Il Figlio di Dio si è fatto carne non per essere ammirato da lontano, ma:

  • per condividere la nostra condizione, per prendersi cura dell’uomo,
  • per restituire dignità a ogni vita.

È dentro questa luce che oggi celebriamo la festa di San Basilio Magno, titolare di questa comunità parrocchiale e di questa contrada di Mottola, come un testimone credibile e attuale del Vangelo incarnato.

Saluto caramente don Franco Alfarano, Responsabile di questa Comunità parrocchiale e ciascuno di voi che questa sera siete qui per manifestare la devozione al primo dei Padri Cappadoci che la liturgia ci fa celebrare insieme all’amico fraterno San Gregorio Nazianzeno.

La Parola di Dio che ci accompagna in questa festa non è casuale.

Essa ci consegna un’immagine forte e consolante: Dio come pastore (cfr. Ez 34,11-16).

Non un Dio distante, ma un Dio che cerca, che passa in rassegna il suo gregge, che va in cerca della pecora perduta, che fascia quella ferita, che si prende cura della debolezza senza scartare nessuno.

È il volto di Dio che il Natale ci ha rivelato: un Dio che non si limita a parlare, ma che si compromette con la storia dell’uomo.

San Basilio ha lasciato che questa rivelazione diventasse criterio della sua vita.

In un tempo segnato da divisioni, eresie, povertà diffuse e grandi sofferenze sociali, egli ha compreso che il ministero pastorale non poteva ridursi a un ruolo o a una funzione, ma doveva essere presenza, cura, responsabilità vissuta fino in fondo.

Per Basilio, essere vescovo significava rendere visibile, nella carne della Chiesa, la sollecitudine stessa di Dio per il suo popolo.

Il Salmo che abbiamo pregato ci ha fatto entrare nella fiducia profonda di chi può dire: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Salmo 22). Non è la fiducia ingenua di chi non conosce la prova, ma la fiducia matura di chi ha attraversato la valle oscura e ha scoperto di non essere solo.

Anche San Basilio ha conosciuto la fatica, la malattia, l’incomprensione, il peso delle responsabilità. Eppure, non ha mai smesso di affidarsi a questo Dio che guida, che rinfranca, che prepara una mensa anche in mezzo alle difficoltà.

Prima ancora di essere pastore per gli altri, san Basilio si è lasciato guidare come pecora amata.

Nella seconda lettura, san Paolo scrivendo alla comunità di Efeso (Ef 4,1-7.11-13) ci ha ricordato che nella Chiesa nulla è fine a sé stesso: ogni dono, ogni ministero, ogni responsabilità è data per l’edificazione del corpo di Cristo.

Pastori e dottori non sono chiamati a dominare, ma a servire la crescita della comunità, a condurre tutti verso l’unità della fede e la maturità spirituale.

San Basilio ha incarnato in modo esemplare questa vocazione. È stato un grande dottore della Chiesa, capace di difendere la fede, nel Dio uno e trino, con profondità e rigore, ma non ha mai separato la verità creduta dalla vita vissuta. La sua teologia non è rimasta nei libri: si è fatta carne nella carità.

Il Vangelo, infine, ci ha messi in guardia da una religiosità che ama i titoli, i primi posti, il riconoscimento esteriore. «Chi tra voi è più grande sarà vostro servo» (Mt 23,12).

È una parola che smaschera ogni tentazione di potere e restituisce al servizio la sua dignità evangelica.

San Basilio ha vissuto questa parola senza ambiguità. Pur essendo uomo di grande cultura e autorevolezza, ha scelto la via dell’umiltà operosa, della prossimità concreta e della fraternità reale.

È in questo orizzonte che va compresa la sua opera più grande, quella che più di ogni altra gli valse il titolo di Magno: la Basiliade.

Non fu semplicemente un gesto di generosità, ma una visione profetica. Siamo introno al 370 d.C.. Basilio diede vita a una vera cittadella della carità, composta da locande per i viandanti, ospizi per i poveri, strutture per i malati e un lebbrosario.

Fu la prima forma di ospedale della storia, un luogo in cui la persona veniva accolta, curata e rispettata nella sua dignità. In quella cittadella, il Vangelo dell’Incarnazione diventava spazio abitabile, risposta organizzata alla sofferenza, segno concreto di un Dio che non abbandona.

Carissimi,

questa testimonianza interpella anche il nostro cammino di fede come comunità.

Celebrare San Basilio non significa solo onorare un santo del passato, ma lasciarsi provocare dal suo stile.

La fede che professiamo trova credibilità nella carità che viviamo.

La nostra comunità ed il nostro stile di vita, è chiamata a essere luogo di accoglienza, di attenzione, di condivisione, soprattutto verso chi è più fragile, più solo, più ferito dalla vita.

Nel tempo di Natale contempliamo un Dio che si è fatto piccolo per rendere grande l’uomo.

San Basilio ci insegna che questa logica non va solo contemplata, ma tradotta nella storia.

Affidiamo alla sua intercessione questa comunità della Contrada San Basilio, perché sappia custodire una fede viva, una carità concreta e una speranza capace di generare futuro.

E il Signore, Pastore buono, continui a guidarci e a farci riposare nella pace del suo amore.

Amen!

 

+ Sabino Iannuzzi

clic qui per l’articolo sul sito diocesano