La cattedrale di Lecce, nonostante la pioggia battente, era gremita come si addice ad una grande circostanza.
Ieri, 1° aprile, Mercoledì Santo, nella Chiesa maior et mater della diocesi l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha presieduto la solenne Messa del Crisma, la prima da quando ha inaugurato il suo ministero di pastore della Santa Chiesa che è in Lecce: attorno a lui i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i consacrati e l’intero popolo Santo di Dio.
Hanno concelebrato il sacro rito, trasmesso in diretta su Portalecce e Telerama (GUARDA) l’arcivescovo emerito Michele Seccia, l’arcivescovo Luigi Pezzuto, il delegato ad omnia don Vito Caputo e Fra Massimo Tunno, ministro provinciale dei Frati Minori.
Il servizio liturgico è stato curato dai seminaristi della diocesi guidati dal direttore dell’Ufficio liturgico diocesano don Mattia Murra.
I canti sono stati eseguiti dal nuovo coro diocesano “Exulta et lauda”, all’esordio in una celebrazione diocesana, accompagnato all’organo da Carlo Chirizzi e diretto da Ines Gravili.
Un’autentica meditazione sulla figura del presbitero può essere definita la toccante omelia (IL TESTO INTEGRALE) che il presule leccese ha tenuto e nella quale ha avuto un pensiero particolare per i sacerdoti, suoi primi collaboratori nel ministero episcopale.
“Quando sono entrato in chiesa durante la processione introitale – ha esordito l’arcivescovo facendo ricorso ad un aneddoto personale -, mi è tornata in mente una bellissima esperienza che ho fatto quando ero poco più di un ragazzino, quella legata alla mia prima partecipazione alla Messa Crismale. Ricordo distintamente i colori della mia tarcisiana che la mamma aveva stirato a modo, ma ricordo lo stupore, entrando nella concattedrale di Taranto, di vedere una comunità così diversa, così ricca, così bella. L’esperienza che ricordo distintamente è stata questa. Mi sono sentito parte di una squadra grande, di una squadra forte e di una squadra bellissima”.
Rivolgendosi, dunque, ai suoi fratelli nel ministero presbiterale, l’arcivescovo ha voluto, insieme a loro, ripercorrere le promesse sacerdotali così da far scaturire da esse un autentico programma si vita.
Il focus del pastore leccese si è subito posato sulla monizione introduttiva della rinnovazione degli impegni assunti nel giorno della propria ordinazione laddove si evince che “Cristo Signore comunicò agli apostoli e a noi il suo sacerdozio”.
Il ministero presbiterale, al dir di Panzetta, non è qualcosa che il candidato sceglie da sé, non è una posizione di privilegio ma è un dono che immeritatamente e nella infinita misericordia di Dio egli accoglie.
Belle le parole dell’arcivescovo di Lecce: “Fratelli miei, noi non siamo sacerdoti perché lo abbiamo voluto noi ma solo perché il Signore ci ha chiamati per stare con lui. Nella seconda preghiera eucaristica si dice: Ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza. Nella editio tipica si usa, però, la denominazione compiere il servizio sacerdotale, per cui il presbitero è colui che, davanti al Signore, alla sua presenza, è cosciente di offrire se stesso per il popolo presso cui è inviato”.
Scaturisce da qui, dunque, la seconda riflessione dell’arcivescovo Panzetta che associa il presbitero ad un uomo che ha rinunciato a se stesso per amore del Signore, ad un individuo che spendendosi totalmente per la causa del Vangelo vive una vita che è continuo rimando al mistero celebrato.
Incalza il presule: “Cari sacerdoti, il presbitero è Colui che a sera va a dormire stanco perché si è giocato completamente per il Signore, è colui che non ha nulla da offrire perché ha speso tutto per il Signore e per il suo popolo. Quanto è svilente un ministro ordinato che antepone se stesso, i suoi interessi, i suoi bisogni a Gesù e alla Chiesa: a lungo andare non avrà nulla da offrire alla propria comunità”.
Per far questo, dunque, occorre rispolverare la gioia del ministero, quella che si radica in un rapporto bello e nuziale con il Maestro e che non cede dinanzi all’usura del tempo, degli impegni, delle fatiche pastorali.
“Fratelli miei, non è efficace – prosegue Panzetta – un sacerdote che ha la gioia tale e quale a quando è stato ordinato ma solo colui che questa gioia la fa crescere sempre di più; prima di diventare vescovo ho conosciuto preti incamminati verso questa misura alta del ministero che hanno comunicato una gioia, una freschezza e un entusiasmo capaci di contagiare il popolo e il presbiterio”.
Due, allora, sono gli ambiti di operatività del presbitero: la capacità di dispensare non cose sue ma le perle della Chiesa, i misteri di Dio e il desiderio di annunciare la Parola.
Celebrare i sacramenti non è dare agli uomini le cose proprie ma ciò che Cristo-Sposo ha offerto come grazia per la sua Chiesa; allo stesso modo, dunque, l’annuncio non può essere improvvisato o rabberciato ma necessita di preparazione, di studio, di cura e di preghiera.
Stigmatizza il presule: “La gente, fratelli miei, ha naso; sente quando un presbitero rumina la Parola, la prega, la studia esegeticamente, si misura con essa; come presbiteri, dunque, siamo chiamati a coltivare spazi di preghiera, di ascolto, di studio della e con la Parola, siamo chiamati a fare tesoro di ciò che la maternità della Chiesa mette nelle nostre mani avendo quale bene supremo da amministrare e non da gestire quasi che ne fossimo i padroni”.
“Io sono contento e felice del presbiterio che il Signore mi ha dato – ha concluso l’arcivescovo -. E proprio perché sono contento e felice dei miei sacerdoti, mi piace indicare loro, e a me stesso per primo, una misura alta, quella che la Parola di Dio e la liturgia ci mettono di fronte. Sono certo che la grazia di Dio, l’amore per la nostra gente, ci aiuterà a camminare nelle vie così importanti che le promesse segnalano a ciascuno di noi”.
Terminata l’omelia e dopo aver vissuto il momento della benedizione dell’olio degli infermi e dei catecumeni e la consacrazione del Crisma, la messa è proseguita nel modo consueto. Al termine della celebrazione, una volta consegnati simbolicamente gli olii benedetti al presbiterio tramite i vicari foranei, per vivere ancora più intensamente la fraternità presbiterale, i sacerdoti hanno condiviso la cena con il loro pastore nel salone dell’episcopio festeggiando in tal modo l’annuale memoria del giorno nel quale Cristo Gesù, il Sommo ed Eterno Sacerdote, volle istituire il sacerdozio ministeriale.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.







