Omelia nella Messa della giornata della vita
chiesa sant’Antonio, Tricase 1° febbraio 2026

Cari fratelli e sorelle,
l tema di questa 48° giornata della vita, «Prima i bambini» è affascinante e di stretta attualità. Il riferimento biblico è particolarmente incisivo. Viene richiamato l’ammonimento di Gesù: «Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli; perché io vi dico che i loro angeli in cielo vedono continuamente la faccia del Padre mio» (Mt 18,10). A me sembra che sia importante considerare il tema non solo da un punto di vista sociologico e antropologico, ma soprattutto nella sua dimensione teologica. Si dovrebbe riformulare il titolo da “Prima i bambini” in “Prima il Bambino”, con evidente allusione al mistero di Gesù Bambino. Gesù Bambino è una persona e nello stesso tempo è un simbolo. In lui sono rappresentati tutti i bambini di ieri, di oggi e di domani. La Lettera agli Ebrei afferma che «Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8).

Il Dio bambino

Fin dai miti greci, il bambino raffigura in qualche modo la presenza del divino in quanto simbolo di innocenza, di potenzialità latente, di forza nascosta. In particolare Eros, il dio dell’amore, è immaginato come un eterno bambino[1]. La presenza del dio bambino rappresenta il principio della vita, lo svelamento dell’amore, la manifestazione di un inizio e di un futuro radioso. La sua figura unisce vulnerabilità e potenza, mostrando come la forza e la saggezza possano emergere già nei primi anni di vita, anticipando l’importanza e l’influenza che la divinità avrà nel mondo.

In tutte le rappresentazioni religiose di Dio, il bambino divino comunica un messaggio comune: la sacralità non è distante o incomprensibile, ma vicina e comprensibile, capace di entrare nel mondo umano attraverso la semplicità e la vulnerabilità. Rappresentare Dio come un bambino significa ricordare che la grandezza e la potenza del divino possono convivere con l’innocenza e la tenerezza. La sua figura invita l’uomo a proteggere e valorizzare ciò che è fragile e puro in quanto valore duraturo ed eterno.

Al contrario, un mondo senza bambini è un mondo che ha smarrito il valore della meraviglia, la gioia del piccolo sguardo che scopre il mondo per la prima volta, la curiosità che trasforma ogni frammento in una perla preziosa e in un grande tesoro. Senza voci infantili, la solitudine dilaga e la città congela in un eterno pomeriggio grigio. Il tempo perde la sua leggerezza, l’aria sembra più densa, i colori meno vividi, e persino il silenzio assume un peso diverso: non indica più attesa, ma assenza e mancanza.

Un mondo senza bambini resta, inevitabilmente, un mondo incompleto. La loro presenza infonde la certezza che la speranza non muore del tutto (R. M. Rilke) e che «ogni finestra aperta sull’infanzia è una porta sul mistero del tempo» (Virginia Woolf). I bambini, infatti, come sosteneva Lev Tolstoj, «sono l’anima del futuro». Senza di essi, il futuro diventa incerto, fino ad assomigliare a un ponte sospeso sul nulla. L’essenziale si dissolve, e gli adulti si muovono senza la leggerezza che solo la presenza infantile può donare, camminando tra sogni che non nasceranno mai.

Tutti questi significati si raccolgono nella figura di Gesù Bambino. In lui, Dio sceglie di entrare nella storia dal punto più debole e più controverso: quello che può essere ferito, scartato, ucciso. Sant’Agostino insiste su questo paradosso centrale: «Colui che tiene il mondo è tenuto tra le braccia di una madre». In Gesù Bambino si uniscono onnipotenza e umiltà. Dio non perde la sua grandezza facendosi piccolo: la rivela. La debolezza non è una mancanza, ma il modo scelto da Dio per farsi amare e riconoscere. È la forma più pura dell’amore che rinuncia a sé, il segno che Dio non domina, ma attira. Entra nel mondo senza potere, esposto alla violenza degli uomini e non salva dall’alto, ma immergendosi dentro la sofferenza.

Il Bambino sfigurato

Cristo è anche la figura del Bambino sfigurato. Nel suo tempo, come nel nostro, si compie una nuova “strage degli innocenti”. L’espressione affonda le sue radici nel racconto evangelico dell’uccisione dei bambini di Betlemme ordinata da Erode, un atto di violenza cieca compiuto dal potere per paura di perdere il controllo (cfr. Mt 2, 16-18). Gesù che, come nuovo Mosè sfugge al massacro di neonati, rappresenta simbolicamente il tentativo del male di ostacolare, di fermare e di annullare il bene fin dall’inizio. Nella strage degli innocenti è rappresentato il Dio che si lascia ferire

A distanza di secoli, quell’episodio non appartiene soltanto alla storia religiosa, ma si è trasformato in una potente metafora della condizione contemporanea. Gli innocenti continuano a morire o a subire violenze, non più per decreto di un sovrano, ma come conseguenza di decisioni politiche, economiche e militari spesso lontane e impersonali. È in questo senso che si può parlare di una moderna strage degli innocenti.

Nel mondo contemporaneo la prevaricazione assume forme più complesse, ma non meno drammatiche. Si potrebbero richiamare, quasi come una speciale litania, i casi di trasgressione e  violazione della loro identità: bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti; bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone”; bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti; bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere; bambini usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge; bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali;  bambini-lavoratori, privati dell’infanzia e inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno; bambini usati per espiantare i loro organi; bambini costretti a migrazioni faticose e pericolose. 

Come allora, anche oggi la violenza colpisce chi non ha voce né possibilità di scelta. Cambiano i contesti storici, ma resta immutata la dinamica: la vita dei più deboli viene sacrificata in nome di interessi superiori. Hannah Arendt, riflettendo sulla natura del male nel Novecento, parlava di “banalità del male”, sottolineando come le peggiori atrocità possano nascere non da mostri, ma da sistemi che rendono la violenza normale, amministrativa, quasi invisibile. Non è sempre facile individuare un responsabile immediatamente riconoscibile, come la figura di Erode. Spesso si tratta di una rete di responsabilità diffuse che rende difficile riconoscere colpevoli. In tal modo, si alimenta l’indifferenza.

Uno degli aspetti più inquietanti della modernità è proprio questa anestesia delle coscienze. L’eccesso di informazione rischia di trasformare il dolore in spettacolo, riducendo le vittime a numeri. Come scrive Zygmunt Bauman, «la distanza morale cresce con la distanza fisica». Ciò che accade lontano da noi sembra meno reale, meno urgente, e quindi più facile da accettare. In questo modo, la moderna strage degli innocenti non si consuma solo attraverso la violenza diretta, ma anche attraverso l’assuefazione e il silenzio. Profeticamente Elie Wiesel diceva: «Il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza».

Questo meccanismo moderno era già stato denunciato da Pier Paolo Pasolini quando affermava che «la vera colpa non è commettere il male, ma abituarsi al male». L’indifferenza diventa così una forma di complicità passiva. Non vedere, non sapere, o fingere di non sapere significa permettere che la violenza continui a ripetersi. La strage degli innocenti, allora, non è soltanto un evento tragico, ma un processo che si rinnova ogni volta che una società accetta come avvenimento inevitabile che sfocia in una responsabilità collettiva

Se nel passato la violenza era attribuibile a un singolo tiranno, oggi essa nasce spesso da sistemi complessi: economie globali che sfruttano, politiche migratorie disumane, guerre giustificate come necessarie. Tuttavia, ciò non assolve il singolo individuo. In quanto cittadini, elettori e consumatori, tutti partecipiamo, direttamente o indirettamente, a quei meccanismi che producono esclusione e morte. Come ricordava Primo Levi: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo»: la memoria non è solo ricordo, ma responsabilità.

Parlare di moderna strage degli innocenti significa riconoscere che il progresso tecnologico e sociale non ha eliminato la violenza fondamentale dell’uomo contro l’uomo. Spesso sono proprio i bambini, simbolo della più pura innocenza, a pagare il prezzo più alto nell’indifferenza generale. Dare un nome a questa realtà è il primo passo per contrastarla, perché, come insegna la storia, ciò che viene normalizzato smette di scandalizzare e finisce per ripetersi. Riconoscere gli innocenti di oggi significa rifiutare l’idea che alcune vite valgano meno di altre e affermare, contro ogni logica di potere, il primato della dignità umana.

La nostalgia del Dio Bambino

Nel nostro tempo, tuttavia, rimane fortemente inalterata la nostalgia del Dio Bambino. Essa parla di desiderio di vicinanza, di innocenza, di immediatezza di Dio nel mondo, nella sua forma più fragile e intima. Non un Dio distante o minaccioso, ma vicino, piccolo, vulnerabile. Un Dio Bambino che incarni la semplicità, l’innocenza, la dolcezza e, al tempo stesso, la profonda maestà della divinità. Un Dio reale che condivide sofferenza, debolezza e fragilità. Un Dio da cercare dove non ce lo saremmo aspettati: nei piccoli gesti, nella fragilità, nell’innocenza, nel dolore. Non un Dio che comanda, ma un Dio che soffre con noi e per noi.

Anche nell’arte la nostalgia del Dio Bambino è evidente. Nelle Natività di Giotto, Piero della Francesca o Caravaggio, il Bambino è rappresentato piccolo, indifeso e spesso circondato dal silenzio e dalla tenerezza di Maria. Osservando queste immagini, si percepisce la ferita presente nell’uomo quando avverte la mancanza di un Dio che si avvicini davvero; da questa ferita nasce il desiderio di cercarlo nella fragilità della vita quotidiana. La nostalgia del Dio Bambino, così, non rappresenta solo un sentimento poetico, ma un richiamo teologico e filosofico: invita a riconoscere Dio nei piccoli, negli innocenti e in chi soffre, ed esorta a comprendere che la sua forza non è nella potenza, ma nella capacità di entrare nella nostra vita come uno di noi.

È la nostalgia del Totalmente altro. Insieme, e in modo inscindibile, la nostalgia del totalmente qui e non altrove. O in un altrove che giace nel mondo, e per questo il mondo invoca il Totalmente altro e il Totalmente presente, lo cerca, lo desidera lo chiama. Ogni passo verso di esso è insieme lontananza e presenza; ogni respiro lo sfiora senza possederlo. Si percepisce la sua esistenza non nell’avere, ma nell’incanto di ciò che non è mai stato eppure sempre da ognuno atteso. Un Altro che ci chiama dal silenzio delle cose e che ogni cuore sente vibrare. Sospeso tra la sua assenza e ciò che conosciamo, tra ciò che sospira all’orizzonte e ciò che risuona come un alito di vento infinito che impariamo ogni giorno ad amare. 

Gesù, il nostro Dio Bambino, è un mistero che non possiamo possedere né possiamo afferrare, ma che interiormente ci muove verso la bellezza, la trascendenza e la trasformazione: un mistero ineffabile; un nome che non si può pronunciare; un anelito fertile che spinge a cercare nuovi mondi, dentro e fuori di noi; un altrove che respira al di là e dentro il tempo, dove il pensiero si dissolve e l’anima cammina leggera, senza confini né ritorni; un mistero da cercare tra le pieghe dei giorni, nel rumore delle mani e perfino nel silenzio dei sogni; un mistero che segna un cammino dove ogni passo ci ricorda che il Totalmente altro non è mai Totalmente qui, eppure è l’unica direzione certa per trovare la via che conduce alla sua casa. 

Essa è sul monte. A un’altezza inaccessibile. Ma se per caso fosse lui a scendere? Se fosse proprio lui a indicare la via segreta, il breve pertugio nascosto e invisibile per salire fino a lui? E se ci sarà data la grazia di scoprire l’invisibile sentiero che si inerpica fino alla sua dimora e giugnere davanti fino alla sua porta? Chi avrà il potere di aprirla? C’è una chiave adatta allo scopo? Si apre da dentro o da fuori?     

La nostalgia di Gesù Bambino brucia come un dolce desiderio e un richiamo che non si spegne; una brama di gioia che ci giunge silenziosa e attraente come il lontano risuonare di un’eco, una musica che sa di infinito; una strana lontananza che viene da vicino, forse da dentro o forse da oltre, ma che certo sprigiona in un impeto di giubilo vivo che non si consuma e ogni volta apre verso il confine; verso ciò che non ancora è stato incontrato, disegnando un sentiero verso l’Altro che non arriva mai, ma rende ogni attimo di vita più luminoso, più vero, più puro, più desiderato. Un nuovo inizio che prelude ad un altro inizio e ad un altro ancora. Senza mai giungere alla fine. 


[1] «Eros era un fanciullo ribelle, che non rispettava né l’età né la condizione altrui, ma svolazzava con le sue ali d’oro scoccando frecce a caso e infiammando i cuori con le sue terribili torce», R. Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 2008, p. 48.

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