Articolo in “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
Martedì, 31 marzo 2026.
In un’epoca segnata da conflitti, fratture culturali e crisi delle democrazie, è opportuno riproporre il confronto tra Jürgen Habermas (1929-2026) e Joseph Ratzinger (1927-2022). Il primo, morto il 14 marzo 2026 a Starnberg, vicino Monaco di Baviera, all’età di 96 anni, ha dedicato tutta la sua opera a difendere una convinzione semplice e radicale: la convivenza umana può reggersi soltanto sul dialogo. Il secondo, teologo di fama mondiale divenuto Papa con il nome di Benedetto XVI, ha dedicato tutta la sua esistenza a far comprendere la rilevanza del cristianesimo nella cultura moderna e contemporanea.
Significativo e attualissimo è stato il loro confronto sul rapporto tra fede e ragione nella società contemporanea. Nel celebre incontro, avvenuto il 19 gennaio 2004 alla Katholische Akademie Bayern, intitolato «Dialettica della secolarizzazione: sulla ragione e sulla religione», entrambi si interrogarono sui «fondamenti morali prepolitici di uno Stato costituzionale democratico», sostenendo che la democrazia necessiti di presupposti normativi che la pura ragione secolare non può garantire da sola[1].
Si realizzò così un faccia a faccia sorprendente, nel quale da un lato Ratzinger ammise che la religione poteva diventare «un potere arcaico e pericoloso, che crea falsi universalismi e perciò induce all’intolleranza», mentre Habermas sostenne che il fenomeno della persistenza della religione in un ambiente sempre più secolare, come quello europeo, non era solo «un fatto empirico, un mero dato sociale, ma un fenomeno che la filosofia dovrebbe prendere sul serio, assumendolo come una sfida cognitiva».
Ratzinger era convito della necessità che religione e ragione si sorvegliassero a vicenda per «mettere l’altra al suo posto e condurla sulla propria via positiva». Habermas, come sostenne in un saggio-intervista del 2004, ribadì che «per l’autocomprensione normativa della modernità, il cristianesimo non rappresenta solo un precedente o un catalizzatore. L’universalismo egualitario – da cui sono derivate le idee di libertà e convivenza solidale, autonoma condotta di vita ed emancipazione, coscienza morale individuale, diritti dell’uomo e della democrazia – è una diretta eredità dell’etica ebraica della giustizia e dell’etica cristiana dell’amore». E concludeva: «A tutt’oggi non disponiamo di alternative se non chiacchiere post-moderne».
Nel loro serrato confronto, essi intesero superare sia la tentazione secolarista che bolla ogni forma di cultura religiosa come regressione irrazionale sia la tentazione integralista che vuole imporre autoritariamente le verità di un’unica fede religiosa. Entrambi erano convinti che bisognava aprire la prospettiva di una società postsecolare in cui laici e credenti potevano scoprire il dialogo non solo come strumento di necessario compromesso, ma come metodo per il ritrovamento di sé stessi.
Nel suo intervento, Jürgen Habermas difese un approccio post-metafisico e secolare ai fondamenti dello Stato costituzionale democratico, ispirato al razionalismo kantiano. Da filosofo neomarxista e difensore della ragione comunicativa, sostenne che in una società “post-secolare” la democrazia debba rinnovare le sue basi normative attraverso un apprendimento reciproco tra ragione secolare e tradizioni religiose. Egli considerava la religione come una risorsa per sostenere la coesione sociale, purché tradotta in termini accessibili alla ragione pubblica, evitando fanatismi, e distingueva tra profilo cognitivo (la legittimazione del diritto attraverso processi discorsivi) e motivazionale (la solidarietà sociale necessaria per mantenere la coesione).
A suo giudizio, in una società pluralista e post-secolare, il pluralismo ideologico poteva stabilizzarsi attraverso un consenso su principi procedurali formali, senza richiedere fondamenti etici o religiosi prepolitici vincolanti. Il processo democratico, inclusivo e comunicativo, genera legittimità autonoma, fondando una sorta di “patriottismo costituzionale” derivante dall’appropriazione condivisa dei principi costituzionali nello specifico contesto storico-nazionale. La solidarietà emerge dalla dinamica democratica stessa, che stimola la partecipazione civica e contrasta fenomeni come il “bürgerlicher Privatismus” (l’atomizzazione individuale e il disinteresse per la cosa pubblica). Habermas ammetteva che, in una società post-secolare, la neutralità dello Stato deve garantire eguale libertà etica a tutte le visioni del mondo, permettendo un apprendimento reciproco tra mentalità religiose e secolari. Tuttavia, i contributi religiosi al discorso pubblico dovevano essere tradotti in termini razionali accessibili a tutti, per evitare che la religione aspirasse a un monopolio interpretativo.
Joseph Ratzinger, dal canto suo, affermò che per istaurare un dialogo occorre rinnovare il diritto naturale, rendendolo accessibile oltre i confini della fede cristiana, in un dialogo aperto ad altre culture, come quella islamica, buddista, indù e africana. Bisogna inoltre considerare che esistono “patologie della ragione” (come il relativismo moderno) e “patologie della religione” (come il fondamentalismo). Esse rischiano di far degenerare la democrazia in tirannia della maggioranza senza agganci morali radicati nella fede e nella legge naturale.
Ragione e religione sono chiamate a purificarsi a vicenda: la fede previene l’aridità della ragione puramente strumentale, mentre la ragione modera gli eccessi religiosi. La democrazia è un sistema che esige fondamenti etici prepolitici, spesso forniti dalla tradizione giudaico-cristiana, per contrastare derive autoritarie o nichiliste. Con la loro morte, si ha l’impressione che sia tramontata una certa Europa intesa come avventura ideale e si è oscurato il valore della cultura occidentale mentre si è diventata più acuta e lacerante la crisi culturale e geopolitica.
[1] Cfr. J. Ratzinger – J. Habermas, Etica, religione e stato liberale, Edizione Morcelliana, Brescia 2022.
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