Tantissimi giovani e tantissime famiglie nella tarda serata di ieri, nella cattedrale, convenuti per partecipare alla Veglia e alla messa della notte di Natale presieduta per la prima volta da quando è pastore della Chiesa di Lecce, dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta.
Dopo la preghiera dell’Ufficio delle letture, il canto del Gloria e l’ascolto della Parola di Dio, cinque i focus inquadrati dall’arcivescovo nell’omelia (IL TESTO INTEGRALE) durante la quale si è lasciato guidare dalle letture proclamate durante la messa.
Innanzitutto, la storicità dell’Incarnazione; “il Vangelo – ha sottolineato Panzetta – ci dice che il Natale è un evento che si colloca nella storia umana. L’evangelista Luca, ci tiene, prima di raccontare succintamente i fatti della nascita di Gesù, ci tiene a ricordare che questo è avvenuto quando c’era un imperatore e c’era un governatore, c’erano i signori che comandavano la storia. E Luca ci tiene a introdurre questo per ricordarci che il mistero dell’Incarnazione – e quindi la festa del Natale – non ricorda né un rito, né una magia o una saga invernale ma ricorda un fatto preciso”.
Ma oggi, avverte l’arcivescovo, si corre un pericolo: “festeggiare senza ricordare la verità dei fatti del festeggiato, senza partire dalla verità del mistero dell’Incarnazione come un evento che ha segnato la storia dell’umanità, l’evento che ha cambiato in profondità la vicenda umana”.
Secondo punto la scelta di Dio di nascere povero tra i poveri. Ancora l’arcivescovo: “Ritengo che questa scelta di Dio sia molto importante: il fatto che il nostro Dio sia stato accolto in una mangiatoria e sia venuto al mondo durante un viaggio. Sembra quasi uno dei tanti migranti le cui storie rientrano nella cronaca dei nostri giorni. Il fatto che Maria di Nazareth abbia dato alla luce di Gesù in un caravanserraglio provvisorio durante un viaggio; il fatto che Dio si sia fatto umiltà e abbia scelto questa strada, è molto importante. Perché Dio si è fatto uomo in questo modo per poter parlare agli umili e ai poveri. Se Dio fosse nato nei luoghi del potere non avrebbe conosciuto la povertà, non avrebbe conosciuto i poveri”.
Infine, richiamando la seconda lettura tratta dalla Lettera di San Paolo a Tito, ha delineato le conseguenze per l’uomo di questa scelta di Dio: “E quali sono le conseguenze di queste scelte di Dio – si domanda il presule? – Nella seconda lettura mirabilmente Paolo sintetizza tutto e dice che è apparsa la grazia di Dio; in quel bambino che è nato per noi, la grazia di Dio, cioè la bontà di Dio si è fatta vedere portando salvezza a tutti. E che cosa accade quando questa grazia agisce salvificamente nella vita delle persone? Le persone sono chiamate a vivere – ha detto Paolo – con sobrietà, con giustizia e con pietà”.
È passato, infine, a spiegare il significato biblico delle tre espressioni paoline: “Le parole non sono casuali, sono scelte con grande attenzione perché Paolo indica a Tito le conseguenze antropologiche del mistero dell’Incarnazione: proprio perché Dio si è fatto uomo e ci ha manifestato il volto della grazia di Dio, proprio per questo noi, accogliendo questa grazia, dobbiamo vivere con sobrietà, lontani dall’idolatria delle cose, non lasciandoci schiavizzare dalla legge del consumo e del profitto. Vivere con sobrietà, significa vivere con una sana libertà rispetto alle cose per cui noi possediamo le cose ma le cose non ci possiedono. E noi abbiamo la possibilità di usare i beni come strumenti per realizzare il bene”.
Poi ha chiarito il senso della giustizia cristiana: “La giustizia è una virtù relazionale che ci chiede di riconoscere a ciascuno il suo. Proprio perché accogliamo la grazia del mistero dell’Incarnazione, vogliamo vivere una relazionalità migliore, riconoscendo il suo ad ognuno, riconoscendo la dignità ad ognuno. Come sarebbe bello se il Natale portasse linfa nuova nelle nostre relazioni; se ci aiutasse a rispettarci di più, se ci aiutasse a diventare più capaci di dialogo perché nell’altro è il volto di Dio come dentro di me”.
Infine, la pietà: “La pietas – ha aggiunto l’arcivescovo – è l’atteggiamento con il quale l’uomo vive rettamente rispetto a Dio. Quando l’uomo vive con una sana libertà rispetto alle cose e con una bella relazione rispettosa con l’altro… in quel contesto è in grado di vivere un’autentica relazione con Dio. Nel mistero dell’Incarnazione, Gesù ci ha mostrato il volto amorevole di Dio e, dunque, ci dà la possibilità di rinnovare il nostro rapporto con Dio, perché Dio non ci vuole schiavi, Dio non ci vuole soldatini a sua disposizione. Dio è Padre. Egli ama ciascuno di noi e vuole la nostra libertà, la nostra responsabilità, la nostra autonomia”.
L’augurio finale è la sintesi di una bella pagina di magistero sull’Incarnazione che ha fatto da sfondo di contenuto al primo Natale di mons. Panzetta da arcivescovo di Lecce: “Celebriamo nella verità il mistero del Santo Natale. Vogliamo essere persone che vivono il mistero del Santo Natale senza trasformarlo in una festa vuota. Vogliamo accettare lo stile travolgente di un Dio che si è fatto umiltà, che ha deciso di vivere nella povertà e di abbracciare prima di tutto i poveri e i derelitti del suo tempo. Vogliamo essere persone che, accogliendo il mistero incarnato nella nostra vita, siano capaci di vivere con sobrietà con giustizia e con pietà”.
“È questo – in conclusione – l’augurio che sento di cuore di fare a ciascuno di voi e alle vostre famiglie: che questo Natale sia vero e che lasci un segno nella nostra vita, perché vivendo in profondità e nella verità questa festa, diventiamo creature migliori. Amen”.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.






