Omelia nella Messa per i voti solenni di Michela Turco
Chiesa Cattedrale, Ugento, 12 aprile 2026.
Cara suor Michela,
rievocando la scena che si svolse nel Cenacolo la sera di quel primo giorno della settimana, anche noi, in questa liturgia della seconda domenica di Pasqua, siamo avvolti dal mistero dell’incontro tra Cristo risorto e la comunità dei suoi discepoli. Lasciamoci avvolgere dall’atmosfera intima e solenne di quella silenziosa sera di Gerusalemme (cfr. Mt 26,17-30; Mc 14,12-26; Lc 22, 7-30).
La sera di Pasqua a Gerusalemme
Nel Cenacolo le porte erano chiuse, serrate dall’interno per la paura. Anche i cuori dei discepoli erano induriti.Parlavano a bassa voce, con il cuore ferito e confuso. Il ricordo della croce era ancora vivo, e l’ombra della notte sembrava pesare sulle loro anime.
All’improvviso, apparve il Risorto. Non venne aprendo la porta. Conosceva la via per entrare nelle fragilità umane. Risplendeva come la luce che irrompe nel buio e parlò con una voce calma, che scioglie ogni timore. Non rimproverò. Non chiese spiegazioni. Non ricordò le fughe o i tradimenti. Annunciò solo la pace di chi ha attraversato la morte e l’ha vinta.
Le sue parole caddero nel silenzio come rugiada sulla terra assetata. I discepoli alzarono gli occhi increduli. Lo riconobbero: era lui. Il Maestro crocifisso ora era vivente. Contemplarono le mani trafitte e il fianco aperto. Non erano ferite di morte, ma feritoie e segni di amore vittorioso. Poi egli compì un gesto solenne: soffiò su di loro. Era il respiro dello Spirito, lo stesso alito della creazione. La storia ebbe così un nuovo inizio. La paura si trasformò in stupore, lo stupore in gioia e la gioia in una luce nuova che risplendeva sui volti smarriti. Nella stanza chiusa rinacque una speranza più forte di ogni dubbio. La notte era finita: sorgeva l’alba di un nuovo giorno.
Come la sera di Gerusalemme, il Signore risorto viene anche nel mistico Cenacolo del vostro monastero. In quel luogo sacro, la parola diventa preghiera e la relazione ha il sapore della fraternità. Chi entra innalza lo sguardo al cielo e sveglia il cuore per percepire la presenza della divina Maestà. Chi vi dimora con fede, riceve la pace che supera ogni umana comprensione, mentre l’anima si adagia nel mistero dell’amore di Dio, che regola il tempo e l’eternità.
In questo Cenacolo mistico, il Risorto ha voluto incontrare anche te, cara suor Michela. È venuto nella stanza della tua anima per celebrare il rito nuziale. E questa stanza, di volta in volta, ha assunto una diversa connotazione. È diventata: la stanza al piano superiore, la stanza con la grata, la settima stanza, la cella vinaria.
La stanza al piano superiore
La stanza al piano superiore non è solo pietra e legno, ma luogo di incontro e di attesa, metafora della vita spirituale, preludio alla pienezza dell’eterna rivelazione. Non è solo una stanza. È anche un ponte tra cielo e terra; una finestra in cui la santità divina si manifesta. È lo spazio che custodisce il mistero, invita alla vigilanza e all’attesa e prepara a ricevere la rivelazione piena di colui che è la luce vera. È il nascondiglio privilegiato, il “luogo posto in alto”, per l’intimo incontro d’amore dove sono conservati i desideri sacri e la segreta vita dell’anima. Come nelle stanze superiori del Tempio di Salomone, (cfr. 1Re 6,5-10; 2Cr 3,4-5) anche nello spazio sacro e protetto del vostro monastero, il dialogo d’amore si fa più intenso e la rivelazione prende forma concreta.
Lo sposo innamorato si avvicina. Conosce molto bene la strada che porta al luogo privilegiato dell’incontro conlui: la stanza superiore dove il Verbo fatto carne incontra la tua anima. Potranno le porte del tuo cuore rimanere chiuse a colui che ha vinto la morte? Egli viene in modo sovrano, senza far rumore, silenziosamente. Come un principe invaghito della bellezza della tua anima, come la Verità che illumina la vita. E con voce profonda e armoniosa sussurra dolci parole.
La stanza con la grata
Questa ascesa spirituale, però, non è né lineare né priva di difficoltà. È un processo di purificazione, di amore crescente e di comunione sempre più profonda con Cristo. La stanza del mistico Cenacolo, infatti, è munita della grata, elemento che chiude e permette di vedere fuori senza essere visti o, viceversa, di sbirciare dentro senza una visione completa.
La grata rappresenta la tensione tra presenza e attesa: il diletto è vicino, ma non è ancora entrato; guarda attraverso le aperture parziali, segno di desiderio e ricerca. È la soglia tra il distacco e l’incontro d’amore. La sposa coglie la presenza dello Sposo, intravedendo, aspettando e cercando una piena unione con lui. Lo Sposo è vicino, ma l’incontro pieno richiede apertura del cuore oltre tutte le simboliche barriere.
La grata è necessaria. Non è solo un elemento neutro, decorativo e architettonico, ma un simbolo poetico della tensione tra separazione e desiderio. Rappresenta una vista parziale, un limite attraverso cui si intravede l’altro e si vive ogni attimo come attesa, mistero, ricerca e tensione verso l’incontro.
Quanta delicatezza! Quanta gradualità nel rapporto d’amore esprime l’immagine della grata. Il desiderio e l’amore richiedono ricerca, contemplazione e rispetto dei confini, prima di una piena unione. Lo Sposo certamente verrà, ma non subito. Verrà nell’intimità, a ripagare la paziente attesa della sposa. Come la sposa del Cantico dei Cantici, anche tu, cara suor Michela, in un impeto di gioia puoi esclamare: «Il mio diletto è come un cerbiatto o un capriolo: ecco, egli sta dietro la nostra parete; guarda da quelle finestre, spia attraverso le grate» (Ct 2,9).
La sua vicinanza è palpabile, ma l’incontro pieno richiede apertura interiore. La vista attraverso la grata esalta l’intuito spirituale e il desiderio di comunione. Così l’amore cresce attraverso la contemplazione e non solo attraverso la presenza fisica. La grata è la soglia tra il visibile e l’invisibile, tra il mondo esterno e quello interiore. È simbolo eloquente di un amore soffuso di mistero, introspezione e tensione. La distanza e la separazione non indeboliscono l’amore, ma ne accrescono il desiderio, guidando verso l’unione graduale, consapevole e profonda.
La grata, in realtà, non è barriera, ma soglia poetica: attraverso le sue maglie il desiderio si affaccia e si nutre di visioni parziali, come un amante che contempla ciò che ama, prima di poter abbracciare completamente ciò che ardentemente desidera. L’amore è una finestra aperta sul desiderio, un passaggio di luce tra attesa e compimento. La sposa, chiamata ad aprirsi lentamente all’amore assoluto, ora intravede lo sposo attraverso il reticolo della grata, prima di vederlo pienamente di persona. È il gioco dell’estasi e dell’unione dell’anima con il divino.
La settima stanza
Allora la stanza al piano superiore si trasforma nella settima stanza, situata al centro del nobile Castello. Sette sono, infatti, le stanze che bisogna attraversare per giungere all’unione perfetta con Dio. Ogni dimora rappresenta un grado di purificazione e di comunione con lo Sposo divino.
Nella prima dimora, comincia il cammino spirituale. Qui domina ancora il peccato e l’egoismo, e l’anima deve imparare a riconoscere i propri limiti e a pentirsi. La porta del Castello è aperta, ma occorre entrare con determinazione.
Nella seconda dimora, l’anima inizia a vivere più stabilmente nella grazia. Appare il desiderio sincero di avvicinarsi a Dio, anche se le tentazioni e le passioni continuano ad ostacolare l’impegno. La preghiera diventa più costante, e lo spirito si abitua a rivolgersi a Dio con sincerità.
La terza dimora segna una purificazione più profonda. Le prime consolazioni interiori e i doni mistici fanno sentire la vicinanza di Dio, pur senza la liberazione totale dalle lotte interne. È un momento di stabilità e di crescita spirituale.
Nella quarta dimora, l’anima sperimenta la preghiera contemplativa. Si tratta del riposo in Dio, in cui la mente e il cuore si concentrano sulla presenza divina senza bisogno di immagini o mediazioni esterne. Le consolazioni spirituali diventano più intense, e l’anima si avvicina a un amore più puro.
La quinta dimora porta ad una relazione speciale con Dio. Le esperienze mistiche si intensificano, e l’anima comincia a distaccarsi dal mondo e dalle cose terrene. È una fase di grande apertura al divino amore, che prepara a purificazioni più profonde.
Nella sesta dimora, l’anima attraversa la “notte oscura”: tempo di purificazione interiore, in cui le consolazioni sensibili vengono meno e l’abbandono totale a Dio diventa necessario. Qui le grazie mistiche, come visioni e estasi, si alternano alla prova nascosta attraverso cui l’anima impara a confidare pienamente nella volontà divina.
Infine, nella settima dimora, l’anima raggiunge l’unione perfetta con Dio. È il centro del Castello, la stanza più interna dove Dio stesso dimora. Non si tratta di un’esperienza straordinaria, ma di una comunione stabile e profonda, in cui l’amore divino guida ogni pensiero e azione. L’anima celebra il “matrimonio spirituale” con Dio, immersa in una pace assoluta, in un silenzio interiore e in un totale abbandono. Qui, l’unione con il divino non è più episodica, ma permanente, e l’anima partecipa stabilmente alla vita stessa di Dio.
La cella vinaria
L’estasi avviene nella cella vinaria (cfr. Ct 2,4). Infatti, come il vino matura lentamente nella cantina, così l’anima matura nella silenziosa intimità con il suo Sposo divino. Qui ogni respiro diventa preghiera, ogni desiderio si trasforma in amore puro, e la dolcezza della grazia penetra ogni fibra del corpo e dell’anima.
San Bernardo di Chiaravalle ricorda che entrare nella cella del vino significa lasciarsi introdurre dall’Amore stesso nel luogo dell’educazione spirituale: qui l’anima, guidata dall’Amore, apprende la dolcezza della grazia, la disciplina dell’abbandono, l’arte di rispondere a Dio con fedeltà. E con lo stesso ardore cerca ciò che è vero e bello. Il vino della cella non è solo bevanda, ma simbolo di gioia spirituale e ardente amore, capace di trasformare l’anima, rendendola riflesso dell’Amore eterno. Simboleggia la gioia interiore e la dolcezza del cuore che gradualmente matura attraverso la contemplazione e la purificazione.
San Giovanni della Croce considera la cella vinaria come il luogo della trasformazione totale, dove l’anima dimentica sé stessa per perdersi in Dio. È l’esperienza di unione mistica, un abbandono totale all’Amante che trasfigura l’anima in luce e dolcezza ineffabile. Qui il cuore umano incontra l’infinito, e la vita interiore si colma di una pace e di una gioia che nessuna parola può descrivere. Nella cella vinaria l’anima si immerge in Dio, lasciando cadere ogni attaccamento a sé stessa e al mondo.
Come il vino che si raffina nella cantina, così l’anima sperimenta la trasfigurazione spirituale, l’unione intima con l’Amore eterno che trasforma ogni desiderio terreno in ardore divino. Ogni ombra viene dissolta, ogni paura si acquieta; l’anima diventa il luogo sacro dell’Amore. In questo spazio, Dio non è lontano, ma vicino, penetrante e gentile, e l’anima, come vino raffinato, diventa partecipe della sua stessa essenza. Più che simbolo, la cella vinaria è esperienza viva: dimora segreta dell’Amore, dove ogni cuore può bere alla stessa fonte dell’acqua viva. E così gioire e trasformarsi nella luce divina.
Per Hildegarda di Bingen, infatti, la cella vinaria è il luogo della rigenerazione interiore, dove il cuore si apre alla sapienza divina, e l’anima impara a vivere in armonia con l’ordine cosmico e la volontà di Dio. Nelle sue visioni, Hildegarda spesso interpreta il vino e la cantina come segni della forza vitale di Do che si conserva e matura nell’anima come un dono prezioso. La cella, spazio nascosto e protetto, rappresenta il cuore dell’anima dove l’energia del divino amore può maturare senza contaminazioni esterne, proprio come il vino si affina nella cantina.
L’anima che entra nella cella vinaria viene “rinvigorita” dallo Spirito. E così le virtù dell’amore, della pazienza e della gioia maturano lentamente. L’anima guarisce e si riconcilia con Dio e con l’ordine del cosmo. Si produce un santo equilibrio tra corpo, mente e spirito e si intona la sinfonia della creazione, in cui ogni elemento naturale e spirituale trova il suo posto. L’anima raggiunge la maturazione interiore fino a consumarsi nell’unità con la Trinità.
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Tutto quanto avvenne la sera del primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del Cenacolo, avviene in ogni tempo. Il Cenacolo non passa di moda. Si ripresenta in ogni angolo della storia. È sempre possibile entrare in questo luogo luminoso. Il Risorto continua a far visita ai suoi discepoli e a celebrare con loro la sua Pasqua.
Questa sera si è avvicinato a noi. Quello che accadde ai discepoli, accade questa sera per te, cara suor Michela. E noi, insieme alla tua comunità monastica, siamo testimoni del rito nuziale che celebri con il tuo divino Sposo. Come la sposa del Cantico dei Cantici ripeti anche tu: «Trascinami con te, corriamo! M’introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo di te» (Ct 1, 4). Amen.
clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca

