Omelia nella Messa di ordinazione sacerdotale del diacono Carmine Matteo De Marco
Chiesa sant’Antonio di Padova, Tricase, 10 aprile 2026.
Caro don Carmine,
il sacerdozio nasce nel Cenacolo e in questo luogo sacro è custodito per sempre. Celebrando la tua ordinazione sacerdotale, rievochiamo con il nostro spirito la scena di Gesù seduto a mensa con i suoi discepoli. Ci soffermiamo a guardare, in modo particolare, Pietro, Giacomo e Giovanni per scorgere in loro la forma sacerdotale che ogni presbitero deve assumere nella sua vita. Ci pare di vederli mentre, insieme con gli altri discepoli, osservano stupiti i gesti del Signore, ne ascoltano commossi le parole e si aprono, con tutte le loro fragilità, al mistero che si annuncia e si compie nella stanza superiore. Sono le ore della grande battaglia tra l’amore che si dona senza riserve e il mysterium iniquitatis che si chiude nella sua ostilità.
Pietro incarna il sacerdote come garante della forma Ecclesiae
Fissiamo innanzitutto lo sguardo su Pietro. Egli è il garante della forma Ecclesiae. Dovrai tu per primo obbedire a quanto il Signore ha stabilito. Non si tratta semplicemente di osservare norme disciplinari o di mantenere un ordine esteriore, ma di riconoscere che la struttura stessa della Chiesa è radicata nella volontà di Cristo e partecipa al suo mistero.La Chiesa, infatti, non nasce da un’iniziativa puramente umana, ma dal disegno salvifico di Dio realizzato in Cristo e affidato agli apostoli. Per questo la sua “forma” (fatta di dottrina, sacramenti, ministero gerarchico) non è arbitraria, ma ha un valore teologico: è segno e strumento della presenza di Cristo nel tempo. Rispettare questa forma significa quindi aderire a un ordine che precede e supera le scelte individuali, riconoscendo in esso un’espressione della volontà divina.
Pietro richiama il principale compito del sacerdote: «Confermare i fratelli nella fede» (cfr. Lc 22, 32). Essere cioè una roccia per la fede degli altri. Dovrai esercitare la tua autorità e la tua missione non in virtù di qualità personali e/o carismatiche, ma in quanto garante della continuità della fede della Chiesa, mantenendo l’unità della comunità in obbedienza al Vangelo e nel rispetto dei canoni e delle procedure ecclesiali.
Sarai chiamato ad essere padre e maestro della fede. Lo sarai per gli altri se, in primo luogo, lo sarai per te stesso. Non, però, della tua fede, ma della fede della Chiesa. Il tuo particolare ministero sarà quello di assicurare la continuità della fede ecclesiale nel mutare dei tempi e delle stagioni. Dovrai essere il punto di riferimento spirituale e pastorale della comunità e dovrai esercitare questo ministero con equilibrio tra autorità e servizio, tra affidabilità e responsabilità. Non sarai libero di guidare il popolo di Dio secondo la tua esclusiva volontà personale. Ogni decisione, ogni gesto ministeriale dovrà tenere conto del quadro istituzionale che garantisce la stabilità della comunità e la trasmissione coerente della fede.
Anche l’esercizio dell’autorità ecclesiale non va vissuta come dominio, ma come servizio; non si fonda sull’autonomia, ma sulla fedeltà. Chi guida è chiamato a conformarsi al Vangelo e alla tradizione viva della Chiesa, diventando esempio concreto di ascolto e obbedienza. Obbedire alla forma Ecclesiae significa entrare in sintonia con un organismo vivo, nel quale ogni membro ha un ruolo specifico e armonico, orientato all’edificazione del Corpo di Cristo.
Giacomo rappresenta il sacerdote come garante della “traditio Ecclesiae”.
Sarà poi il legame con la tradizione a farti assomigliare all’apostolo Giacomo. Come lui dovrai essere il custode della traditio Ecclesiae. Toccherà a te richiamare la stretta connessione tra la parola antica e quella nuova. Dovrai perciò distinguere ciò che appartiene al nucleo essenziale da ciò che è espressione storica, per alimentare la comunione tra la Chiesa di oggi e quella delle origini. Il tuo ministero sacerdotale si radica nella fedeltà a una memoria spirituale che trascende il tempo e custodisce fedelmente il deposito della fede senza alterarlo, trasmettendolo in modo vivo e intelligibile.
Essere a servizio della traditio Ecclesiae significa consegnare ad altri ciò che hai ricevuto dalla Chiesa: la fede apostolica, la Scrittura, la liturgia, la dottrina e la vita sacramentale. Non devi considerarti “proprietario” del messaggio, ma custode e servitore di una realtà che ti precede e ti supera. “Custodire” non significa semplicemente conservare in modo statico, ma mantenere integra la tradizione e renderla viva nel presente. Non dovrai aggiungere nulla; devi sono custodire e trasmettere fedelmente il deposito della fede che hai ricevuto con la predicazione, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della vita.
La trasmissione della fede ha una caratterizzazione personale e comunitaria. Sei infatti inserito in una catena apostolica che attraversa il tempo e collega la Chiesa di oggi con le sue origini. Ogni gesto liturgico, ogni parola recitata durante la celebrazione, ogni insegnamento impartito alla comunità non deve essere mai frutto di una mera invenzione individuale, ma deve discendere da una linea di trasmissione sacra, affinata e custodita per generazioni. Sei il portatore di una verità che non muta con i venti della cultura, ma che si manifesta con parole e azioni sempre nuove, adatte ai contesti storici e alle sfide della società contemporanea.
Sei chiamato a vivere una duplice fedeltà: verso Dio e verso il popolo. La tua autorità deriva dalla coerenza con la tradizione, dalla capacità di vivere secondo i principi che ti sono stati insegnati e dal coraggio di custodire la fede anche nei momenti di crisi. Dovrai essere una figura di equilibrio per unire memoria e innovazione, stabilità e guida, radici profonde e apertura al futuro. La tua vita diventerà testimonianza viva di una verità che non si limita a parole scritte, ma si manifesta nel quotidiano agire, nell’esempio morale, nella cura del prossimo. Così, sarai non solo custode, ma anche vivo interprete della tradizione, rendendo presente l’eredità spirituale nel cuore della cultura contemporanea.
La complementarietà tra Pietro e Giacomo, tra istituzione e tradizione
Gli apostoli Pietro e Giacomo rappresentano, dunque, i due assi complementari della vita della Chiesa: rappresentare l’istituzione e rimanere fedele alla tradizione.
In quanto uomo dell’istituzione ti collocherai all’interno della dinamica della fede. La tua autorità non deriverà solo dalla saggezza o dall’esperienza spirituale, ma dal ruolo formalmente riconosciuto all’interno della comunità per garantire stabilità, coerenza e ordine, traducendo i principi della fede in prassi pastorali e rituali gestibili e condivisibili. Favorirai la vocazione di ognuno all’interno della comunione ecclesiale, rendendo possibile l’armonia nella diversità, il carisma personale e la corresponsabilità collettiva, l’unità della vocazione nella pluralità dei compiti ministeriali. Richiamerai tutti al fondamento comune, all’unità della stessa fede, alla testimonianza dello stesso amore, alla fiducia nella stessa speranza che non delude.
In quanto uomo della tradizione, dovrai “trasmettere integralmente ciò che hai ricevuto”, mantenendo vivo l’iniziale filo spirituale che è fonte di unità tra le generazioni. Se Pietro ha una funzione sincronica, Giacomo ha una funzione diacronica. La sua autorità nasce dalla coerenza con i principi eterni e dalla capacità di incarnarli nella vita quotidiana. La tradizione sarà per te fonte di legittimità morale e spirituale: i riti, le parole e gli insegnamenti che trasmetterai non sono mere pratiche esterne, ma strumenti vivi attraverso i quali la comunità entrerà in contatto con il divino. In tal modo, sarai un ponte tra passato e presente, tra la fede ricevuta e la fede consegnata.
Caro don Carmine, dovrai esercitare il tuo sacerdozio mantenendo vivo l’incontro di questi due poli. Il legame con l’istituzione ti farà garante dell’unità e della comunione ecclesiale. La fedeltà alla tradizione ti donerà profondità spirituale e continuità con la Chiesa fondata da Cristo. Dovrai dar vita non a un tuo modello di comunità ecclesiale, ma a quello che Cristo ti ha affidato e la Chiesa ti ha trasmesso. Dovrai richiamare i valori antichi senza disconoscere la necessità di adeguarli alla novità dei tempi. Dovrai far crescere i carismi di ciascuno conservando l’unità della fede e promuovendo una sorta di unanimità dei cuori e delle menti. La tua forza risiederà nell’equilibrio: tra istituzione e tradizione, tra la forza di sostenere e la capacità di illuminare affinché la comunità possa vivere la fede con profondità, stabilità e coerenza.
Giovanni, ossia la fede che ama e l’amore che vede
Insieme a Pietro e Giacomo, i Vangeli richiamano sempre l‘apostolo Giovanni. Egli rappresenta il sacerdote come uomo di fede e di amore. Dovrai allora essere un uomo di fede che ama. La fede, infatti «opera nella carità» (Gal 5,6) e si prolunga nella speranza. Le tre virtù teologi si implicano vicendevolmente. «L’amore – afferma sant’Agostino – non sussiste senza la speranza, né la speranza senza l’amore, né amore e speranza sussistono senza fede»[1]. La fede crede nelle promesse che trascendono il tempo e si affida allo Spirito che guida la comunità. Non è, dunque, verità astratta né teorica, ma viva, attiva e capace di sostenere la speranza degli altri, nella certezza che ogni persona è preziosa agli occhi di Dio.
Dovrai anche essere un uomo d’amore che vede. L’apostolo Giovanni, infatti, vede e crede (cfr. Gv 20, 8). L’amore autentico non è cieco: sa guardare nel cuore di ciascuna persona, riconosce le ferite, percepisce le gioie e i silenzi, scorge ciò che spesso rimane nascosto. La sua visione è empatica e penetrante, capace di leggere i segni dello Spirito nei piccoli gesti, nei volti stanchi, nelle vite più complesse. Vedere è, nello stesso tempo, un atto di fede e di carità aperto alla speranza, perché permette di rispondere con comprensione e accompagnamento a chi cerca conforto, guida o semplicemente uno sguardo che dica: «Ti voglio bene». Il sacerdote è uomo che crede e ama: la fede alimenta l’amore, l’amore dona occhi per vedere, la fede e l’amore aprono la finestra del tempo e socchiudono la porta dell’eternità.
La tua missione, caro don Carmine, sarà quella di testimoniare che la fede senza amore è sterile, l’amore senza visione resta cieco, la fede e l’amore senza speranza smarriscono il futuro. Solo l’unione tra le tre virtù teologali rende piena la vita sacerdotale e capace di trasformare la comunità. Dovrai camminare con lo sguardo rivolto al cielo e con il cuore saldo nella speranza. Dovrai amare senza misura e senza condizione, vedere ciò che resta nascosto e trasfigurare in un moto di speranza e di gioia ogni genere di solitudine e di paura. La tua fede nutrirà i cuori di letizia, il tuo amore aprirà gli occhi sulle ferite da fasciare, la tua speranza aiuterà tutti a spingere lo sguardo oltre l’orizzonte immediato. Così ogni tuo gesto, ogni tua parola diventeranno collegamento tra il divino e l’umano, tra ciò che scorre nel tempo e ciò che rimane eterno.
Paolo, l’amore di Cristo che urge e spinge alla missione
Nel Cenacolo non c’era l’apostolo Paolo. Possiamo però quasi immaginare che egli simbolicamente abbia preso il posto di Giuda, dopo che questi lascia la stanza superiore per consumare il suo tradimento. E così, mentre il traditore si allontana nella notte, l’antico persecutore avanza in pieno mezzogiorno. L’uno chiude dietro di sé la porta del Cenacolo, l’altro la apre per un puro dono di grazia. Il primo rinnega l’amore, il secondo fa della carità la spinta verso una missione universale e senza confini.
Paolo rappresenta il ministero sacerdotale vissuto non per gloria personale, ma per amore di Cristo e come dono per gli altri. L’amore si concretizza nel tempo speso per gli altri, nell’ascolto paziente, nella guida attenta, nella paterna consolazione. Darsi agli altri significa essere presente nelle gioie e nelle sofferenze, nelle speranze e nelle paure, nei fallimenti e nelle vittorie. È quanto hai appreso durate gli anni di formazione nel Seminario regionale di Molfetta e nel tempo che hai trascorso nella comunità di san Francesco a Villaricca. Esprimo a tutti coloro che ti hanno accompagno nel tuo cammino di formazione al sacerdozio il mio più vivo senso di ringraziamento e di riconoscenza.
La lezione che hai appreso ti sia di guida nel tuo ministero sacerdotale. Come l’apostolo Paolo, dovrai «farti tutto a tutti, per guadagnare il maggio numero» (1Cor 9,19). La tua vita non ti appartiene più, dovrà essere spesa tutta per gli altri come dedizione a Dio e servizio agli uomini. Ogni tuo gesto, ogni tua parola, ogni tuo sacrificio quotidiano dovrà essere permeato dal desiderio di incarnare la carità di Cristo, diventando segno visibile della misericordia del Padre.
Tutto il tuo ministero sacerdotale dovrà tendere a imitare la carità di Cristo per amare come Cristo ha amato e donare come Cristo si è donato. «Charitas Christi urget nos» (2Cor 5,14), proclama l’apostolo Paolo. La carità di Cristo “urge” cioè avvolge, sovrasta, trasforma, spinge alla missione e invia fino ai confini della terra. La carità di Cristo permette di vederlo e di amarlo fino a trasformarsi nella sua persona e a dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). La carità di Cristo si tramuta nell’amore per il mondo. per questo anche tu dovrai ripetere: «Guai a me se non evangelizzassi» (1Cor 9, 16).
Caro don Carmine, cosa devi cercare nel tuo ministero? Innanzitutto, l’incontro quotidiano e sempre sorprendente con il Risorto. Soprattutto nei momenti più difficili. Quanto ti sembrerà che il tuo impegno sia infruttuoso, come quella notte in cui gli apostoli andarono a pescare e «non presero nulla» (Gv 21, 3). Dovrai anche aspettarti incomprensioni e resistenze. Non dovrai scoraggiarti, ma dovrai continuare a testimoniare con coraggio il tuo amore e la tua fede in Cristo (cfr. At 4, 1-12).
Nella celebrazione eucaristica quotidiana, la tua vita sacerdotale troverà la sorgente di grazia per diventare un dono totale e uno strumento vivo della grazia divina. Chiunque ti incontrerà dovrà percepire, anche solo per un istante, che sei un dono d’amore di Cristo e un segno dell’infinita tenerezza di Dio Padre. Ogni tua parola, ogni tuo gesto, ogni tuo sacrificio sia fonte di consolazione per gli uomini e torni a gloria di Dio. Ama senza misura, ascolta senza fretta, annuncia con coraggio. La tua vita testimoni che amare significa servire, servire significa donare e donare significa consegnare a Dio e agli altri tutta la propria persona, senza trattenere nulla per sé. Auguri.
[1] Agostino, Trattato sulla fede, speranza e carità, 2,8.
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