Nella IV domenica di Pasqua, domenica del Buon Pastore, la Chiesa celebra la LXIII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

 

 

 

 

Papa Leone XIV ha scelto come tema del suo messaggio «La scoperta interiore del dono di Dio». Una vocazione, afferma, non si costruisce né si conquista, si scopre. Emerge da un incontro. Nasce, spesso, proprio là dove meno ce lo si aspetta: nel mezzo di una sete che non si sa nominare, nel cuore di un dubbio che non si ha il coraggio di dire ad alta voce.

Non si tratta solo di chi è chiamato al sacerdozio o alla vita consacrata. La vocazione riguarda ogni uomo e ogni donna che desiderano vivere pienamente: nel matrimonio, nel lavoro, nel servizio, nelle scelte che danno forma a una vita. Il tema che la Chiesa italiana propone per quest’anno lo dice con chiarezza: Aspirate alla santità ovunque siate. La santità non è un traguardo riservato a pochi: è la forma compiuta di ogni vita battezzata, il nome cristiano della pienezza.

In questo anno pastorale, il Servizio di pastorale giovanile e vocazionale della diocesi di Lecce ha accompagnato decine di giovani attraverso due esperienze – Scendi in cripta e Gps (Giovani per scelta) – che hanno condiviso un metodo comune, forse non sempre esplicitato ma costantemente praticato: non partire dalle risposte, ma imparare a fare le domande giuste. In questo cammino, alcuni personaggi evangelici incontrati dai giovani nelle serate di Scendi in cripta si sono rivelati compagni di strada affidabili. Tra tutti, è bello soffermarsi sugli ultimi due: Tommaso e la Samaritana. Storie lontane nella trama, ma percorse dalla stessa dinamica interiore: quella che trasforma un interrogativo in un inizio.

Tommaso e la Samaritana arrivano al loro incontro con Gesù portando qualcosa di pesante – e di non del tutto nominato -. La Samaritana va al pozzo a mezzogiorno, l’ora più calda, quella in cui nessuno va ad attingere acqua. Va sola, probabilmente per evitare gli sguardi. Porta con sé una storia di brocche: di tentativi falliti di trovare la felicità in cose che non bastano mai. Tommaso porta il peso di chi ha creduto davvero e ha rischiato tutto – è lui, nel Vangelo di Giovanni, a dire agli altri discepoli «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv 11,16) – e poi si trova fuori, assente nell’ora decisiva, con un vuoto che non riesce a colmare con la sola testimonianza altrui. Quando interrompe l’Ultima Cena con «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» (Gv 14,5), mostra chiaramente di essere uno che ama con una radicalità tale da non potersi accontentare di risposte preconfezionate.

In entrambi, il peso che portano non è un ostacolo alla vocazione: è la sua materia prima. Chiunque abbia vissuto l’esperienza di cercare – un senso, una direzione, una scelta capace di tenere nel tempo – riconosce in questi due personaggi qualcosa di familiare. La sete della Samaritana non è solo sete d’acqua: è la forma concreta di un desiderio di pienezza che nessuna delle sue brocche ha ancora soddisfatto. Il dubbio di Tommaso non è rifiuto: è la domanda di chi ha già dato tutto e vuole essere certo di non aver sbagliato direzione. Leone XIV, con le parole di Agostino, indica questo come il luogo in cui Dio abita: «Non uscire fuori da te, ritorna in te stesso: la Verità abita nell’uomo interiore». La scoperta del dono di Dio non è mai una fuga dalla propria storia. È un ritorno al suo centro più vero.

Gesù non aggira il punto dolente di nessuno dei due. Con la Samaritana, chiede da bere – è stanco, ha sete lui per primo – e poi parla proprio di acqua, di pozzo, di sete. Entra nella sua storia di brocche senza giudicarla, nominandola con una precisione che la lascia senza parole: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto» (Gv 4,29). Il Vangelo non chiede alla Samaritana di diventare qualcun’altra prima di essere incontrata. La incontra esattamente lì dove si trova, nella sua ora più esposta.

Con Tommaso, Gesù fa lo stesso. Otto giorni dopo la Pasqua, torna e gli elenca esattamente le condizioni che lui stesso aveva posto: metti il dito, tendi la mano, metti la mano nel costato (cfr. Gv 20,27). Non lo rimprovera. Non aggira il dubbio. Lo abita. E il testo, significativamente, tace sul gesto: Tommaso probabilmente non arriva nemmeno a toccare. La contemplazione del Risorto – con i segni della passione trasfigurati in ferite luminose – è bastata. Il dubbio affrontato, attraversato, non rimosso, lo ha condotto più in profondità di quanto non avrebbe fatto una fede senza incrinature. Così Tommaso afferma la cosa più alta di tutto il Vangelo di Giovanni: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28) – per la prima volta un essere umano chiama Gesù Dio. È proprio Tommaso, quello del dubbio, quello che non c’era, quello che aveva posto condizioni.

Questo è forse il tratto più sorprendente del modo in cui il Vangelo parla di vocazione: Gesù non chiede di presentarsi già pronti, già risolti, già certi. Chiede di portare fino in fondo ciò che si è, la propria storia fino al punto in cui essa incontra uno sguardo capace di vederla davvero. Non serve essere già interi per essere chiamati. Serve essere disposti a non nascondersi.

Tommaso e la Samaritana escono dall’incontro lasciando qualcosa. La Samaritana lascia la brocca – l’unica cosa concreta, tangibile, necessaria per cui era venuta al pozzo – e corre. Tommaso lascia la necessità di toccare, il bisogno di controllare prima di fidarsi. In entrambi i casi non si tratta di abbandonare qualcosa di cattivo: la brocca serviva davvero, il bisogno di Tommaso era legittimo. Si tratta, piuttosto di scoprire che qualcosa di più vero ha preso il posto di ciò che si teneva stretto.

Ogni vocazione ha questo momento – e non appartiene solo a chi sceglie il sacerdozio o la vita consacrata -. Chi decide di sposarsi lascia la propria vita solitaria e indivisa. Chi sceglie un lavoro che ha un senso lascia la sicurezza di uno che aveva solo uno stipendio. Chi si impegna in un servizio gratuito lascia il tempo che avrebbe potuto tenere per sé. La brocca cambia forma, ma il gesto è sempre lo stesso: qualcosa di buono, di necessario, di concreto viene lasciato perché si è incontrato qualcosa di più vero. E da quell’abbandono nasce la corsa: la Samaritana che torna al villaggio a testimoniare, Tommaso che pronuncia la confessione di fede più alta del Vangelo. La vocazione, qualunque essa sia, ha sempre questa forma: un incontro che trasforma, qualcosa da lasciare, una direzione nuova in cui andare.

In questo anno pastorale la Chiesa di Lecce ha cercato di creare spazi in cui questo movimento potesse accadere. Le serate di Scendi in cripta, dove la bellezza dell’arte e la Parola di Dio sono state lasciate dialogare – perché la bellezza, quando è vera, non risponde: interroga. Il percorso Gps, che accompagna ragazzi e giovani a fare le domande vere sulla propria vita – qualunque forma stia prendendo – senza la pressione di rispondere subito, ma con la libertà di restare nella domanda con coraggio e con compagnia. I momenti di uscita e di fraternità condivisa. La Giornata del Seminario del 18 gennaio scorso, con la preghiera per i quattordici giovani in cammino verso il sacerdozio. L’ordinazione diaconale di Enrico De Leo, a novembre, segno concreto che una chiamata, quando viene accolta e custodita nel tempo, porta frutto. Ed ancora, il prossimo 4 maggio, in cattedrale, Giuseppe Ferraro riceverà l’ordinazione diaconale: un’altra vita che ha lasciato la propria brocca. Ma accanto a lui, in modo meno visibile e non meno reale, ci sono i giovani che in questo anno hanno scelto di sposarsi portando il Vangelo nel centro della loro storia, quelli che hanno detto sì a un servizio, quelli che hanno smesso di rimandare una domanda seria sulla propria vita. La vocazione è sempre discreta, spesso silenziosa. Ha bisogno di comunità che la riconoscano, la nominino, la accompagnino.

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29): è la beatitudine con cui Giovanni chiude l’episodio di Tommaso, rivolgendosi a tutti coloro che vengono dopo. Non un premio di consolazione. È la descrizione esatta di chi cammina nella fede senza avere ancora tutte le risposte, sostenuto dalla testimonianza di chi lo ha preceduto e dalla voce di un Dio che continua a chiedere da bere, a nominare la sete altrui, ad aspettare al pozzo di mezzogiorno.

La prossima brocca da abbandonare è la paura di non essere abbastanza.

 

SCARICA IL SUSSIDIO PER LA LITURGIA

 

 

*direttore del Centro diocesano vocazioni – responsabile del Servizio diocesano di pastorale giovanile e vocazionale

 

 

 

clic qui per l’articolo sul sito del giornale della Diocesi