Dal primo pomeriggio del 30 Aprile scorso al 3 Maggio si è svolta a Verona la XXVI settimana di studi della spiritualità coniugale e familiare alla quale abbiamo avuto l’opportunità di partecipare. Sono stati giorni densi di riflessioni, ascolto, confronto e tante relazioni visto che, Grazie a Dio, il numero dei partecipanti era circa di 500 persone. Le relazioni sono nate non solo nei tavoli di confronto ma anche dai momenti di convivialità vissuti al “Centro Carraro”, alla veglia di preghiera presieduta da Mons. Francesco Moraglia, al concerto/testimonianza tenuto dal gruppo musicale The Sun e alla visita nella Chiesa di San Zeno, una perla del Medio Evo.
Il titolo stesso del Convegno “Addomesticare il mondo” ci faceva intravedere che si sarebbero toccati argomenti di scottante attualità.
Infatti partendo dalla riflessione sulla reciprocità tra la vocazione matrimoniale e quella sacerdotale, cercando di superare la separazione storica tra questi due stati di vita, ci siamo concentrati su ciò che riguarda l’educazione alle relazioni, con particolare attenzione alle sfide poste dal mondo digitale e alla necessità di un linguaggio comune tra generazioni.
L’obiettivo è trasformare la comunità in un luogo che “addomestica”, crea legami, partendo dalla realtà dei giovani e non da idee astratte.
Il coinvolgimento dei giovani non deve essere solo formale ma si deve cercare di ascoltare i loro “codici linguistici” e i loro bisogni, riconoscendo che il Vangelo mantiene per loro un fascino che spesso la comunità ecclesiale fatica a trasmettere.
Il digitale è identificato come un luogo abitato stabilmente dalle nuove generazioni e non solo, quindi la sfida è intercettare queste relazioni per orientarle verso una dimensione autentica evitando approcci puramente difensivi.
Il Cardinale Matteo Maria Zuppi nel suo intervento citando “Il Piccolo Principe” ha ripercorso il dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe.
L’esempio letterario serve a spiegare che “conoscere” richiede tempo e pazienza, concetti ormai lontani ma non del tutto persi.
Nel susseguirsi degli interventi dei vari relatori tra cui: Marzia Ceschia docente di teologia e spiritualità; Don Andrea Ciucci della Pontificia Accademia della famiglia; Giuseppe Dardes fondatore de “L’Aratro e la stella” e lo stesso Fr. Marco Vianelli direttore uscente dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia, abbiamo avuto modo di riflettere e confrontarci su temi come, la corporeità negli incontri di Gesù, il “riconoscersi nel proprio corpo” “corpi reali e corpi virtuali” ed infine come abitare le relazioni per “costruire una comunità educante”.
A nostro avviso ciò che più ci ha riempito di gioia e di stupore è stato l’ascolto del lavoro prima e del confronto poi nei tavoli con i giovani della Pastorale Giovanile di Modena.
Da questo significativo incontro è nata una lettera che riportiamo qui solo alcuni passaggi solo per non essere prolissi ma andrebbe letta e riletta da noi adulti con attenzione perchè tutto ciò che ci chiedono è di non mostrare loro solo le nostre certezze, i nostri traguardi ma anche di condividere le nostre fragilità, le nostre paure e perchè no anche le nostre speranze.
“Carissimi tutti,
non sappiamo bene da dove iniziare… forse da quel momento in cui ci siamo seduti ai tavoli un po’ in punta di piedi, qualcuno curioso, qualcuno più titubante… non sapevamo bene cosa aspettarci, ci siamo messi in viaggio nel desiderio di condividere i nostri cinque pani e due pesci. E invece, senza quasi accorgercene, ci siamo ritrovati dentro qualcosa di bello, vero, e anche sorprendente: abbiamo trovato ascolto, incontrato storie, sorrisi e anche qualche fatica condivisa. E piano piano quel “gruppo” è diventato qualcosa di familiare. Ci siamo presi poi, al termine della giornata, un momento per fermarci a riflettere su quello che abbiamo vissuto. Volevamo condividerlo non attraverso una relazione, ma scrivendo una lettera, come si fa tra persone che si vogliono bene… e ci siamo trovati a raccogliere dodici ceste piene di gratitudine, speranza, gioia, sorprese e bellezze, tanto che abbiamo pensato di far risuonare alcuni nostri pensieri ed emozioni.
Leo ha esclamato: “Ho capito la mia bellezza da come mi guardavano, attraverso i loro occhi mi sono visto bello!”. Chiara ha detto: “È stata una giornata di luce! La Chiesa vissuta così non ha barriere e pregiudizi, è una grande famiglia accogiente, dove adulti e giovani sanno dialogare, confrontarsi e scoprire vie imprevedibili per crescere insieme”. Ancora Cecilia sorridendo: “Abbiamo scoperto che ciò che abbiamo ricevuto è più di quello che abbiamo donato”. Ed infine Sara: “Mi sono sentita accolta! Non dico verde speranza, ma grigia speranza… non perchè la vedo grigia ma perchè la speranza per andare avanti nel cammino verso il Signore mi è arrivata da chi ha i capelli grigi”.
Quindi anzitutto vogliamo dirvi il nostro grazie! Grazie perchè attraverso voi abbiamo visto cosa significa incarnare il vangelo.
Ci avete mostrato che la famiglia è quel luogo dove l’amore non è teoria, ma cura concreta e visibile. La famiglia è davvero il cuore dell’educazione degli affetti e scuola di relazioni. Come voi, anche noi, ci crediamo!”
Quindi è convinzione condivisa che la famiglia resta il luogo privilegiato di relazioni, ma non può essere lasciata sola, serve una comunità che accompagni, che offra strumenti, che sappia stare accanto senza semplificare. Non ci sono ricette, né soluzioni preconfezionate, ma alla luce della “Parola di Dio” che si è incarnata nella persona di Gesù occorre partire dalla vita concreta delle persone, dalla loro fragilità, certo ma anche dalle loro risorse.





