La Sacra Scrittura non spreca parole. Le bastano poche battute per aprire spiragli di luce che illuminano e danno pieno senso a quello che siamo e a quello che facciamo.
Per questo chiedo la vostra attenzione sul breve brano degli Atti degli Apostoli (At 1, 13-14) che abbiamo ascoltato pochi attimi fa.
C’è un luogo solito, il cenacolo, in cui gli apostoli si riuniscono per pregare con ancora la viva memoria del Maestro che non c’era più. Essi fanno ancora fatica a riconoscerlo risorto e vivo, ma hanno la ferma speranza che non li avrebbe lasciati soli.
E in quella “stanza al piano superiore” ci sono tutti, o quasi… ne mancava uno, Giuda, che non possono depennare dal cuore, però. La sua fine violenta e amara era per loro un altro motivo di sofferenza, che dovevano imparare faticosamente a gestire.
Si trovano, così, da una parte uno morto per amore, dall’altra uno morto per disperazione… Quanto è eloquente questa situazione: essa è, infatti, la storia di sempre che ci chiede di arrivare preparati all’appuntamento finale, quello dal quale “nullu homo vivente pò scappare”, come ci ricordava Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle Creature.
È interessante che il piccolo brano di Luca nomini quei discepoli per nome, uno per uno, facendoci capire con chiarezza che davanti a Dio e all’interno della comunità dei credenti non può mai crearsi un clima massificante e che il semplice calcolo di chi c’è, anche lì dove raggiunge numeri esorbitanti, non è un serio parametro di verifica. La vera consolazione è sapere, piuttosto, che agli occhi di Dio hanno tutti un nome, hanno tutti una dignità e hanno tutti Qualcuno che li ama. La comoda distinzione tra inclusi ed esclusi, tra buoni e cattivi è già una struttura di peccato, una struttura prima mentale, ancorché sociologica o ecclesiologica, ben lontana dalla logica divina. Imparare a chiamare ciascuno per nome è la grande vocazione della Chiesa. Anche oggi.
Nel testo, poi, incontriamo due pennellate che descrivono il clima che c’era tra i discepoli nel cenacolo: “tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera”.
Non ci capiti ora, però, di rivestire di retorica un’espressione che invece merita di essere presa con estremo realismo. Ho già accennato, infatti, al drammatico momento storico che stavano attraversando e questo ci basti per capire che quello che facevano in quel cenacolo ha del sorprendente. La reazione alla morte di Gesù e a quella di Giuda poteva scatenare reazioni diverse. E tra tante… essi scelgono di pregare. Ma non solo…
Nel pregare sono concordi e perseveranti. Due caratteristiche che rendono autentica la preghiera e gradita a Dio. Due caratteristiche che, tuttavia, rimandano al nostro modo di pregare che, forse, però, è spesso privo proprio di questi due elementi essenziali: la concordia e la perseveranza.
Se osserviamo il nostro modo di pregare, infatti, ci accorgiamo subito che sentiamo addirittura come non pertinente alla preghiera stessa il fatto di essere concordi. Ci sembra altro, come se per la preghiera basti rivolgere un pensiero a Dio, a prescindere dalle micro o macro divisioni che lacerano il nostro tessuto sociale ed ecclesiale.
È triste ammetterlo: le nostre distanze reciproche rendono la nostra preghiera inefficace. E la nostra coscienza lo sa. Sa bene che non ci si può presentare degnamente davanti al Padre se non riusciamo a riconoscere chi ci sta accanto come fratello. Con quelle situazioni conflittuali che scaturiscono dai nostri faticosi percorsi personali, che vorremmo sdoganare come normali e tutto sommato tollerabili e che perciò inconsciamente giustifichiamo, non riusciremo mai avere un sincero e libero afflato filiale verso il Signore. Infatti è proprio nella relazione da sanare che egli ci attende ed è proprio lì che ci rimanda.
Non è meno impegnativo l’altro requisito evidenziato nel testo: quello della perseveranza. Sappiamo per esperienza che la perseveranza si invoca quando si presentano difficoltà che possono compromettere l’impegno assunto. Ma in questo caso le difficoltà non sono da ricercare innanzitutto sulla continuità della nostra preghiera, sui tempi materiali che le dedichiamo, quanto invece su quanto l’amore del Signore sia riuscito a conquistare il nostro cuore. Chi ha scoperto di essere amato follemente, infatti, non riesce più a farsi distrarre da altro e impara a leggere tutto ciò che vive come una manifestazione di quell’amore che ha scoperto. Ecco perché di Francesco d’Assisi si diceva che alla fine della sua esistenza non pregava più; lui era diventato preghiera. Ecco cos’è la perseveranza: diventare preghiera, far sì che diventino preghiera la nostra vita, il nostro lavoro, le nostre relazioni. Tutto, se è offerto, diventa preghiera. Ma, purtroppo, così non è, e spesso ci ritroviamo a gestire il quotidiano in proprio confidando ingenuamente solo su noi stessi. È come se Dio uscisse di scena o rimanesse appiccicato sullo sfondo, un po’ come quei crocefissi attaccati al muro di un’aula scolastica o di un ufficio, del quale però nessuno si accorge.
Con una bella immagine l’allora abate Mariano Magrassi si chiedeva rivolgendosi al Papa Paolo VI: la preghiera per noi è la regina o la cenerentola della giornata? Forse la risposta è facile e ci crea un certo imbarazzo, visto le tante cose da fare che in genere ingolfano le nostre giornate.
Non dimentichiamolo mai: gli apostoli “erano perseveranti e concordi nella preghiera”! Non dimentichiamolo soprattutto quando siamo seriamente intenzionati a crescere nella fede e a fare della preghiera il respiro della nostra anima!
C’è un ultimo aspetto che non possiamo trascurare e che ci inserisce pienamente nella solennità che stiamo celebrando.
Insieme ai discepoli c’era anche “Maria, la madre di Gesù”. In quel gruppo di discepoli Lei fa la differenza. Tra i credenti di tutti i tempi, nella chiesa di tutti i tempi lei fa la differenza. Per la nostra città lei fa la differenza.
Lei è lì con loro perché, come accolse nel grembo il Verbo eterno, diventando la madre di Gesù, ora, dopo la consegna ricevuta dal suo Figlio sul Calvario, accoglie nel grembo del suo cuore anche i suoi discepoli, per generarli alla fede nel Risorto. E proprio come Lui, li incoraggia a guardare ciò che era successo da una prospettiva diversa. Li educa a leggere e a interpretare gli avvenimenti così dolorosi e misteriosi dei giorni precedenti con gli occhi di Dio, nelle cui mani è lo scorrere e il senso della storia. E come il Risorto, anche Lei chiede loro che si rappacifichino per diventare gioiosi testimoni di luce, invece che sentirsi vittime anch’essi di rischiosi pregiudizi religiosi e politici.
È lì con loro e li invita alla concordia, a quella pace profonda e duratura che solo il Signore può dare con la sua presenza. Per questo ripercorrendo con Maria il motivo per cui erano lì ed, esattamente, al fatto che erano stati chiamati uno per uno proprio da quel Maestro che li aveva scelti e ricordando il tempo della sua missione pubblica, così ricco di sorprese e condiviso insieme, con la presenza materna della Vergine e incoraggiati da lei, pregano “concordi”. Avrebbero avuto mille motivi per dividersi: la delusione, il dolore, la rabbia, la paura, il giudizio reciproco. Ma nessuno di questi sentimenti negativi è prevalso. Pregano concordi e scoprono che la preghiera fatta insieme ha il potere di lenire molte piaghe. Solo dove si accoglie Maria, c’è la concordia. Forse potrebbe sembrare una scorciatoia spiritualistica davanti alle strategie decisionali dei grandi della terra, ma solo chi in umiltà e con fiducia si affida alla Vergine e unisce la propria preghiera alla sua, può scorgere l’efficacia della preghiera. Quale arma potente in nostro possesso. La più potente certamente, ma affidata alle mani dei piccoli della terra. È da loro infatti, dai piccoli di tutti i tempi che può venire la pace. Non dimentichiamolo però: non basta pregare; dobbiamo essere concordi nel pregare. Lo statuto della nostra fraternità non ammette deroghe o clausole limitative. Una preghiera tra persone divise non sale al cielo. È fiato sprecato. Sì, fiato, perché il cuore è certamente lontano.
In quel cenacolo poi è proprio la vergine che garantisce la costanza nella preghiera, perché niente e nessuno può interrompere l’intimo legame che una madre ha verso suo figlio. Non lo si può spiegare a parole: la madre ‘sente’ il figlio e il figlio ‘sente’ la madre. È un fatto costitutivo, vissuto nel profondo della propria intimità, che dà spessore e senso a tutto ciò che si pensa e si fa. I discepoli osservandola, intuiscono che in Lei quel Gesù che avevano visto morire in croce era davvero, anche se misteriosamente, vivo. Lei non smette di rivolgersi a Lui, di pregarlo, di supplicarlo e come a Cana, continua a dirgli che quei discepoli non avevano più “il vino”, quello che nei secoli successivi fino ad oggi su tutti gli altari del mondo sarà “versato per tutti in remissione dei peccati”. E così a quei discepoli basta osservarla per iniziare a capire e per non smettere anch’essi di pregare. La loro perseveranza nella preghiera non nasce da un tenace atto volontaristico, ma dalla consapevolezza del bisogno sempre più crescente che hanno del Signore e, nel contempo, dalla certezza che egli non delude, che non tarda a venire, che non manca mai alla parola data.
Anche oggi la consapevolezza del nostro bisogno ci porta a rivolgerci a Maria perché implori da Dio il soccorso. Siamo qui non per un dovere religioso o per tradizione. Il vero motivo che qualifica la nostra preghiera è che siamo certi che senza la mano protettrice di Dio e senza la presenza materna di Maria siamo persi. È una necessità. Il nostro è un bisogno vero e urgente che aumenta quanto più avvertiamo di non farcela da soli e con le nostre sole forze. Le illusioni del super-uomo sono crollate da tempo e oggi viviamo nel timore dell’incertezza, siamo in preda a paure che a volte non riusciamo nemmeno a definire nitidamente. Non mancano certamente nel nostro vissuto quotidiano tanti motivi di consolazione, ma sappiamo che sono fragili e delicati come il bocciolo di un fiore.
Sarà davvero festa quando sperimenteremo che l’atto di affidamento alla Vergine non è illusorio e che lei ci prende sempre sul serio, perché ci ama di un amore infinito. Sarà festa quando toccheremo con mano che incontrare lei significa entrare nel cuore di suo figlio e, attraverso di lui, nel mistero dell’amore trinitario. Sarà festa quando più che contare il numero delle nostre preghiere, conteremo, fino a perdere il conto, le volte in cui capiamo che Dio agisce nella nostra vita con infinita tenerezza, avendo a cuore la vita di ogni uomo. Sarà festa quando, invece di partire esclusivamente dai nostri bisogni, avremo il coraggio di partire da quelli degli altri e soprattutto da quelli che vivono situazioni di sofferenza e che per questo attendono qualcuno che vada loro incontro. La vera festa è quando sentiamo che solo la regola della generosa condivisione di noi stessi è quella che meglio di altre può creare un clima fraterno. Sarà festa davvero quando sapremo dare a chi è accanto a noi speranze vere anche se impegnative e non facili illusioni.
La nostra missione allora non sarà quella di creare brevi momenti straordinari che ci allontanino dal grigiore ordinario, ma quello di rendere straordinario l’ordinario perché ogni attimo di questa, pur breve ma bella, esistenza appaia come il dono che da sempre il buon Dio ha preparato per noi. Amen.
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