
Rivolgo un caro saluto ai confratelli presbiteri presenti, a iniziare dal Vicario Generale, Mons. Renzo Di Fonzo, e da don Mauro Ranaldi, parroco della Cattedrale, insieme ai religiosi e alle religiose che partecipano a questa celebrazione.
Saluto cordialmente il dott. Giambattista Di Pippa, Sindaco di Castellaneta, unitamente alle autorità civili e militari presenti, come pure ai sodali delle confraternite cittadine e, in modo particolare, a quelli di San Francesco da Paola, che con dedizione curano annualmente questa festa.
Grazie a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, riuniti questa sera per lodare il Signore e rendere omaggio ai nostri santi patroni. La loro memoria, celebrata nella luce della VI Domenica di Pasqua, ci consegna una domanda essenziale: quale volto è chiamata ad assumere oggi la comunità cristiana per essere autentico segno di speranza in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo?
La Parola di Dio ci conduce al cuore della risposta.
Gesù nel Vangelo dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).
È importante comprendere bene queste parole.
Il Signore non sta chiedendo una religione fatta di formalismi o di obbedienze esteriori. Non dice: “obbedite per essere amati”. Dice piuttosto: “se avete fatto esperienza del mio amore, allora la vostra vita cambierà”. Il cristianesimo nasce da un amore accolto, non da una semplice prestazione religiosa.
Ed è proprio qui che i nostri santi patroni diventano Vangelo vissuto.
San Nicola non amò con discorsi astratti. Amò concretamente. Amò salvando, proteggendo e restituendo dignità. Dietro quei gesti che la tradizione ci consegna – la dote offerta alle giovani sottratte alla disperazione, la difesa degli innocenti condannati ingiustamente, la vicinanza ai poveri e ai naviganti – c’è un uomo che aveva compreso che amare Cristo significa prendere sul serio la vita degli altri.
E San Francesco da Paola percorre la stessa strada, ma con un linguaggio ancora più radicale: sceglie di chiamarsi “Minimo”.
In un mondo che cerca grandezza, potere e riconoscimento, lui abbraccia la piccolezza evangelica. Comprende che la vera forza della Chiesa non sta nella potenza, ma nella carità. Per questo aveva continuamente sulle labbra quell’espressione semplice e disarmante: “per carità”. Non era una formula devota. Era un programma di vita.
Fratelli e sorelle,
oggi rischiamo di parlare molto di amore e di viverne poco.
Viviamo tempi nei quali persino le relazioni sembrano consumarsi velocemente. A dismisura cresce l’individualismo e con esso la tentazione di chiudersi in sé stessi. Abbonda la cultura dell’indifferenza. E invece il Vangelo ci ricorda che l’amore vero si rende visibile. Si traduce. Diventa scelta concreta. Diventa giustizia. Diventa cura. Diventa responsabilità verso il fratello.
Ma Gesù sa bene che da soli non ce la possiamo fare!
E allora pronuncia una promessa straordinaria: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16).
Il Paraclito. Il Consolatore. Il Difensore. Colui che cammina accanto. Non un ospite occasionale. Né una presenza intermittente. Ma Dio che rimane per sempre.
In fondo tutta la vita dei santi nasce da qui: dalla certezza di non essere soli.
San Nicola poté affrontare le prove della sua epoca, le tensioni della Chiesa, la difesa della fede, perché sostenuto dalla forza dello Spirito di Dio.
San Francesco poté attraversare digiuni, penitenze, incomprensioni e fatiche, fino a diventare padre dei poveri e consigliere dei potenti, perché interiormente abitato dalla grazia dello Spirito Santo.
Quando lo Spirito abita una vita, accade qualcosa di straordinario: l’uomo non vive più ripiegato su sé stesso. Diventa presenza che consola. Presenza che rialza. Presenza che difende chi non ha voce.
Ed è per questo che il popolo cristiano ha sempre sentito i santi vicini soprattutto nei momenti di dolore.
San Nicola come pronto soccorritore nei pericoli del mare.
San Francesco come uomo di misericordia e di guarigione accanto ai sofferenti.
Non erano uomini magici. Erano uomini trasparenti alla presenza dello Spirito di Dio.
Forse anche noi, oggi, abbiamo bisogno di riscoprire questa presenza del Paraclito. Perché il rischio del nostro tempo è infatti quello di vivere come orfani interiori:
- connessi con tutti, ma profondamente soli;
- pieni di parole, ma poveri di speranza;
- agitati da mille paure sul futuro.
Ed è proprio qui che risuona con forza l’appello di San Pietro: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).
La speranza cristiana non è ottimismo ingenuo, né evasione dalla realtà.
È la certezza che Cristo risorto continua ad abitare la storia e che il male non avrà l’ultima parola.
I santi patroni della nostra città hanno reso ragione di questa speranza non anzitutto con i discorsi, ma con la loro vita. San Nicola fu luce in tempi oscuri: la sua familiarità profonda con la Scrittura e la sua coraggiosa difesa della fede trinitaria al Concilio di Nicea gli donarono uno sguardo limpido sulla realtà, capace di distinguere la verità dall’errore, il Vangelo dal compromesso.
San Francesco da Paola, pur scegliendo il silenzio e la solitudine della grotta, divenne un riferimento per interi popoli, fino a parlare con franchezza ai re e ai potenti, denunciando ingiustizie e violenze.
La speranza cristiana non addormenta le coscienze; le risveglia. E oggi anche noi – sempre e di nuovo – siamo chiamati a rendere ragione della speranza che portiamo nel cuore.
In una società ferita dalla violenza dei linguaggi, dalla frammentazione sociale, dalla sfiducia reciproca, dalla fatica educativa, dalle paure economiche e dalle guerre che continuano a insanguinare il mondo, i cristiani non possono diventare spettatori passivi.
Per questo la festa dei patroni non può ridursi a una tradizione custodita solo esteriormente.
Sarebbe troppo poco.
Celebrare San Nicola e San Francesco significa assumere il loro stile evangelico.
Nel messaggio che ho scritto per presentare questa festa ho consegnato un’immagine forte: quella dei santi patroni come “costruttori di ponti”.
San Nicola, ponte vivente tra Oriente e Occidente. San Francesco da Paola, il cui manto disteso sulle acque dello Stretto di Messina trasforma il mare in via di incontro e di speranza.
Non è un’immagine poetica. È una consegna spirituale. Perché seguire i patroni significa domandarci:
- quali ponti stiamo costruendo?
- E quali muri invece continuiamo ad alzare?
La nostra comunità sta aprendo spazi di accoglienza o costruisce distanze?
Le nostre parole generano comunione o alimentano divisioni?
Le nostre famiglie educano alla pace o trasmettono paura e aggressività?
Le nostre istituzioni custodiscono il bene comune oppure cedono alla logica dell’interesse particolare?
San Francesco da Paola ci insegna la forza evangelica della riconciliazione.
La sua tradizione spirituale ci ha consegnato questa convinzione profonda: che il ricordo ostinato del male ricevuto finisce per diventa veleno dell’anima.
Quanto bisogno abbiamo oggi di uomini e donne capaci di disarmare il cuore prima ancora delle mani e dei linguaggi!
Fratelli e sorelle, la nostra città (Castellaneta) ha bisogno non di cristiani abitudinari, ma di autentici “artigiani di comunità”. Ha bisogno di uomini e donne che sappiano costruire ponti, custodire relazioni, prendersi cura dei fragili, difendere chi resta indietro, seminare fiducia.
Ha bisogno di una Chiesa che non viva ripiegata su sé stessa, ma che sappia ancora essere “locanda evangelica”, “casa aperta”, “spazio di umanità”, “presenza” che consola e accompagna.
E allora, in questa Eucaristia, chiediamo al Signore un dono grande: di non restare orfani della speranza.
Per intercessione dei nostri santi patroni, il Signore ci aiuti a camminare non come viandanti distratti e stanchi, ma come “pellegrini di speranza”. E la nostra Castellaneta possa diventare sempre più una città nella quale la fede non sia soltanto memoria del passato, ma forza viva capace di generare fraternità, giustizia, pace e carità concreta.
Amen!
+ Sabino Iannuzzi





