Grande festa, ieri, per la Chiesa di Lecce. Nella cattedrale, centro e fulcro della vita liturgica diocesana, l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha presieduto la solenne concelebrazione con il rito di ordinazione diaconale dell’accolito Giuseppe Ferraro della comunità di Santa Maria delle Grazie in Santa Rosa in Lecce.

 

 

L’intera celebrazione, per la regia di don Emanuele Tramacere, è stata trasmessa in diretta da Portalecce Tv (GUARDA).

Hanno concelebrato l’arcivescovo emerito Michele Seccia, i formatori del seminario regionale pugliese che hanno curato la formazione del candidato (l’educatore don Claudio Maino e il padre spirituale don Giovanni Giusto) e una significativa rappresentanza del presbitero diocesano che, come una famiglia, da ieri ha accolto Giuseppe.

Il servizio liturgico lo hanno curato i seminaristi teologi della diocesi guidati dal direttore dell’Ufficio liturgico diocesano don Mattia Murra, coadiuvato da don Francesco Pesimena.

I canti sono stati eseguiti dal coro diocesano “Exulta et lauda” diretto da Ines Gravili e accompagnato all’organo da Carlo Chirizzi.

Un dono nel dono: potrebbe sintetizzarsi così l’omelia che l’arcivescovo Panzetta ha tenuto (IL TESTO INTEGRALE), non una semplice riflessione ma un’autentica catechesi sul diaconato che, tra storia personale e riferimenti biblici attinti dalla Parola, è divenuta per l’eletto un autentico programma di vita.

 

LA STORIA PERSONALE

L’ordinazione di Giuseppe Ferraro, ne è consapevole il pastore della Chiesa di Lecce, è un doppio dono per la comunità che egli è chiamato a presiedere. Lo è perché ogni ordinazione viene elargita dal Datore di ogni Bene ma lo è, ancor di più,  se si scava nella vita del candidato: nel genoma di Giuseppe, infatti, il Salento e Lecce si innestano per motivi prettamente lavorativi.  Quì, in questo lembo di terra ospitale, conosce presbiteri e comunità parrocchiali dal cuore grande che consentono al progetto che il Signore aveva in serbo per lui di prendere sempre più forma.

Così,  dunque,  Panzetta: “Carissimi fratelli e sorelle, ogni vocazione è un dono speciale di Dio per la Chiesa e più ampiamente per l’umanità. Riconosco, però, nella vicenda personale di Giuseppe, un peculiare dono di Dio per la nostra comunità. Tutti sappiamo che Giuseppe non è nato nella nostra terra, lui viene dalla bellissima terra di Sicilia, e sappiamo anche che non ha ricevuto la sua prima formazione dentro le nostre comunità, dentro la nostra Chiesa […]. Giuseppe si è affacciato presso la nostra città e quindi anche presso le nostre comunità per motivi di lavoro, ed è qui che è nato tutto il percorso, ha trovato comunità che lo hanno accolto e lì il suo cammino di fede è fiorito insieme anche con il suo discernimento, e alla scoperta della sua vocazione“.

Dunque, il diaconato non è stato, solo, il portare a compimento l’opera del Signore ma un autentico evento che, se da un lato segna l’incardinazione in una Chiesa particolare – quella leccese – dall’altro marchia la vita di Giuseppe, dando ad essa una nuova ontologia, una nuova conformazione: quella a Cristo servo per amore.

Ancora l’arcivescovo di Lecce: “Io penso, caro Giuseppe, che l’incardinazione che riceverai, insieme con l’ordine del diaconato, avrà per te un significato del tutto particolare; da questo momento in poi la Chiesa di Lecce sarà il cardine della tua vita; in essa troverai tua madre, in essa troverai la tua gente, in essa nel ministero, anche nel passaggio del presbiterato, troverai la tua sposa, quella nuzialità che renderà pieno e fecondo il tuo cuore […]. La consacrazione, l’ordine sacro che riceverai, ti saranno consegnati nel fuoco dello Spirito, perché lo Spirito Santo farà irruzione nella tua vita, cambierà il tuo essere, come hai studiato nella teologia, la tua ontologia; sarai conformato a Cristo che si è fatto servo di tutti e per questo riceverai una grazia speciale; nel tuo animo sarà impresso un sigillo di conformazione permanente al Signore Gesù e per questo eserciterai nella comunità un ministero, una diaconia, nel servizio della Parola, nel servizio della liturgia e nel servizio della carità”.

Proprio il dono della gratuità e del cuore spalancato a Giuseppe dalla Chiesa di Lecce attraverso l’opera delle comunità di Merine (nella quale è giunto) e di Santa Rosa (che lo ha accolto e accompagnato) sono un fattore decisivo in grado di dare una chiara connotazione al suo ministero diaconale.

“Fai tesoro di questa esperienza – ha proseguito Panzetta – perché io ritengo che proprio il Signore, in questa vicenda, ti chieda di diventare un diacono ospitale, un diacono con il cuore spalancato, un diacono con un cuore caldo nei confronti delle persone, soprattutto di quelli che si approcciano alle nostre comunità per le prime volte“.

 

LA BUSSOLA DELLA PAROLA

Il brano lucano degli Atti degli Apostoli (At 14, 5-18) ha consentito, poi, al presule di dare indicazioni preziose all’eletto  su come vivere un diaconato che sia rivolto all’Essenziale, non perché striminzito ma poiché rivolto al senso di ogni scelta e di ogni atto, Cristo Gesù.

Dallo sguardo paolino che, nella predicazione a Listra si accorge di un paralitico che lo sta ascoltando e che desidera la salvezza, scaturisce il primo mandato che la Chiesa ha affidato a Giuseppe.

Incalza Panzetta: “Mi piace pensare che questa Parola e questa vicenda raccontata proprio oggi, nel giorno della tua ordinazione diaconale, ti chieda di essere e di vivere una diaconia che parte dall’ascolto. Prima ancora di fornire prestazioni, prima ancora di dire qualcosa, prima ancora di fare qualcosa, il diacono deve ascoltare e deve ascoltare fissando le persone e interpretando il loro bisogno di salvezza […]. Caro Giuseppe, io un po’ ti ho conosciuto in questi mesi; tu hai un’attenzione per tutte le persone, soprattutto per chi è nel bisogno, chi è in difficoltà e penso che la Parola oggi, per un verso, ti metta davanti una qualità che già hai, che devi far fiorire e mettere a servizio nella Chiesa, ma anche qualcosa che devi intensificare, come Paolo e Barnaba: guarda con attenzione le persone alle quali parlerai del Signore Gesù e cerca di interpretare in modo vitale il loro bisogno di salvezza, perché solo così, dopo aver ascoltato il bisogno di salvezza che è presente nel cuore umano, puoi aiutare l’altro a rimettersi in piedi, a sperimentare la risurrezione e a mettersi in cammino dentro la vita cristiana“.

Di Paolo e Barnaba, tuttavia, colpiscono due aspetti, quasi due poli che si rendono visibili e attuali nella vita di ogni chiamato e, più ancora, di ogni consacrato: la dimensione del rifiuto, della non condivisione e quella della esaltazione.

Davanti a questa dualità di atteggiamenti, il pastore e padre della Chiesa di Lecce ha invitato l’ordinando diacono a saper orientare a Cristo il proprio cammino ministeriale nella certezza che egli saprà essere per la sua vita incoraggiamento e medicina.

Ancora Panzetta: “Nel brano della prima lettura che abbiamo ascoltato, Paolo e Barnaba prima stavano per essere presi a pietre e poi dopo stavano per essere idolatrati come dei; nel nostro ministero queste cose capitano,  non di rado  si ha a che fare con l’ostilità e non lo dico per spaventarti, però, noi incontriamo cuori aperti, persone desiderate, ma anche ostilità;  il diacono, per essere ministro secondo il cuore di Dio, non si deve scoraggiare delle porte aperte e nemmeno deve spaventarsi delle pietre, ma non si deve inorgoglire nemmeno quando ci sono risultati positivi; Paolo e Barnaba, da buoni educatori, dicono: ‘Non l’abbiamo fatto noi, non siamo dei, non siamo superuomini, noi siamo strumenti nelle mani di Dio’: quanto è prezioso, dunque, che un ministro di Dio sappia rialzarsi di fronte alle difficoltà e ai rifiuti, all’ostilità, e sappia anche rimanere umile quando i risultati ci sono, perché quei risultati sono il frutto e il fiorire della grazia di Dio”.

La diaconia a cui Giuseppe è stato chiamato non è puro efficientismo: diacono, infatti, non è colui che orienta la sua esistenza e il ministero affidatogli sui binari del semplice fare ma colui che continuamente si ricentra su Cristo per amarlo, ascoltarlo e obbedirgli compiendo azioni che trasudino Parola.

Laconico Panzetta a tal proposito: “Nel brano del Vangelo (Gv 14, 21-26 ndr), per due volte il Signore dice che ‘chi mi ama osserva, anzi accoglie e vive secondo i miei comandamenti’. E poi dice ancora, per spiegare, “Chi mi ama ascolta e mette in pratica le mie parole”. La diaconia a cui sei chiamato è una diaconia che ha il suo fondamento ultimo nell’amore per Gesù Cristo,  non un amore puramente teorico, ma un amore che prende sul serio la Parola di Dio, che prende sul serio il comandamento dell’amore e prova a renderli operanti nella vita, c’è un passaggio nella Seconda Corinzi che è molto bello: Quanto a noi – dice Paolo – siamo i vostri servitori per amore di Gesù Cristo; quell’amore di Gesù Cristo mai lo dobbiamo dimenticare, perché è il nucleo incandescente di ogni vera diaconia: noi non siamo ordinati per diventare operatori sociali ma perché nell’amore di Cristo ci prendiamo cura di ogni essere dal volto umano: rimani dunque, Giuseppe, radicato nell’amore del Signore”.

Tuttavia, nella pericope evangelica, Gesù promette ai suoi di non lasciarli soli ma di inviare loro lo Spirito Santo che avrà quale compito precipuo quello di accompagnarli alla conoscenza della verità. Come non vedere in questa indicazione un

ulteriore mandato per un fruttuoso ministero diaconale? Giuseppe sarà chiamato, da diacono, a sintonizzarsi quotidianamente con lo Spirito perché possa accompagnare quanti il Signore gli concederà di incontrare alla conoscenza di lui e del suo progetto nelle proprie esistenze.

Conclude l’arcivescovo di Lecce: “Com’è importante che i ministri di Dio sappiano fare discernimento; noi dobbiamo sempre chiederci se abitiamo la volontà di Dio, se la diaconia che stiamo realizzando riflette il sogno di Dio in questo momento preciso della nostra vita: mettiti a disposizione dallo Spirito, invocalo continuamente e ti accorgerai che la familiarità con la voce dello Spirito ti renderà capace di agire in piena sintonia con la sua volontà e così facendo diventerai nella comunità cristiana un punto di riferimento importante“.

Le interrogazioni dinanzi alla assemblea radunata, io canto delle litanie, l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria hanno lasciato il posto ai riti esplicativo che, nella vestizione con gli abiti diaconali, nella consegna del Vangelo e nell’abbraccio di pace tra il presule e i confratelli diaconi hanno reso visibile quale grande mutamento è avvenuto nella vita di Giuseppe.

Da ieri sera, dunque, la Chiesa di Lecce si è riscoperta ancora più ricca: non solo perché ha accolto un nuovo ministro di Dio ma perché  ha preso ancora più  coscienza di essere custodita e accompagnata dal Bel Pastore che le dona sempre ministri che possano portarlo all’uomo assetato di senso, assetato di lui.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

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