Nella sempre splendida cornice di Assisi, Città della pace, in circa 220 partecipanti, tra cappellani, operatori e volontari, si è svolto il VI Convegno nazionale dei cappellani e degli operatori di pastorale penitenziaria dal tema: “…Perchè lo coltivasse e lo custodisse (Gn 2,15). Lavoro, accoglienza e servizio”.

 

 

Per rappresentare il servizio di pastorale penitenziaria della diocesi di Lecce vi ho partecipato io in qualità di cappellano della casa circondariale “Borgo San Nicola”.

La progettazione e conduzione dell’assise è stata egregiamente portata avanti da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale per la pastorale carceraria.

Veramente qualificati, lungimiranti e pieni di speranza, sebbene molto realisti e coscienti delle situazioni di disagio in cui versano gli Istituti penitenziari in Italia, sono stati gli interventi dei vari relatori susseguitisi che hanno offerto competenti apporti, ora giuridici e fondamentali, ora motivazionali, di fede e spiritualità alta.

Che il mondo del carcere sia un “pianeta a parte”, gli addetti ai lavori se ne sono abbondantemente accorti. Che le strutture penitenziarie – causa sovraffollamento degli ospiti e corrispondente inadeguatezza numerica del personale di sorveglianza – siano ‘bombe ad orologeria’ in seno ad una collettività territoriale, forse molto meno.

Così come ancora poco chiaro è come per i 64mila ristretti e ristrette nella nostra ‘bella Italia’, il carcere non dovrebbe essere recinto di detenzione e pena, ma soprattutto ‘ospedale da campo’ (come l’amato Papa Francesco – di felice memoria – amava chiamare tutta la Chiesa universale), luogo di cura per un possibile reinserimento di figli di Dio che hanno sbagliato, ma il cui errore non può qualificarli totalmente né negar loro la dignità creaturale.

Così, senza riportare tutti i numerosi interventi, sottolineo solo alcune provocazioni che mi sono sembrate importanti, belle e… profetiche, da parte di alcuni relatori: la dott. Irma Conti, (Collegio nazionale del garante dei diritti delle persone private della libertà) ha da subito introdotto nel vivo della ‘vita in carcere’ dei cappellani tra rapporti istituzionali, progetti, restrizioni, attese ed attesa… (sempre tanta attesa!) e l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale umbra, nella festa di Santa Caterina da Siena, ha sottolineato come in un istituto penitenziario non basti fornire la lampada della fede se non si aiuti ad alimentarla con l’olio della speranza.

Molto apprezzato l’invito del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm), dott. Fabio Pinnelli, a guardare alla pena oltre il carcere; la modernità della pena – qualora essa esista – sta nel ricostruire i legami sociali. I conflitti sociali non si risolvono nei tribunali e la pena non è mai una risoluzione. La ‘normazione’ non ha mai valore salvifico – ha detto. I conflitti si risolvono, invece, con la pedagogia civile; la miseria, la fragilità, l’errore, appartengono a tutti. Solo con questa consapevolezza si può approcciare il mondo del ‘reato’. Non si valuta la persona dalla sua riduzione penale, ma da un percorso possibile di ri-crescita che preveda fatica e sacrificio. Il detenuto non è il suo reato (“L’uomo non è il suo errore”, frase di don Oreste Benzi, più volte risuonata in questo Convegno), ma la potenzialità personale: oggi occorre maggiormente offrire strumenti per far esplodere tali potenzialità, tramutandole in consapevolezza di esse.

La cosa urgente da operare, è la trasformazione degli spazi chiusi in luoghi di recupero e non di perdita di tempo. La giustizia è sempre imperfetta ed è monca se non si accompagna alla carità.

In scia, il prof. Marco Ruotolo, ordinario di diritto costituzionale all’Università Roma 3, ha volto lo sguardo alla sfida dell’esterno; la vera sfida è trasformare la società ed il suo modo di concepire, da ‘carcere senza sbarre’, che imprigiona tra mille discriminazioni, preconcetti e giudizi (Gn 2,13), in spazio libero di risocializzazione.

Tutto sta a come si guarda il mondo, con quali ‘occhiali’: il falegname ed il poeta, che vanno nello stesso bosco, non vedono le stesse cose. Non si può chiedere ad un uomo di cambiare esistenza senza averlo invitato a fare una nuova esperienza differente a partire dall’essere accolto.

Mentre l’economista dott. Luigino Bruni – tra le altre cose ideatore con Papa Francesco di “Economy of Francesco” proprio in Assisi -, con un’accattivante carrellata di grande levatura culturale ed umanistica, ha sottolineato come il lavoro sia una grande iniziazione all’adultità e soprattutto un network di reciprocità, indispensabile per il reinserimento post o durante pena per un uomo, che funge da cura, resurrezione e nuova veste di dignità.

Il dott. Silvio Di Gregorio, provveditore del Prap dell’Umbria, ha inteso rimarcare come qualsiasi forma di rinascita o ricreazione sia possibile. L’icona utilizzata è stata quella dei violini costruiti nel carcere di Opera (Mi), utilizzando il legno dei barconi degli sbarchi clandestini su Lampedusa. Usati in un primo momento per realizzare presepi, ci si è chiesti come possa un legno arso al sole, per tante ore in acqua, consumato, già verniciato con materiali artificiali e tossici, essere riutilizzato per la costruzione di violini armoniosi e soavi, volti ad elevare lo spirito e l’anima. La sfida di questo paradosso è stata vinta! Si può!

Altri buoni contributi son venuti da don Marco Pagniello, direttore della Caritas Italiana che ha voluto rimarcare la necessità della costituzione di vere e proprie cappellanie all’interno degli istituti penitenziari, per essere presenza viva di una Chiesa che accoglie nell’inclusività; e di mons. Erio Castellucci, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana che, con una breve esegesi della parabola del buon Samaritano, ha motivato il ministero dell’assistenza in carcere con il forte amore che non può essere donato a Dio se non passa dal dono d’amore all’uomo ferito.

Ampio spazio è stato anche dato alla liturgia ed alla preghiera con momenti intensi e vibranti come la fiaccolata per la pace, snodatasi per le vie di Assisi, dal Monastero di Santa Chiara alla Basilica di San Francesco, seguita dall’adorazione eucaristica presieduta dal vescovo di Rieti, mons. Vito Piccinonna e le celebrazioni eucaristiche in Basilica di Santa Maria degli Angeli presiedute dal presidente Cei il card. Matteo Zuppi, che ha ringraziato i cappellani per l’aiuto alla Chiesa per rendere visibile la maternità della Chiesa in carcere e facendo eco a Papa Leone, ha anche chiesto ai Cappellani di aiutare la Chiesa a far sentire i fratelli e sorelle reclusi nostri ‘familiari’, poiché loro ci rendono familiari di Cristo; citando la “Dilexit te” del Pontefice Leone, ha insistito a rendere questi nostri fratelli “dei nostri”; e dal vescovo di Assisi mons. Felice Accrocca che ha esortato i cappellani e gli operatori di pastorale penitenziaria ad immergersi nel dinamismo di Dio, per trasformare la prassi di vita e come Francesco d’Assisi, riconoscere Cristo nella Parola, nello spezzare il pane e nel volto di ogni sofferente.

Un convegno così non può che riempire anima e cuore di amore gratuito e senza ‘paletti’ e restrizioni che possa essere il giusto lievito che fa sgretolare quelle sbarre ancora presenti nel cuore indurito di quei ‘sacerdoti e leviti’, che hanno solo intenzione di ‘buttare la chiave’ e di passare indifferenti oltre.

 

 

 

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