“Abbiamo nel cuore una grande gratitudine a Dio per il dono che ci ha fatto nella Vergine Maria perché sappiamo di avere una Madre che il Signore stesso ci ha consegnato”.
“Una Madre che ci accompagna e ci guida, una Madre che ci sostiene nei momenti belli della nostra vita ma anche nei momenti di prova, perché la prova fa parte integrante della nostra vita”.
Con queste parole tenere e incisive l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha aperto l’omelia (IL TESTO INTEGRALE) pronunciata nella concelebrazione di ieri 8 maggio, giornata in cui si recita la supplica alla Vergine di Pompei, nella Basilica del Rosario luogo caro alla fede del popolo di Dio in generale e, più ancora, dei leccesi.
Accanto a lui il rettore della stessa mons. Giancarlo Polito.
Una donna che con affetto premuroso non solo accompagna ma orienta al Suo Figlio Gesù, la parola fatta carne, l’unica in grado di rimettere in sesto, di far riprendere cammini, di tradursi in scelte decisive, come avvenuto a Cana di Galilea.
Ancora Panzetta: “In questo giorno così caro alla devozione dei fedeli, ci sentiamo proprio nella casa di Maria e sappiamo che Lei ci chiede di realizzare quello che ha chiesto ai diaconi, ai servi, nel contesto delle nozze di Cana: ‘Tutto quello che vi dirà, fatelo’; per questo vogliamo metterci l’ascolto della Parola del Signore. […] La Parola che abbiamo ascoltato, illumina la nostra vita e ci fa scoprire o riscoprire l’autentica volontà di Dio sul mondo, sulla Chiesa, su ciascuno di noi, sulle nostre famiglie”.
La prima lettura proclamata (At 15,22-31) ha stigmatizzato un momento bello della vita della Chiesa delle origini, sin dall’inizio, attraversata da un problema: i primi cristiani, venuti dal mondo giudaico, conoscitori della legge di Dio, erano circoncisi, educati secondo la tradizione giudaica, mentre il cristianesimo, grazie all’impulso missionario, si andava diffondendo a macchia d’olio anche in mezzo ai pagani. Pertanto, la questione fondamentale era come fare perché i pagani potessero aderire al movimento di Gesù di Nazareth?
In un primo momento si riteneva che questi avessero bisogno di fare l’itinerario che avevano fatto i primi credenti e cioè passare dal giudaismo per aderire al cristianesimo.
In realtà, scrutando la volontà di Dio, la Chiesa, attraverso il contributo degli apostoli, ha capito che i pagani potevano diventare cristiani aderendo immediatamente al Vangelo e alla Parola portata dal Signore Gesù.
Tutto questo ha comportato difficoltà, soprattutto da parte di quelli che venivano dal mondo giudaico; la comunità cristiana, invece, attraverso il discernimento ha compreso la presenza del Paraclito nel suo agire,
Così il presule: “È bello quando la comunità cristiana attraverso un percorso di discernimento, si assume la responsabilità di dire: ‘noi e lo Spirito Santo stabiliamo questo’; lo Spirito guida la comunità cristiana perché possa capire qual è la volontà di Dio nel tempo e quindi la comunità cristiana attraverso il discernimento, attraverso il percorso sinodale, ha risolto un problema pastorale decisivo, un problema pastorale che ci riguarda perché anche noi eravamo nel paganesimo allora, anche a noi non è stato chiesto di passare dal giudaismo, ma noi abbiamo aderito alla luce del Vangelo direttamente, proprio nella luce di quello che abbiamo ascoltato nella Parola di Dio”.
Molto provocatorio è stato, ai fini della attualizzazione pratica, il brano del Vangelo (Gv 15,12-17) che ha portato i credenti presenti al sacro rito a guardare quale sia la volontà del Signore per ogni battezzato: amarsi come Gesù ha amato i suoi, quindi con rapporti fraterni.
Da qui, dunque, la constatazione di come l’amore fraterno non si misura sul senso comune e nemmeno sul “così fan tutti”, molto diffuso nella società corrente ma guardando Gesù che dalla croce ha dato a chi confida in lui un grande insegnamento.
Nel testo evangelico, infatti, si enuclea il tipo di amore che Gesù ha avuto per ciascuno dei suoi discepoli, un amore di amicizia che ha portato il Maestro a non chiamarli più servi ma amici.
Continua il pastore leccese: “In queste parole di Gesù c’è un salto di qualità perché nell’Antico Testamento i servi erano gli amici, i privilegiati nel rapporto con Dio; con la venuta di Gesù e con il mistero dell’Incarnazione possiamo fare un salto di qualità, passare dal semplice servizio a Dio, pieno di timore, di riverenza… all’amicizia; è molto bello questo amore di amicizia perché è un amore di mutua benevolenza che nasce da una scelta: in questo caso noi siamo amici del Signore perché Lui ha scelto noi”.
Dunque, Maria di Nazareth ha ricordato ai suoi devoti quanto è importante essere amici del suo figlio Gesù: è provare a vivere la vita guardando come Lui ha amato, per cui l’amicizia con Gesù non chiude in un’intimità con Lui ma chiede di dilatare il cuore all’amicizia fraterna.
Quando nelle comunità cristiane si sperimentano queste qualità, quelle fraternità che, proprio perché sono abitate dal Signore Gesù, sono inossidabili si cambia il modo di pensare, si diventa creature nuove.
Conclude l’arcivescovo di Lecce: “Fratelli e sorelle, qui nella casa di Maria, chiediamo a Maria di Nazareth di aiutarci a realizzare quello che la Parola ci ha detto; vogliamo essere una Chiesa che affronta i problemi, una Chiesa che sa fare il discernimento, una Chiesa che, in modo sinodale, con il contributo di tutti, superi le difficoltà; vogliamo essere anche una comunità nella quale si sperimenta un’amicizia vera con il Signore e un’amicizia vera tra di noi”.
Guardare a Maria significa, allora, contemplare una figura materna in grado di essere modello di preghiera, attesa e fede vissuta con apertura al progetto di Dio.
Al termine della supplica, dopo aver salutato i presenti, l’arcivescovo si è raccolto in preghiera nella cappellina che accoglie le spoglie mortali del Ven. don Ugo De Blasi.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.







