In una basilica di Santa Croce vestita a festa come per le grandi occasioni, si è tenuta ieri sera la solenne concelebrazione eucaristica per il XXV anniversario di ordinazione presbiterale di mons. Mauro Carlino.

 

 

A presiederla è stato l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta: vi hanno preso parte l’arcivescovo emerito Michele Seccia, l’arcivescovo Luigi Pezzuto oltre ad una nutrita rappresentanza del presbiterio diocesano e ai compagni di corso di don Mauro.

Il servizio all’altare è stato curato dai ministranti della parrocchia guidati dal direttore dell’Ufficio liturgico diocesano, don Mattia Murra mentre i canti sono stati eseguiti dal coro parrocchiale accompagnato all’organo dal maestro Carlo Chirizzi.

Come un padre che con tenerezza dona al proprio figlio dei consigli utili al prosieguo del suo cammino cosi è stata la bella e densa omelia (IL TESTO INTEGRALE) tenuta dall’arcivescovo Panzetta il quale ha voluto subito portare l’assemblea liturgica al cuore dell’evento celebrato e lì dove nasce, cresce e si sviluppa ogni ministero, compreso quello sacerdotale: il cuore della Trinità.

Così il presule: “Noi siamo qui oggi per rendere lode a Dio per 25 anni di ministero sacerdotale di don Mauro; questi 25 anni di ministero devono essere letti come un’opera meravigliosa della Santissima Trinità; è nella Santissima Trinità la sorgente di quel fiume carsico che alimenta continuamente la ferialità, l’impegno, la fatica, la dedizione di un ministro di Dio in un tempo complesso come quello che stiamo vivendo”.

E perché questa opera trinitaria possa risplendere sempre più l’arcivescovo di Lecce ha voluto donare al festeggiato alcune parole guida che sono scaturite dalla Parola risuonata nella celebrazione: gratitudine e speranza.

Sempre, ma ancor di più nella vita di un ministro di Dio, la gratitudine è il mettere al centro l’opera di Dio, il vedere come Dio amorevolmente guida e sostiene i passi di quanti egli sceglie e destina per un servizio al suo popolo, così come la speranza che genera una responsabilità.

Incalza il presule: “Innanzitutto la gratitudine di Barnaba, di cui si parla nella prima lettura […]. Quando Barnaba si è accorto che il cuore di Dio è spalancato per tutti, ha visto la grazia di Dio, ha sperimentato la bontà di Dio che si è manifestata in Gesù, la bontà di Dio che si è manifestata dentro il mistero di Cristo”.

Ma la gratitudine, nelle pieghe di una vita sacerdotale ha, soprattutto, una caratterizzazione pastorale se è vero che il ministro ordinato agisce in persona Christi chiamato, dunque, a servire e guidare un gregge che non è suo ma del Signore.

Ancora Panzetta: “Nel brano della prima lettura c’è un altro aspetto importante della gratitudine: la gratitudine che potremmo dire pastorale. La Chiesa si rende conto che Dio agisce attraverso di lei […]. Pensavo, caro don Mauro, quante volte nella nostra vita abbiamo sperimentato la gratitudine di Barnaba vedendo la grazia di Dio, nel nostro ministero quante volte abbiamo visto Dio farsi strada nei cuori delle persone, quante volte abbiamo visto i cuori aprirsi alla luce della Parola di Dio, quante volte abbiamo visto le persone diventare creature nuove perché smosse e innovate dalla grazia di Dio: il  ministero porta dentro la gratitudine di chi vede ogni giorno la grazia di Dio; ma, anche, quante volte nella nostra vita abbiamo sperimentato quello che hanno sperimentato i primi credenti: Dio è con noi, Dio agisce attraverso di noi e Dio non ci lascia mai soli. Chissà quante decisioni importanti per la tua vita, per la vita delle persone che ti sono state affidate: non eri solo perché il Signore ti ha spalleggiato, il Signore ti ha sostenuto, il Signore ti ha illuminato, il Signore ti ha accompagnato”.

C’è, poi, una sfaccettatura della gratitudine che ha il sapore della custodia, quella che il Buon Pastore Cristo Gesù sa esercitare su quanti scelgono di rispondere in modo affermativo alla sua chiamata a seguirlo.

Molto bella l’applicazione che, partendo dal brano evangelico proclamato, ha fatto il pastore della Chiesa di Lecce: “Pur essendo pastori, siamo pecorelle a cui continuamente è data la vita eterna, la vita teologale, pur essendo pastori, ci sentiamo pecorelle custodite dal Signore. Com’è bella quella immagine: “Nessuno le può strappare dalla mia mano”. Ci sentiamo, ogni giorno, proprio mentre guidiamo le comunità, in questa stretta nuziale del Signore che tiene in pugno le nostre vite e questo ci dà tanta pace, tanta dedizione, tanta sicurezza per affrontare gli impegni della vita […] Come pastori costituiti a immagini di Gesù Buon Pastore dobbiamo guidare le persone perché si sentano custodite nella stretta del Signore, si sentano nelle mani del Signore e sentano che Lui è la guida vera della loro vita”.

Essere, però, uomini grati a Dio non esime i chiamati, tra cui don Mauro, dal saper trarre responsabilità per la continuazione del proprio iter ministeriale da quanto il Signore ha detto loro e, cioè, attraverso opere e atteggiamenti che possano raccontare della vita del ministro come di una avventura totalmente abitata da Dio.

Ha concluso Panzetta: “Ogni presbitero dovrebbe poter dire, con umiltà e verità, ‘le opere che io faccio raccontano la mia vita’; la nostra credibilità non si gioca sull’ambone; la nostra credibilità si gioca dalla vita, dallo stile di vita che abbiamo: se profuma del Signore Gesù, se profuma dell’amore per la gente. Sento dunque la grazia, sento nel cuore il desiderio, caro don Mauro, di ringraziare il Signore perché tu sei un dono di Dio per la nostra Chiesa”.

Prima della benedizione finale il cancelliere arcivescovile don Vincenzo Martella ha dato lettura della lettera gratulatoria inviata a don Mauro da parte di Papa Leone XIV (LEGGI).

Quindi ha preso la parola (IL TESTO INTEGRALE) il festeggiato che, commosso, ha voluto ringraziare tutti i presenti.

Così mons. Carlino: “Sono grato al nostro vescovo per la parola che mi ha donato; sono grato a tutti voi che avete voluto unirvi a me. Vi chiedo il dono della preghiera perché le mie mani non si abituino mai al mistero che, attraverso di esse, si compie e perché io resti un sacerdote innamorato dell’altare. In questi venticinque anni non sono mancati momenti di prova e di difficoltà ma è proprio in quei momenti che ho capito come la croce di Cristo non è un patibolo di sofferenza ma l’abbraccio più saldo di Dio”.

La foto di rito ha fatto calare il sipario su una serata che resterà per sempre nel cuore di don Mauro e che per lui sarà sprone ed incoraggiamento per continuare a vivere con amore e fedeltà il ministero che il Bel Pastore ha voluto affidargli.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

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