In merito all’episodio della scritta comparsa nottetempo ad opera di ignoti sulla facciata laterale della Chiesa Madre di San Donaci, mi unisco all’indignazione già espressa dall’Amministrazione Comunale perché un atto vandalico non va mai giustificato, soprattutto in un tempo come il nostro in cui abbiamo a disposizione tanti modi per comunicare i nostri pensieri.
Tuttavia, anche un episodio del genere può trasformarsi in una occasione di riflessione per noi credenti e per tutti gli uomini e donne di buona volontà.
Non so per quale motivo l’autore o gli autori hanno pensato di scrivere questa frase, se per rabbia, per gioco, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, per cercare uno spazio di protagonismo che altrove è negato, per manifestare un disorientamento diffuso in un momento storico come questo, non so, ma tuttavia la frase suscita una riflessione, che per un credente è una certezza: Dio è dentro il macello e le macerie di questo mondo violento e guerrafondaio.
Dio è tra le vittime, tra coloro che sono uccisi, privati dei loro diritti elementari, costretti a fuggire, umiliati nella loro dignità; coloro che non hanno più una casa, il cibo, l’acqua, la terra, le cure mediche, l’istruzione per i ragazzi.
Il Dio cristiano, quello che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere è sempre dalla parte dei poveri, degli emarginati, di chi vive la solitudine, il disagio e qualsiasi sofferenza interiore e fisica.
Se c’è questo macello, come si esprime l’autore o gli autori della scritta è proprio perché abbiamo già e continuiamo ancora a fucilare Dio, a ritenerlo morto, o superfluo, o inutile, o un retaggio archeologico di altri tempi.
Abbiamo estromesso Dio dalla nostra vita per garantirci una presunta libertà che Lui sembrava impedirci, poiché l’abbiamo spesso visto come padrone, distributore di regole da osservare; in verità ci siamo sbagliati su di Lui, perché questo non è il Dio di Gesù Cristo, il padre misericordioso e tenero, pronto sempre ad accogliere la persona, senza alcuna discriminazione.
Come responsabile della Chiesa diocesana mi sento chiamato in causa da questo episodio e sento di dover fare un discernimentopersonale ma invitare tutta la comunità diocesana a farne uno comunitario. Quale Dio annunciamo al mondo in cui viviamo?
Forse la nostra evangelizzazione è troppo stanca, abitudinaria e convenzionale e spesso fatta di luoghi comuni che generano una immagine distorta di Dio.
Come comunità ecclesiale dobbiamo diminuire il nostro attivismo organizzativo, che se da un lato gratifica in quanto a immagine, dall’altro trascura le relazioni umane e la trasmissione del Vangelo attraverso il dialogo, il confronto, la condivisione di quei pesi della vita che spesso creano disagio, rabbia e delusione.
Dio umanizza la nostra vita, senza Dio il macello è senza fine, perché smarriamo ogni relazione fraterna e la nostra umanità si logora sotto i colpi dell’individualismo, del benessere economico a tutti i costi, del guadagno facile e della corsa alla prestazione che taglia le gambe a tanti giovani e li costringe a una vita mediocre e rassegnata.
Pur restando sbagliata la modalità di espressione di un disagio, tuttavia, questa scritta è per noi Chiesa un segnale che ci chiama a un nuovo modo di evangelizzare, costruendo relazioni di accompagnamento, che attraverso il dialogo, il confronto, l’incontro ci consentano di illuminare la vita dei nostri fratelli e sorelle con la luce del Vangelo di Cristo, luce di umanità.
Brindisi, 6 maggio 2026
Il Vescovo Giovanni






