Omelia per l’ordinazione diaconale di Raffaele Angeloro
10 aprile 2026
Carissimi,
questa celebrazione, stasera, ha una precisa collocazione. È all’interno di una settimana che amplifica l’estensione della ‘vita nuova’ inaugurata dalla Pasqua anche ai giorni successivi, costituendo, nel nostro cammino di fede, un unico grande giorno. Le note dell’esultanza pasquale in questi giorni non conoscono flessioni, perché le luci dell’alba di domenica scorsa non si sono più spente e non si spegneranno mai più. Non bastavano certamente 24 ore per contenere l’evento della Risurrezione di Gesù, che sta attraversando, invece, un’intera settimana, per poi estendersi in un periodo di 40 giorni e raggiungere, finalmente, l’anno intero, ogni tempo e ogni spazio della terra. Cosicché nulla sfugge ormai alla luce e all’amore del Risorto.
1. Stasera, stiamo celebrando, innanzitutto, la Pasqua di Cristo. L’odio e la morte non sono riusciti a intrappolare il Signore e a far incagliare il progetto divino di salvare l’umanità. Anzi, con la vittoria sulla morte Cristo non solo si mostra vivo, ma entra ancora in azione e continua a essere presente in infiniti modi, per entrare in relazione con ogni uomo.
La pagina di Giovanni che è stata solennemente proclamata, ce ne dà una prova, lasciandoci intravedere lo stile del Risorto.
Egli si fa presente all’alba, proprio quando “il dolore è stanco” e “il corpo si abbandona sulla terra umida”, per usare, caro Raffaele, un verso di una poesia a te molto cara. In quel momento, Lui stesso è l’alba. E se ogni giorno di per sé è nuovo, quel giorno fece aprire gli occhi dei discepoli ad un fatto che avrebbe cambiato il corso della storia, incominciando proprio dalla loro, che ormai sembrava spacciata a causa della morte violenta del loro maestro e dell’amara delusione che ne era derivata. Era notte quando Giuda uscì dal cenacolo per tradire, successivamente sarà notte anche per gli altri discepoli che proprio non riuscivano a darsi risposte a ciò che era successo e al loro tradimento.
Ma dove c’è il Signore non è mai più notte. L’alba della Pasqua è il nuovo volto del cielo, perché nel Risorto l’umanità vede aprirsi un varco nella gloria della Trinità. La limpidezza di quel mattino preavvisa il nuovo clima, il definitivo quadro meteorologico della nostra esistenza.
Il Risorto si fa presente, poi, come il vincitore! Il testo greco, dicendoci che Gesù stava “sulla riva”, ci rimanda al fatto che la sua postura era quella di chi, combattendo, aveva sconfitto la notte e la morte e ora finalmente poteva godere del suo trionfo.
Da quella riva, perciò, guarda i suoi discepoli, desiderando anche per loro la vittoria sulla rassegnazione e sul male.
Per questo, vedendo il fallimento del loro lavoro e, ancor più, vedendo il loro cuore spaccato da ciò che era successo nei giorni precedenti, prende per primo l’iniziativa.
Constata che non hanno nulla da mangiare e che il loro stomaco è vuoto. E soprattutto, legge nei loro occhi lo strazio per l’assenza di colui che non riescono ancora a riconoscere essere già lì con loro.
Egli, allora, vuole risvegliare la loro fede, fortemente compromessa dal dolore, e ci riesce… il primo miracolo descritto dall’evangelista, infatti, è che essi, pur non cogliendo tutta la verità di quel momento, intuiscono che l’invito così insolito e paradossale di ritornare nel lago per pescare era secondo quello stile che avevano già sperimentato con Gesù nei tre anni precedenti. Quei discepoli capiscono che di Lui potevano fidarsi ancora, perché non aveva mai deluso le attese di chi lo cercava.
E alla fine, attorno a “un fuoco di brace”, rinnova il gesto dell’ultima cena, che a dire il vero, d’ora in poi, sarebbe diventata la prima di tante altre cene eucaristiche, tutte anticipazioni del banchetto eterno.
È il vincitore è vero, ma ha ancora bisogno di loro per continuare a essere presente nel mondo e perché l’amore di Dio raggiunga il cuore di tutti.
2. Stiamo vivendo, stasera, anche la Pasqua della Chiesa, non quella definitiva evidentemente, ma quella, ora, possibile a noi. Non è quella definita, perché le ombre delle notti ci sono ancora e con esse le fatiche e le sconfitte.
E soprattutto, perché nella chiesa è forte la quotidiana tensione tra la volontà umana che si ostina ad imporre la sua regia e la volontà del Signore che, proprio perché è intrisa di amore, raggiunge i credenti sempre e solo come una proposta affidata alla loro libertà.
Come a Simon Pietro, infatti, che disse: “io vado a pescare”, anche a noi si presenta la drammatica possibilità di far leva solo su noi stessi. La decisione di Simon Pietro, infatti, ha un retrogusto strano, non è certamente l’espressione di un credente, ma di un deluso, di uno che sta soffocando nell’amarezza la fiducia che aveva dato al Signore. L’amarezza e la confusione interiore, tuttavia, non possono mai essere la forza trainante delle nostre scelte. Anche S. Ignazio di Loyola, nella quinta delle Regole per avvertire e conoscere i vari movimenti dell’anima dei suoi Esercizi Spirituali, invita a non fare mai mutamenti, a non prendere mai decisioni “in tempo di desolazioni”, perché si fatica invano. E l’episodio del vangelo ne dà conferma: “uscirono e salirono sulla barca, ma quella notte non presero nulla”. Tanta fatica per un pugno di mosche.
Ma quando termina il “tempo della desolazione”?
La svolta viene solo nel momento in cui è il Signore a ridiventare il protagonista. La chiesa, che, pur attraversa a volte lunghi deserti e freddi bui, diventerà pasquale, sarà, cioè, come Lui l’ha sognata, l’ha voluta, proprio quando sarà segno di questa svolta, che avverrà, però, solo a condizione di rinunciare alle nostre logiche che un po’ ingenuamente consideriamo assolute. Definitive. E, nello stesso tempo, nella misura in cui saremo capaci di rinnovare ogni giorno, nonostante tutto, la disponibilità a fidarci e ad affidarci incondizionatamente, senza inseguire le paure o farci fiaccare dalle diffidenze.
La Pasqua per la chiesa è un passaggio, del quale il vangelo oggi ci traccia con esattezza il percorso. La Chiesa, infatti, se da una parte deve saper stare nella notte, in tutte le notti della storia, quelle fuori di essa e quelle al suo interno, dall’altra non può smettere di credere nella luce e nella beatitudine della fede.
È la liturgia ad aiutarci nel fare questo passaggio, mettendoci in guardia dal percorrere il cammino inverso, quello, cioè, che dalla luce porta alle tenebre. Gli annunci pasquali, che in questi giorni risuonano nelle nostre comunità, sono un invito a non ripiegarsi sui propri pensieri, a mettersi in piedi e a riscoprire che ogni attimo, se è dentro il cono di luce della Risurrezione, può diventare una pasqua già in atto dentro di noi e nelle nostre relazioni quotidiane.
3. Stiamo vivendo, in fine, la tua pasqua, caro Raffaele.
La via privilegiata dell’annuncio dell’evento di quel “primo giorno dopo il sabato” fu dalle prime ore la testimonianza dei discepoli e, ancor prima, quelle delle donne. Anche tu, Raffaele, oggi sei per noi un testimone e noi, accogliendoti, te ne siamo grati. Se ti limiterai a questo, se la tua preoccupazione sarà sempre e solo questa, avrai fatto centro.
Cosa ci stai testimoniando esattamente? Come si colora il mistero pasquale in te in quest’ora così bella e importante della tua vita?
Sei testimone dell’interesse di Dio per noi e dell’esorbitante misura del suo interesse. Nella sua croce hai scoperto che Egli non ha risparmiato nulla per sé e nella sua risurrezione hai scoperto che Egli è diventato per te una speranza certa e una presenza che hai avuto la gioia di incontrare viva e vera nella tua storia.
Sei testimone perché hai sperimentato la sua tenerezza. In alcuni momenti Egli ti ha donato la sua consolazione e ti ha lasciato intuire che il segreto della felicità non sta nel trattenere dentro di te il dono dell’amore ricevuto, ma nel darlo a tua volta, senza risparmiarti. E hai deciso, così, senza esitazione di far diventare quel segreto la scommessa più grande della tua esistenza.
Sei stato accompagnato e incoraggiato in questa decisione dell’esempio della tua famiglia nella quale continui a sperimentare la gioia e la fedeltà del dono reciproco. Anche la comunità parrocchiale di Gesù Divino Lavoratore di Torremaggiore, in cui è cresciuta la tua fede, ti ha permesso di toccare con mano la bellezza di vivere legami di fraternità e di amicizia attorno al Vivente. In questi anni, molte figure sacerdotali ti hanno lasciato intuire il segreto più intimo del loro fecondo ministero. Con gli amici dell’Unitalsi hai assaporato il gusto evangelico di stare, da fratello, affianco agli ammalati e di condividere con loro, sotto lo sguardo della Vergine, la stessa fede e la stessa speranza. E, non ultimo, la comunità del seminario di Molfetta che tu hai accolto come dono e nella quale ti sei donato generosamente, ti ha allenato a dire il ‘sì’ definitivo della tua vita.
E ora sei testimone proprio per questo ‘sì’ che stai per pronunciare, in risposta al grande sì che, da sempre e in maniera definita, il Signore ha già detto per te. Caro Raffaele, oggi viviamo un’esperienza pasquale proprio grazie al tuo “sì”. Sì a essere diacono, sì a servire con amore, consapevole che quella del servizio è sempre la profezia più eloquente nella vita della Chiesa e anche la più urgente per “conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”, come ci ha ricordato S. Paolo.
Ma non ti capiti mai di dire: “io vado a pescare”. Diffida, cioè, delle pretese del tuo io, che come accade per ciascuno di noi, sono spesso miopi abbagli. Il tuo servizio diaconale scaturisca sempre e solo dalla gratitudine per ciò che hai ricevuto. La tua voglia di fare e di spenderti che in questi mesi stai ampiamente dimostrando anche in diocesi e, in modo particolare, nella comunità di Serracapriola, siano l’eco gioiosa della Parola che il Signore ogni giorno ti rivolge. Lui ha bisogno di te, è mendicante del tuo amore e tu gli stai affidando tutto il tuo cuore per amarlo in modo indiviso e per amare i fratelli come ha amato lui. E tra essi, soprattutto, quelli segnati dalla sofferenza che hai già incontrato nel tuo passato e verso i quali egli ti chiede di continuare ad andare. Non accontentarti mai di aspettarli. Vai loro incontro per primo, soprattutto quando essi per pudore non esibiscono il loro dolore.
Vorrei farti ora due consegne.
La prima. Quella di avere la profondità dello sguardo di Giovanni che, dopo il gesto audace di poggiare il capo sul petto di Gesù durante l’ultima cena, ora, davanti al prodigio inaspettato della pesca abbondante, lo riconosce subito. È tutta questione di sguardi e di cuore… Educare gli occhi a non concentrarsi su ciò che è futile, aiuta a cogliere l’evento decisivo della nostra storia, quello per il quale possiamo dire che Gesù è veramente presente, è vivo e che non smette di amarci. L’augurio è che tu sia ogni giorno testimone di un incontro che ti permetta di esclamare: “è il Signore”, anche lì dove forse altri accanto a te stentano a vederlo.
La seconda consegna. Quella di “stringerti la veste attorno ai fianchi”, come fece Simon Pietro che davanti al grido del discepolo che Gesù amava, ricordandosi immediatamente del gesto di Gesù nell’ultima cena, si è messo nella condizione del servo di fronte al suo Signore. La quantità di pesci sarà sempre abbondante, il centuplo quaggiù è una garanzia evangelica. Questo ti incoraggi a metterti a disposizione di un’abbondanza di amore che attraverso di te può raggiungere gli altri e in particolare chi soffre. Ognuno, infatti, vive finché c’è qualcuno che lo ama.
Gli occhi della Vergine Maria siano per te il riflesso quotidiano della luce del Figlio che, attraverso la “ricca di grazia”, ricolmi anche la tua vita e la renda trasparenza dell’“Autore della vita”. Amen
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