Omelia nella Messa della Madre di Dio
Chiesa Cattedrale Ugento, 1° gennaio 2026.
Cari fratelli e sorelle,
sul piano liturgico, il nuovo anno sociale inizia con un mistero e tre parole: il mistero riguarda la solennità di Maria, Madre di Dio, le tre parole sono benedizione, speranza e pace. Il mistero della maternità divina di Maria è anche un simbolo che tiene insieme le tre parole. Maria, infatti è la mistica aurora della redenzione, la benedetta fra tutte le donne, la speranza di pace. Il frutto del suo grembo è il Benedetto e il principe della Pace. Alla luce del mistero della maternità divina di Maria, il nuovo anno sociale acquista non solo un valore cronologico, ma kairologico: è l’inizio di un tempo nuovo. La maternità divina di Maria è segno di benedizione e di pace, di novità e di speranza, di accoglienza e di generazione.
L’inizio come mistero paradossale
Considerando il tempo sul piano cronologico non è facile distinguere tra la fine e l’inizio. Di solito, l’inizio è pensato come il momento in cui qualcosa comincia. L’avvicendarsi tra la notte e l’alba indica il passaggio da un periodo al successivo. In questo caso l’inizio non è sempre “netto” e non è mai isolato. Ogni nuovo inizio è continuazione e rottura. Mentre annuncia novità, porta con sé le tracce del passato. Il 1° gennaio segna la partenza di un nuovo ciclo temporale. Considerato in questo senso, l’inizio ha una dimensione relativa: dipende dal sistema di misura che scegliamo, come ad esempio il calendario o l’orologio. Si tratta di una modalità matematica. Spesso ciò che consideriamo un nuovo inizio è in realtà un punto di osservazione su un processo già in corso.
In realtà, il tempo è un flusso continuo nel quale non c’è una vera variazione tra prima e dopo. Certo, iniziare qualcosa implica un cambiamento e una trasformazione. Quando si inizia un progetto, una relazione o un percorso personale non esiste più lo stato precedente: si entra in una nuova dimensione. L’inizio è un ponte tra il “prima” e il “dopo”. Dal punto di vista psicologico, è simbolo di opportunità e speranza in quanto offre la possibilità di correggere errori passati, di creare nuove abitudini, di immaginare nuovi scenari.
Considerando il tema dell’inizio più in profondità, dovremmo dire che l’inizio è un mistero paradossale. È ciò da cui tutto parte, ma non ha nulla prima di sé. È solo “il primo momento” che non può essere completamente spiegato, né può essere ridotto a concetti semplici, a leggi scientifiche o a categorie razionali. È l’origine di tutto, ma non è un oggetto o un evento che si può toccare o misurare. Immaginiamo ad esempio un seme: dentro c’è tutto quello che può diventare, ma non si sa esattamente come crescerà. Pensare l’inizio come mistero significa accettare che non tutte le domande hanno risposte semplici. Significa avvicinarsi al paradosso, dove ragione e intuizione si incontrano. È come osservare l’orizzonte: non si può raggiungerlo perché si allontana sempre più allo sguardo di chi cerca di andargli incontro. Si può solo imparare a osservarlo.
Per Platone e Aristotele, l’inizio era legato non solo al tempo, ma all’ordine del mondo. Pensatori come Agostino o Proclo collegavano l’inizio a Dio o a un principio infinito. Anche i filosofi medievali ritenevano che l’inizio fosse qualcosa di misterioso che non si poteva afferrare del tutto con la ragione. Invece, i filosofi moderni (come Cartesio o Kant) hanno cercato di “controllare” l’inizio con la logica e la scienza. Massimo Cacciari spiega che questa visione è riduttiva perché non si può razionalizzare tutto[1]. L’inizio non si può spiegare solo con formule o regole, non si può ridurre a un concetto matematico o scientifico. L’inizio è qualcosa che trascende l’esperienza umana, ma è il fondamento da cui tutto dipende. Non è conoscibile come un fatto concreto, ma si percepisce come origine e principio.
L’inizio è l’amore donato dal Padre e ricevuto dal Figlio
L’amore è l’inizio di ogni cosa. È la scintilla e la legge che regola il tempo e l’eternità. L’amor vero, infatti, è senza tempo, senza confini, senza un primo battito da cui partire. Esiste e basta. È eterno come il cielo che lo accoglie. L’inizio di tutto è, dunque, la comunione trinitaria, sorgente e prototipo di ogni amore generativo. Dalla vita intima in Dio, al soffio della creazione, alla storia della salvezza all’incarnazione del Verbo, l’amore è il filo invisibile che attraversa ogni cosa creata e increata. È inizio e fine, seme e frutto, luce terrena ed eterna.
Prima del tempo e di ogni cosa, esisteva il dialogo eterno, pieno e perfetto tra il Padre e il Figlio. L’inizio in Dio è l’atto d’amore del Padre. Egli, inizio senza alcun inizio, genera il Verbo (cfr. Gv 1,1). Il Figlio eterno del Padre, eternamene generato dal Padre, è immagine e sostanza del Padre, amore eterno e a lui consustanziale. Il Verbo è Logos che sgorga dal silenzio abissale del Padre e porta luce nelle tenebre e vita in ogni cuore. La sua essenza non è solo parola, principio razionale, legge che ordina il mondo, ma soprattutto è eterna relazione d’amore con il Padre e amore inestinguibile per gli uomini.
Il Verbo eterno è, dunque, amore ricevuto dal Padre e donato al Padre e agli uomini. Il Figlio riceve l’amore dal Padre e lo riconsegna a lui con infinita tenerezza. La loro relazione d’amore non è passiva, ma piena, gioiosa e perfetta. Ogni istante dell’eternità è permeato da questo intenso bacio d’amore. Il Logos non trattiene per sé l’amore del Padre, ma lo comunica nel mondo. Ogni cosa che esiste, dalla luce al tempo, dalla vita all’uomo, nasce come dono dell’amore del Padre ricevuto dal Figlio e ridonato al Padre.
Nel Verbo incarnato, l’amore diventa visibile e concreto. È un amore che tocca, parla, consola, guarisce. È amore che, insieme al Padre, dona il Santo Spirito, la forza divina che porta a compimento l’opera d’amore che il Figlio ridona al Padre. È il principio da cui tutto nasce, la forza che sostiene ogni cosa, l’inizio senza fine. Resiste al tempo, alla morte, alla caducità, muove ogni cosa e non viene mai meno (cfr. 1Cor 13).
Allargando lo sguardo possiamo dire che tutta la creazione è un atto d’amore della Trinità: amore che plasma la luce, separa le acque, fa fiorire la vita. Generata dalla fornace ardente della divina carità è destinata a vivere in comunione con l’amore divino. È amore in azione, dialogo perfetto con le tre divine Persone. Il mondo è, dunque, il teatro della relazione trinitaria, il segno concreto della comunione eterna tra le tre divine Persone. Tutto ciò che vive partecipa di quell’amore eterno, lo riceve ed è chiamato a corrispondervi in piena libertà.
Ogni vivente è parte di questa relazione divina. Tutto è inserito nel flusso di questo mistero d’amore chiamato a diventare un riflesso del cielo. Ricevere e donare amore è la suprema legge della vita: ricevere l’amore di Dio che plasma, illumina, guida, e donare ad altri con le parole, i gesti, la cura. Anche il più piccolo gesto d’amore è inserito nel flusso eterno dell’amore trinitario. Plasmato dalla polvere e costituito a immagine di Dio, l’uomo è vivificato dal soffio divino, dall’amore primordiale e incontenibile. La sua vocazione è ricevere l’amore dal Verbo e donare amore a Dio e agli altri.
La stessa storia della salvezza è espressione del divino amore. Dio chiama il popolo d’Israele e consegna la legge suprema: «Ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e con tutta la forza» (Dt 6,5). L’amore diventa così principio di ordine e giustizia. Chi ama cammina nella verità, onora il prossimo e custodisce il creato. L’alleanza stessa è un patto d’amore eterno che rimane fedele alla sua promessa anche quando l’uomo vacilla. I profeti cantano un Dio che ama senza misura, forza che redime, principio che precede la storia umana e guida del destino dei popoli.
La benedizione di Dio è amore generativo e fonte di speranza
La benedizione il segno dell’amore generativo di Dio. Non è un dono passivo, un augurio o una formula rituale: è un atto divino efficace, che porta vita, protezione e prosperità, e diventa fonte di speranza per l’uomo. La benedizione collega l’uomo a Dio, conferendo senso alla sua esistenza. L’amore ricevuto e donato non si limita né si restringe in un piccolo recinto autoreferenziale, ma spinge a creare, a dare vita, a trasformare il mondo intorno a noi. È un amore che genera relazioni, solidarietà, gioia e fraternità.
La benedizione è parola e azione di Dio, che porta vita, protezione, guida e speranza. È un legame tra Dio e l’uomo che si manifesta nella prospettiva di un futuro pieno di senso, e non solo come favore momentaneo. È risorsa spirituale fondamentale, capace di dare coraggio e fiducia nell’oggi e nel domani.
La benedizione è sorgente di vita e fecondità (cfr. Gen 1,28), fondamento della vita e della crescita materiale e spirituale. L’uomo, tratto fuori dal nulla, non è creato per il nulla, ma per un futuro aperto. Non è solo un dono, ma si qualifica come un compito affidato all’uomo: custodire e sviluppare la creazione e nel dare discendenza all’uomo, come nel caso di Abramo (cfr. Gen 12,2-3)
La famosa benedizione sacerdotale promette protezione e custodia: «Il Signore ti benedica e ti custodisca; il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio; il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm6,24-26). Conferisce una protezione concreta e dona una pace interiore: un dono che abbraccia corpo, anima e relazioni con gli altri. Non è solo per noi, ma è soprattutto per gli altri. Come Dio ci ama generando vita, anche noi siamo chiamati a essere portatori di vita. Ogni gesto di gentilezza, ogni parola di conforto, ogni atto di giustizia diventa un seme di speranza nel cuore degli altri. Oggi, cari fratelli e sorelle, siamo invitati a riconoscere la benedizione che già scorre nelle nostre vite e a lasciarla diventare un fiume che irriga il mondo.
La benedizione è segno di presenza e di guida. In molte storie bibliche, la benedizione indica la presenza attiva di Dio nella vita umana: Giacobbe benedice i figli (cfr. Gen 49) trasmettendo speranza e identità per le generazioni future.Mosè benedice Israele (cfr. Dt 33) prima della sua morte, mostrando che la benedizione è guida morale e spirituale. Non è immediata o materiale, ma dona fiducia nell’avvenire, anche di fronte alle difficoltà. Resiste al tempo, alla morte, alla caducità, muove ogni cosa e non viene mai meno (cfr. 1Cor 13). Fin dall’inizio, è associata alla vita, alla speranza e alla promessa di un futuro migliore: «Io conosco i pensieri che ho fatto per voi… progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11).
Maria, la benedetta fra tutte le donne
La nascita del Verbo nel tempo dal seno verginale di Maria segna l’inizio di un nuovo cammino di salvezza. La benedetta fra tutte le donne, è immagine e modello dell’amore ricevuto e donato. Il suo amore non è chiuso in sé stessa, ma è fecondo, creativo, capace di dare vita ad altri. Attraverso di lei, l’amore di Dio entra nel mondo e prende forma umana e si manifesta come la pienezza di un amore che genera, rinnova e fa crescere: così anche il nuovo anno può diventare occasione di nuova vita e di rinnovata speranza.
Anche noi siamo chiamati a imitare questo amore generativo: a seminare vita, gioia e bellezza nelle nostre relazioni e nel mondo che ci circonda. Ogni gesto d’amore autentico è un seme che può fiorire, ogni parola buona un dono che crea futuro, è il germoglio della speranza che non delude. Che questa verità non resti solo teoria nelle nostre menti, ma diventi esperienza nel cuore.
Oggi, qui, possiamo scegliere di aprirci all’amore eterno: riceverlo e lasciarlo scorrere attraverso di noi, perché il mondo conosca, attraverso noi, il volto di Dio. Partendo dalla nostra esperienza umana è facile comprendere che tutto inizia come un atto d’amore generativo. La vita inizia con un atto d’amore. Nessuno si autogenera, ma viene al mondo perché due persone si scambiano il reciproco amore. Quando sperimentiamo questo amore, non siamo più soli nelle difficoltà. Anche nelle notti più buie, la benedizione divina diventa una sorgente di speranza. Come l’acqua che sgorga da una fonte viva, l’amore di Dio ci rinnova, ci rigenera e ci invita a guardare avanti con fiducia.
Ma c’è un passo in più: Siamo chiamati a essere testimoni dell’amore generativo di Dio, affinché, ovunque andiamo, possiamo seminare speranza, pace e gioia. La benedizione non elimina la sofferenza, ma la trasforma, perché inserisce l’esistenza umana in un orizzonte di senso più ampio.
Che il Signore ci dia il coraggio di accogliere la sua benedizione, di farla crescere dentro di noi e di condividerla con il mondo.
[1] Cfr. M. Cacciari, Dell’inizio, Adelphi, Milano 2008.
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