Omelia nella Messa della III domenica di Pasqua, durante il pellegrinaggio dell’Ordine Francescano Secolare regionale alla tomba di don Tonino Bello
Alessano 19 aprile 2026.
Cari fratelli e sorelle dell’Ordine francescano secolare,
oggi è il giorno di Cristo risorto: ed è bellissimo!
È bellissimo perché il giorno della sua Pasqua è anche il giorno della nostra Pasqua. Anzi, lui stesso è la nostra Pasqua.
È bellissimo perché l’entusiasmo con cui partecipate a questo numeroso raduno, in memoria del 33° anniversario della morte di don Tonino Bello, riempie di gioia l’intera città di Alessano e testimonia il vostro desiderio di vivere il carisma francescano sull’esempio che il Venerabile ci ha lasciato.
È bellissimo soprattutto perché la storia dell’Ordine francescano secolare è una storia di santità.
L’OFS, una storia di santità
In questa circostanza, mi ritorna alla mente l’esortazione della Lettera agli Ebrei: «Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12, 1-2).
Queste parole sono un intenso programma di vita per tutti. Oggi valgono in modo particolare per voi. Tre verbi richiamano gli imperativi che san Francesco ha indicato ai suoi seguaci: deporre il peccato, correre con perseveranza, tenere fisso lo sguardo su Gesù. Per correre davvero è necessario alleggerirsi. Ci sono pesi interni che non si vedono, ma si sentono: paure, rimpianti, abitudini che trattengono. Ci sono poi pesi esterni, quelle fragilità che tornano sempre e sembrano stringerci da vicino. Liberarsi da tutti i propri pesi non è facile, ma è l’unico modo per non restare fermi.
La perseveranza nasce proprio dal continuare il cammino, senza certezze immediate e senza un traguardo visibile. La perseveranza non è una forza rumorosa, ma una fedeltà quotidiana, discreta, ostinata. E soprattutto, è una corsa che ha una direzione. Tenere lo sguardo fisso su Gesù, colui che dà senso al cammino e cambia ogni cosa. Non si corre a vuoto, ma ci si affretta verso una meta che attira. Quando lo sguardo è fisso, anche i passi incerti trovano stabilità. Così la corsa diventa un percorso di fiducia, in cui ogni passo, anche il più piccolo, ha valore.
L’Autore della Lettera agli Ebrei sottolinea che siamo «circondati da tale moltitudine di testimoni». Anche se talvolta non ce ne accorgiamo, intorno a noi c’è un gran numero di persone che silenziosamente, ci sprona e ci incoraggia: sono quei discepoli di Cristo che, seguendo l’esempio di san Francesco, hanno creduto, lottato, resistito.
Anche voi non siete soli nel cammino. L’Ordine francescano secolare, infatti, ha dato alla Chiesa un grande numero di santi e di beati, che sarebbe troppo lungo enumerare. Ricordiamo i patroni dell’OFS, santa Elisabetta d’Ungheria e san Luigi IX di Francia. Con loro, vi sono molti altri santi francescani: santa Margherita da Cortona, santa Rosa da Viterbo, sant’Angela da Foligno san Rocco, santa Brigida di Svezia, san Carlo Borromeo, san Giovanni Vianney, san Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Fra i sommi letterati, artisti e scienziati che hanno dato il loro nome al Terzo Ordine Francescano, si ricordano personalità di grande rilievo: Dante, Giotto, Palestrina, Perosi, Galileo, Galvani, Volta, Colombo e tantissimi altri. Si tratta di personaggi che, sull’esempio di Francesco, hanno preso il vangelo come ispirazione per la propria vita.
Guardando al Novecento, vi sono figure che hanno segnato la nostra epoca; san Giovanni XXIII, san Paolo VI, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Robert Schuman e gli sposi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini. E per noi un posto particolare occupa il Venerabile don Tonino Bello.
Chi era san Francesco per san Francesco?
Mi pongo innanzitutto una domanda: «Chi era san Francesco per san Francesco?». Lungo il corso della storia, infatti, sono state date molte interpretazioni della sua persona. Le fonti attestano che egli si riteneva un “peccatore perdonato e un penitente”. Con i suoi primi compagni, egli scelse di vivere la vita di penitenza «secondo la forma del santo Vangelo»[1] e si presentarono alla gente come i «penitenti di Assisi»[2]. Oggi è comunemente accettato che san Francesco e i primi seguaci del movimento da lui creato si consideravano parte della tradizione penitenziale della Chiesa. I penitenti erano principalmente una corrente laica risalente al IV-V secolo che però non era regolata da nessuna struttura giuridica o amministrativa prestabilita.
Un bellissimo passo della Leggenda Maggiore lo attesta in modo inequivocabile: «Un giorno, pieno di ammirazione per la misericordia del Signore in tutti i benefici a lui elargiti, desiderando che il Signore gli indicasse che cosa sarebbe stato della sua vita e di quella dei suoi frati, si ritirò, come spessissimo faceva, in un luogo adatto per la preghiera. Vi rimase a lungo invocando con timore e tremore il Dominatore di tutta la terra, ripensando con amarezza gli anni passati malamente e ripetendo: «O Dio, sii propizio a me peccatore!». A poco a poco si sentì inondare nell’intimo del cuore di ineffabile letizia e immensa dolcezza. Cominciò allora come a uscire da sé: l’angoscia e le tenebre, che gli si erano addensate nell’animo per timore del peccato, scomparvero, ed ebbe la certezza di essere perdonato di tutte le sue colpe e di vivere nello stato di grazia. Poi fu rapito fuori di sé e, assorto in una illuminazione divina, che dilatava lo spazio della sua mente, poté contemplare chiaramente il futuro. Quando quella luce e quella dolcezza si dileguarono, egli aveva uno spirito nuovo e pareva ormai mutato in un altro uomo»[3].
Francesco ha vissuto la gioia di sentirsi peccatore perdonato (cfr. Sal 50, 14). Egli si sentiva debitore della misericordia di Dio e per questo la riversava verso il proprio fratello. Da questo nasceva il sentimento di accoglienza dell’altro, senza distinzione e senza chiedere nulla in cambio. Non si ama l’altro perché è buono, lo si ama perché siamo stati per prima amati e perdonati da Dio. Occorre come Cristo mescolarsi con i peccatori e, insieme a lui servo obbediente e crocifisso, compiere un esodo da sé stessi più radicale di chi si isola in un monastero. Molto eloquenti sono le esortazioni che san Francesco scrisse a colui che doveva esercitare il compito di ministro nella comunità: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli»[4].
Chi era san Francesco per don Tonino Bello?
Ci poniamo una seconda domanda: Chi era san Francesco per don Tonino Bello? Sappiamo tutti che sia mamma Maria come lo stesso don Tonino sono stati terziari francescani; scelta questa che è ricordata anche sul lastrone che chiude la tomba. Certo, la presenza secolare dei francescani in Alessano può aver favorito questa scelta.
Quattro sono i punti più significativi che si riscontrano nel suo insegnamento e nei gesti che hanno caratterizzato il suo stile di vita. Se facciamo riferimento a un manoscritto vergato di suo pugno ritroviamo questi elementi. Per don Tonino san Francesco fu un «uomo libero»[5]. Così egli scrive: «Se vogliamo trovare una griglia di parole che fermino i nostri concetti, ci possiamo servire della espressione con cui Innocenzo III nel 1210 convalidò ad experimentum la norma di vita dei discepoli di Francesco in totale povertà, minorità, itineranza evangelizzatrice.
Anzitutto, Francesco fu uomo libero perché povero. Episodio fondamentale è la ‘spogliazione’ davanti a suo padre. Francesco raggiunge la libertà spogliandosi. L’uomo di oggi pensa di raggiungere la libertà vestendosi. Viviamo la civiltà dell’avere e non dell’essere. Viviamo la civiltà della sicurezza non quella della libertà. Di qui, il pericolo cibernetico che poi significa pericolo della manipolazione.
In secondo luogo, Francesco fu libero perché si senti «soggetto ad ogni umana creatura, senza esserne schiavo». Ecco la scelta della minorità. Anche qui un episodio. Ci viene raccontato da Tommaso da Celano che Francesco non sapeva che nome dare ai suoi frati. Un giorno mentre si faceva leggere la regola il lettore arrivò al settimo capitolo dove si dice «et sint minores: siano da meno degli altri» (non più viri penitentes de Assisio). «Minori, uomini da poco, frati minori. Ecco veramente un nome che conviene a me e ai miei frati» […].
In terzo luogo Francesco fu libero perché itinerante. lo penso che il fascino che Francesco esercita su tutti dipende dal fatto che egli appare, come Gesù, un continuo itinerante. Assisi, Spoleto, Perugia; Fontecolombo, Greccio, Rivotorto; Porziuncola, S. Damiano, La Verna… Francesco non si lascia imprigionare da un posto. Ma va e va. Si dà a tutti, ma senza lasciarsi prendere da nessuno. E per questo che entra in comunione con tutti. Non solo con Dio e con gli uomini e col lupo, ma anche con tutta la natura.
Ecco il senso della fraternità che gli deriva proprio da questa itineranza. Francesco raggiunge la libertà camminando, comunicando, semplificando, convinto della sua precarietà. L’uomo di oggi pensa di raggiungere la libertà chiudendosi, bloccandosi, lasciandosi prendere o correndo dal complesso di tutte le cose assieme. La nostra vita è programmata. Non c’è più spazio per i panorami, non c’è più spazio per la conversazione, non c’è più spazio per la contemplazione. Si costruiscono i caminetti nelle case, e non ci si raccoglie più. Non si cammina più, se mai si corre. Di qui il pericolo della incomunicabilità.
Infine Francesco fu libero perché la sua itineranza fu evangelizzatrice. E cosa evangelizzò? La verticalità del nostro rapporto con Dio. «Non orans sed quasi oratio factus». Francesco raggiunge la libertà aprendosi alla trascendenza. L’uomo di oggi pensa di raggiungere la libertà chiudendosi nell’immanentismo più agghiacciante.
Di qui il pericolo dell’immanenza. Anzi diciamo del “rizoma”, una pianta senza radice e senza fusto. Pericolo cibernetico (povertà), pericolo ideologico (minorità), pericolo dell’incomunicabilità (itineranza), pericolo dell’immanenza (evangelo). Francesco ha cercato la libertà e l’ha trovata».
Riassumendo, egli ha percepito il grande valore del saluto augurale francescano: pace e bene. Il tema della pace è diventato per lui una necessità ineludibile, un impegno senza riserve in ogni momento e in ogni luogo. È stato un forte testimone nel senso più vero e audace della parola, con la tenacia e la forza di pensiero e di azione. Talvolta non è stato compreso. Ma ha continuato a predicare la pace. Il secondo aspetto riguarda la povertà vissuta in prima persona e annunziata come il distintivo del discepolo di Cristo. La virtù dell’umiltà è la terza caratteristica. E, infine, l’amore all’Eucaristia e alla Madonna.
Che cosa san Francesco e don Tonino desiderano da voi?
Strettamente legato alla figura carismatica di san Francesco d’Assisi, pian piano prese vita un movimento spirituale. Egli «stabilì che la loro forma di vita si denominasse Ordine dei fratelli della penitenza»[6]. Nell’Esortazione ai fratelli e sorelle della penitenza, il documento che costituisce il prologo della regola del Terz’Ordine Regolare e dell’Ordine Francescano Secolare, san Francesco afferma: «Siamo sposi quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli. [Gli siamo] madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza [e] lo generiamo mediante le opere sante, che devono risplendere davanti agli altri con l’esempio»[7].
La Regola dell’Ordine francescano secolare approvata da Paolo VI (1978) evidenzia cinque elementi che rappresentano i cardini della vostra esperienza francescana: l’amore a Cristo, l’amore al prossimo, l’avversione per il peccato e un’esistenza che produca i frutti della penitenza, il ricevimento dell’Eucaristia e la devozione alla Madonna. Questo è il vostro ideale di vita: un’esistenza basata sull’amore per nostro Signore, nutrita dal sacramento del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, che conduce l’uomo a disprezzare il peccato e a vivere come se tutto ciò sia determinante. La vita di penitenza è essenzialmente una vita di conversione in fieri, un continuo viaggio della fede vissuto con spirito aperto e docile e senza la pretesa di avere in anticipo tutte le risposte, ma continuando a camminare lungo il sentiero di una continua conversione.
La Regola dell’Ordine Francescano Secolare all’art. 7 si esprime così a tal riguardo: «Quali “fratelli e sorelle della penitenza”, in virtù della loro vocazione, sospinti dalla dinamica del Vangelo, conformino il loro modo di pensare e di agire a quello di Cristo mediante un radicale mutamento interiore che lo stesso Vangelo designa con il nome di “conversione”, la quale, per la umana fragilità, deve essere attuata ogni giorno. In questo cammino di rinnovamento il sacramento della Riconciliazione è segno privilegiato della misericordia del Padre e sorgente di grazia».
L’art. 19 fa l’identikit di chi fa parte dell’Ordine francescano secolare. Il testo recita: «Quali portatori di pace e memori che essa va costruita continuamente, ricerchino le vie dell’unità e delle fraterne intese, attraverso il dialogo, fiduciosi nella presenza del germe divino che è nell’uomo e nella potenza trasformatrice dell’amore e del perdono. Messaggeri di perfetta letizia, in ogni circostanza si sforzino di portare agli altri la gioia e la speranza. Innestati alla risurrezione di Cristo, la quale dà il vero significato a sorella morte, tendano con serenità all’incontro definitivo con il Padre».
Tutti i santi dell’Ordine Francescano Secolare si sono ispirati a questo modello di vita. A me piace pensare che essi hanno avuto il Vangelo nella mano destra e le Fonti Francescane nella sinistra. Il Vangelo rappresenta la Magna Cartha della vita cristiana, le Fonti Francescane sono la modalità concreta con cui attuare gli insegnamenti evangelici. San Francesco, infatti, è l’immagine vivente di Gesù. Mettersi alla sua scuola, significa mettersi alla sequela di Cristo, per calcare le sue orme e imitare il suo stile di vita.
Sia questa la vostra regola d’oro e il vostro comune ideale di vita.
[1] Cfr. FF 116.
[2] Cfr. FF 1441.
[3] FF 363.
[4] FF 235.
[5] Il testo si trova in F. Neri, La gente, i poveri e Gesù Cristo, Ed Insieme, Terlizzi (BA), 20022, pp. 191-193.
[6] FF 1073.
[7] FF 34126.
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