Articolo del Vescovo apparso su “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
sabato 18 aprile 2026, pp. 1 e 27. 

La pace è solo una questione sociale e politica e non soprattutto un valore e un imperativo morale? Il cortocircuito di questa domanda appare del tutto evidente se si collegano le recenti prese di posizione. Il 7 aprile, conversando con i giornalisti a Castel Gandolfo prima di fare rientro in Vaticano, Papa Leone XIV ha detto: «La minaccia contro tutto il popolo dell’Iran: questo non è accettabile. È una questione certamente di diritto internazionale ma molto di più è una questione morale». Una settimana dopo, il Vice Presidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, ha invitato il Vaticano a non intervenire sul tema della guerra e della pace e ad «attenersi alle questioni morali». Siamo veramente in un mondo alla rovescia: per il Papa si tratta di una questione morale, non così per il “cattolico” Vice Presidente americano. 

Va innanzitutto detto che i pronunciamenti della Chiesa hanno un valore universale, valgono per tutti e non in riferimento a qualcuno in particolare. Per sua natura e tradizione, la Chiesa evita di schierarsi a favore di uno specifico sistema politico. La sua missione evangelizzatrice, tuttavia, non è la neutralità assoluta, ma l’annuncio del Vangelo e la difesa della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. La fede non è un invito al ritiro idilliaco dalle asperità del mondo. Come diceva il cardinale Giacomo Lercaro in una sua famosa omelia del 1° gennaio 1968, «la Chiesa non può essere neutrale di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè parlare in nome di Dio, la parola di Dio […]. È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo – quando c’era ancora il tempo di farlo – contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della parola di Dio».

L’insegnamento della Chiesa si pone, dunque, sul piano strettamente religioso e morale non su quello sociale e politico, anche se i principi morali hanno inevitabilmente risvolti concreti sul piano delle scelte sociali e politiche. L’atteggiamento è di natura profetica, non di opportunità strategica. Si fonda sulla parola rivelata e non su analisi e considerazioni geopolitiche. Secondo la Sacra Scrittura, il profeta è un chiamato, un inviato, un messaggero: ascolta il Signore e riferisce le sue parole. Parla cioè a nome di un altro. È solo un portavoce. Il suo compito fondamentale è comunicare il messaggio ricevuto in difesa dei poveri, degli oppressi, della giustizia e della pace. 

La condizione naturale del profeta è l’insuccesso. Il suo messaggio è sempre scomodo, inattuale, fuori tempo. Come risposta alla sua denuncia, egli va incontro a incomprensioni, persecuzioni, lapidazioni, e non di rado al carcere e alla morte. I veri profeti gridano sempre nel deserto e non amano la loro condizione di profeta. Non la scelgono e, se potessero, farebbero altro. Non possono però sottrarsi al compito assegnato. Nessun profeta è padrone della parola che deve annunciare. Sa che Dio non si lascia ingabbiare nemmeno dalla profezia. La profezia, poi, non va confusa con l’utopia, perché a differenza della parola utopica la denuncia profetica è sempre concreta. Chiama le persone per nome, fa azioni puntuali, compie gesti visibili. 

Per andare avanti e non impantanarsi rimanendo in mezzo al guado, il mondo e la Chiesa hanno bisogno di profeti. Soprattutto in un tempo, come il nostro, definito da alcuni come “l’epoca delle passioni tristi”. La crisi è ormai diventata pervasiva ed è avvertita sempre più come un inquietante buco nero. Camminiamo spesso in un percorso a ritroso. Vorremmo andare avanti, ma in realtà ci sembra più sicuro tornare indietro. Come affermava Z. Bauman, siamo ammalati di retrotopia[1].

Compito inalienabile del profeta oggi è annunciare e invocare la pace. Shalom, il nome biblico della pace, esprime un valore assoluto in una gamma amplissima di significati: è vita piena, salvezza, salute fisica, felicità, prosperità materiale. Strettamente legata alla benedizione, non è mai un bene individuale, ma sempre collettivo. La pace è come un bellissimo diamante, prezioso per la sua bellezza, sfolgorante per la sua lucentezza, attraversato da riflessi di luce che emanano dalle sue molteplici sfaccettature. 

Di fronte allo shalom non sta la guerra (milhama),ma la violenza (hamas), ogni forma di violenza. La guerra è solo una delle forme che minacciano la pace. È il pericolo più grande e manifesto, ma ve ne sono altri analoghi e tutti possono convergere nella violenza essenziale (hamas), radicata nel cuore dell’uomo, capace di ferire l’ordine di relazioni tra gli uomini, tra l’uomo e le cose, tra l’umanità e Dio.

Prima di essere un dono di Dio all’uomo o un progetto dell’uomo in conformità al disegno divino, la pace è anzitutto un attributo essenziale di Dio. È il suo stesso nome. Per l’Antico Testamento, Javhé è «Signore-Pace» (Gdc 6,24). Per il Nuovo Testamento, Cristo «è la nostra pace» (Ef 2,14). Non si può credere in Dio e promuovere la guerra. Riprendendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il numero 2314 del “Catechismo della Chiesa Cattolica” sancisce: «Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro l’umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato». La resistenza alla guerra è, dunque, un preciso e inalienabile imperativo morale.


[1] Cfr. Z. Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari-Roma 2017. 

clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca