Omelia nella Messa a cui hanno concelebrato il cardinale Domenico Battaglia e 60 sacerdoti napoletani
Basilica di Leuca, Leuca 21 aprile 2026.
Eminenza Rev.ma,
cari sacerdoti,
vi ringrazio per avere pensato di visitare e onorare la Vergine de finibus terrae. Siete i benvenuti nella sua casa. Vogliamo considerare la sua persona alla luce del mistero pasquale tenendo conto anche della particolare devozione che il Venerabile don Tonino Belleo aveva per questo santuario. Per lui, la Madonna era immagine della Chiesa risorta, la donna di frontiera e la Regina della pace.
Maria, icona della Chiesa risorta
Nei suoi scritti, egli sottolinea l’importanza del verbo greco anistemi (si alzò) utilizzato dai vangeli per indicare la risurrezione di Gesù. In riferimento alla Madonna questo verbo diventa uno dei suoi nomi propri. Maria è l’Anastasa. Nel racconto della visita ad Elisabetta, l’evangelista Luca sottolinea non solo che Maria è la credente (episteusasa, Lc 1,45), ma è anche la risorta (anastasa, Lc 1,39). Don Tonino non si lascia sfuggire questo particolare evangelico per sottolineare che Maria è la risorta per eccellenza non solo perché testimone di Cristo risorto, ma soprattutto perché è testimone della Risurrezione.
Solo i Vangeli apocrifi raccontano l’apparizione di Gesù risorto a sua madre. Questa tradizione, accolta da alcuni scrittori antichi e medievali, è stata ripresa di san Giovanni Paolo II nell’Udienza generale di mercoledì 21 maggio 1997. «I Vangeli – afferma il Pontefice – riportano diverse apparizioni del Risorto, ma non l’incontro di Gesù con sua Madre. Questo silenzio non deve portare a concludere che dopo la Resurrezione Cristo non sia apparso a Maria […]. Un autore del secolo quinto, Sedulio, sostiene che Cristo si è mostrato nello splendore della vita risorta innanzitutto alla propria Madre. Infatti, colei che nell’Annunciazione era stata la via del suo ingresso nel mondo era chiamata a diffondere la meravigliosa notizia della risurrezione, per farsi annunziatrice della sua gloriosa venuta. Inondata così dalla gloria del risorto, Ella anticipa lo “sfolgorio” della Chiesa[1]. […] Nel tempo pasquale la comunità cristiana, rivolgendosi alla Madre del Signore, la invita a gioire: “Regina Coeli, laetare. Alleluja!”, “Regina del cielo, rallegrati. Alleluja!”. Ricorda così la gioia di Maria per la risurrezione di Gesù, prolungando nel tempo il “rallegrati” rivoltole dall’Angelo nell’annunciazione, perché divenisse “causa di gioia” per l’intera umanità».
Don Tonino riprende questa tradizione. Così egli scrive: «Molti si chiedono sorpresi perché mai il Vangelo, mentre ci parla di Gesù apparso nel giorno di Pasqua a tantissime persone, come la Maddalena, le pie donne e i discepoli, non ci riporti, invece, alcuna apparizione alla Madre da parte del Figlio risorto. Io una risposta ce l’avrei: perché non c’era bisogno! Non c’era bisogno, cioè, che Gesù apparisse a Maria, perché lei, l’unica, fu presente alla Risurrezione. I teologi, per la verità, ci dicono che questo evento fu sottratto agli occhi di tutti, si svolse nelle insondabili profondità del mistero, e, nel suo attuarsi storico, non ebbe alcun testimone. Io penso, però, che un’eccezione ci fu: Maria, l’unica, dovette essere presente a questa peripezia suprema della storia.
Come fu presente, l’unica, al momento della incarnazione del Verbo. Come fu presente, l’unica, all’uscita di lui dal suo grembo verginale di carne. E divenne la donna del primo sguardo su Dio fatto uomo. Così dovette essere presente, l’unica, all’uscita di lui dal grembo verginale di pietra: il sepolcro “nel quale nessuno era stato ancora deposto”. E divenne la donna del primo sguardo dell’uomo fatto Dio. Gli altri furono testimoni del Risorto. Lei,
Sarebbe l’unica assenza e resterebbe, per di più, un’assenza stranamente ingiustificata»[2].
Don Tonino conferma la sua interpretazione facendo riferimento alla locuzione il «terzo giorno» che designa la Risurrezione di Cristo. Questa stessa sigla cronologica è riferita alla Madonna in due episodi narrati nei vangeli: la scomparsa di Gesù dodicenne nel tempio e il suo ritrovamento al “terzo giorno” (cfr. Lc 2, 46); il miracolo delle nozze di Cana avvenuto il “terzo giorno” (cfr. Gv 2, 1). Maria, dunque, «è colei che ha a che fare col “terzo giorno”, a tal punto che non solo è la figlia primogenita della Pasqua, ma in un certo senso ne è anche la madre»[3].
Vergine de finibus terrae: la donna di frontiera
In quanto icona della Chiesa risorta, Maria è anche la donna di frontiera, colei che è presente nell’ora della morte e segna il confine tra la morte e la vita. Questo motivo mariano si aggancia al fatto che la Basilica di Leuca è situata in un territorio che porta il suggestivo titolo de finibus terrae: terra di confine e di frontiera.
Papa Benedetto XVI, venuto pellegrino il 14 giugno 2008 a onorare la Vergine Maria nel suo secondo viaggio a conclusione del Congresso eucaristico di Bari (29 maggio2005), nell’omelia pronunciata sul piazzale della Basilica, egli interpretò il significato di questa locuzione con le seguenti parole: «De finibus terrae”: il nome di questo luogo santo è molto bello e suggestivo, perché riecheggia una delle ultime parole di Gesù ai suoi discepoli. Proteso tra l’Europa e il Mediterraneo, tra l’Occidente e l’Oriente, esso ci ricorda che la Chiesa non ha confini, è universale. E i confini geografici, culturali, etnici, addirittura i confini religiosi sono per la Chiesa un invito all’evangelizzazione nella prospettiva della “comunione delle diversità”»[4].
Guardare il Mediterraneo dal santuario di Leuca vuol dire considerare questo mare non come un confine e un limite, ma come una prospettiva e un orizzonte. Più che limes, il Mediterraneo dovrebbe essere pensato come limen; non spazio fortificato estraneo e ostile, ma soglia che consente il passaggio e offre la possibilità di instaurare un rapporto, un incontro, una condivisione. Il “Mare nostrum” è il “Mare omnium”: appartiene a tutti e tutti ne fanno parte. È luogo che tutti accomuna. Questo santuario mariano, dunque, è una finestra che consente di guardare oltre il limite e di conoscere ciò che è dall’altra parte. È un luogo da cui scorgere non solo le memorie di antiche civiltà ma anche di rinnovare la speranza che i popoli e le culture nuove e antiche ritrovino la via per accordarsi e vivere in pace.
A queste considerazioni, occorre aggiungere l’omelia di don Tonino pronunciata il 4 ottobre 1990, nel triduo di preparazione alla proclamazione di questo santuario come Basilica minore. Egli ricordò di aver vissuto due anni prima a Molfetta una celebrazione analoga e aggiunse: «Mi sembra una cosa molto bella che adesso, questi due santuari, della Madonna dei Martiri e di S. Maria di Leuca, siano insigniti del titolo di Basilica minore […]. Allora la conclusione che voglio tirare qual è? Che voi adesso, venendo qui a S. M. di Leuca, al Santuario che diventa Basilica, ogni volta che mettete piede lì, dovete dire: “Io, adesso, entro nella casa del re. Però questa è la casa minore, una casa di villeggiatura, una casa secondaria. La sede propria, la Basilica maggiore del re, cioè la casa maggiore del re è il fratello che mi sta accanto, che abita di fronte al pianerottolo di casa mia, nello stesso isolato, nella stessa roulotte, di fronte a noi. Amici, fratelli miei, il messaggio che Maria ci dà è questo: lei è Basilica maggiore, questa chiesa no. Sarà Basilica minore, ma lei, Maria SS.ma è Basilica maggiore perché è stata il tempio del re, la casa del re. Maria SS.ma ha tenuto il re nel suo grembo per nove mesi»[5]. A Molfetta aveva sottolineato solo la dimensione antropologica della differenza tra Basilica maggiore Basilica minore, a Leuca richiamò anche il suo significato mariologico.
La regina della pace
Questo santuario di frontiera, è anche immagine del Cenacolo nel quale la Vergine Maria, insieme alla comunità cristiana, prega incessantemente per la pace. La pace, infatti, «è un valore senza frontiere. È urgente che tutti quelli che invocano la pace nel nome di Cristo siano disposti a porre segni di pace tra di loro. Si comprende allora il grido lanciato da don Tonino nel famoso discorso del 1989 al raduno di Pax Christi a Verona: «È un popolo sterminato che sta in piedi. Perché il popolo della pace non è un popolo di rassegnati. È un popolo pasquale»[6]. «Questo popolo numeroso e invisibile della pace è un popolo di costruttori, non di arrampicatori sociali, di opportunisti pronti a svendere la propria anima al primo tiranno di turno. Essi sanno bene che la pace è un dono di Dio, ma sanno anche che è un compito affidato alla loro iniziativa. Accolgono l’imperativo che nasce dall’alto come una grazia da piantare sulla terra e far fiorire con l’assunzione della responsabilità personale e collettiva. In altri termini, la pace non è una grazia a buon mercato, ma un “nuovo martirio”»[7].
La Vergine de finibus terrae accompagni il cammino della vostra Chiesa napoletana. Benedica e colmi di frutti abbondanti il ministero episcopale di Sua Eminenza e la vostra missione sacerdotale a servizio del popolo di Dio che vi è stato affidato.
[1] Cfr. Sedulio, Carmen Pascale, 5,357-364.
[2] A. Bello, Maria donna del terzo giorno, in Scritti 3, p. 34.
[3] Ibidem, p. 35.
[4] Benedetto XVI, «Omelia», in Bollettino diocesano, LXXI, 2008, n. 1, p. 22.
[5] A. Bello, «Omelia nella Messa al Santuario di Leuca», 4 ottobre 1990, in Verso l’Avvenire, periodico di informazione religiosa del Santuario di Leuca, nuova serie, I, dicembre 1990, n. 2, pp 12-13.
[6] Id., Giustizia, pace e salvaguardia del creato, in Scritti 4, pp. 160-161.
[7] Ibidem, p. 150.
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