Omelia nella Messa del mercoledì delle Ceneri
Chiesa Cattedrale, Ugento 18 febbraio 2026
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Cari fratelli e sorelle,
con la celebrazione del mercoledì delle ceneri, ritorna la quaresima con il suo pressante invito alla conversione. È il fondamentale annuncio della predicazione di Gesù e della comunità cristiana delle origini. È il perenne annuncio che deve risuonare sempre nella Chiesa.

La conversione è un’esigenza ineliminabile dell’uomo

La conversione ha non solo un significato religioso, ma anche un’accezione filosofica ed esistenziale. In quanto tale è “ineliminabile” perché nasce da caratteristiche strutturali dell’uomo, essere incompiuto e aperto al cambiamento e alla trascendenza. Fuori dall’ambito religioso, la conversione è intesa come presa di coscienza di sé, superamento di una crisi, cambiamento radicale di prospettiva. 

Per Socrate la conversione ha un valore morale e conoscitivo e richiede un cambiamento radicale che consiste nel passare da una vita superficiale, orientata all’opinione e ai beni esterni, a una vita guidata dalla ricerca del vero e del bene. Bisogna oltrepassare la doxa (opinione) per giungere all’epistéme (conoscenza vera) attraverso la cura di sé (epimèleia heautoû). Il primato va dato alla cura dell’anima e a cercare la virtù (areté). Il male deriva dall’ignoranza, il bene si identifica con il sapere. La conversione avviene nel dialogo, quando l’interlocutore entra in crisi e rivede le proprie convinzioni.

Per Platone il corrispettivo termine greco di conversione è περιαγωγή (periagoghé), che designa l’atto di distogliere lo sguardo dal mondo sensibile per rivolgerlo verso le forme ideali, puramente intelligibili e invisibili. Secondo il mito della caverna, l’anima deve “voltarsi” dalla tenebra alla luce del Bene. Raramente egli usa il termine ἐπιστροφή (epistrophè) che, invece, è ampiamente ripreso da Plotino, per il quale la conversione è il movimento antitetico alla processione (o emanazione) e consiste nell’invertire il percorso necessario di discesa dell’Uno nel molteplice, effettuando a ritroso la risalita dell’anima umana verso le ipostasi dell’Anima, dell’Intelletto e tornare a fondersi estaticamente nell’Uno, il principio supremo. La conversione è un processo, un passaggio dalla dispersione nel molteplice alla libertà della contemplazione e alla fusione con l’Uno. Tra tutte le creature viventi, solo l’uomo ha la possibilità di compiere questo passaggio. Solo poche anime elette, con la forza generata dall’eros, comprendono l’esigenza del ritorno all’unità e compiono il giusto tragitto per raggiungere la meta.

In Pascal emerge l’idea che l’uomo sia un essere “contraddittorio”, sospeso tra grandezza e miseria: la conversione è il tentativo di ricomporre questa frattura. Le “ragioni del cuore” spingono l’uomo a superare la distrazione con cui egli fugge da sé stesso (divertissement) e a scommettere in favore della fede. Per Kant, invece, la conversione è un imperativo della coscienza morale. L’uomo percepisce la distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Questa tensione genera il bisogno di cambiare e spinge la libertà ad aderire al bene.

Per Søren Kierkegaard, conversione si identifica con la “scelta” (aut -aut), il salto e la rottura con il passato. Con un atto libero e personale l’uomo compie il passaggio dalla vita inautentica a quella autentica. Il “singolo”, ossia l’individuo nella sua irripetibile responsabilità davanti a Dio, si dispone così a compiere il passaggio dei tre stadi: estetico, etico e religioso.

La conversione cristiana: seguire e imitare Gesù 

Per il vangelo, la conversione non è un percorso elitario e filosofico, ma è un invito rivolto a tutti e si concretizza nella sequela di Gesù Cristo e nell’imitazione della sua santa umanità. Non si tratta di riferirsi a un codice morale, ma si concretizza nell’incontro con la persona di Gesù e nel seguire l’esempio e le orme che lui ha lasciato. Il modello di riferimento è la sua umanità santa e il suo mistero pasquale. Ciò che conta è il rapporto personale con Gesú Cristo, risorto e vivo, salvatore e signore della propria vita.

In questo senso acquistano valore i verbi biblici sulla conversione. L’Antico Testamento utilizza il verbo shûb, che significa “volgersi, ritornare” e il verbo nâcham, che vuol dire “dispiacersi, addolorarsi”. Occorre, talvolta, “tornare indietro”, riscoprire il primo amore, decentrarsi da sé stessi e ricentrarsi su Cristo. Il ravvedimento (volgersi da) e la fede (volgersi verso) sono considerati di solito le due facce della conversione e come tali figurano in modo prominente nel linguaggio biblico. Il Nuovo Testamento utilizza due termini: ἐπιστρέφω (epistrephō) e μετανοέω (metanoeō). Il primo verbo invita ad accorgersi della presenza di Cristo, il secondo stimola a cambiare radicalmente il metro di giudizio e i criteri di riferimento che regolano la propria vita. Non bisogna conformarsi alla mentalità del mondo, ma aderire alla proposta di vita avanzata da Gesù.

Le tappe della conversione

Siamo eredi di una spiritualità che concepiva il cammino di perfezione secondo le tre tappe classiche: via purgativa, via illuminativa e via unitiva o contemplativa. In altre parole, bisogna esercitarsi a lungo nella rinuncia e nella mortificazione, prima di poter sperimentare il fervore. C’è una grande sapienza e una secolare esperienza alla base di tutto ciò e guai a credere che sia ormai superato.  

La prima conversione consiste nel credere. «Convertitevi e credete» sono due verbi che indicano la stessa azione fondamentale: convertitevi, cioè credete! «Prima conversio fit per fidem», ha scritto san Tommaso d‘Aquino[1]. La fede è l’inizio della conversione.

La seconda via va dal fervore all’ascesi e alla pratica delle virtù. Secondo il Nuovo Testamento c’è una circolarità e una simultaneità, per cui, se è vero che la mortificazione è necessaria per giungere al fervore dello Spirito, è anche vero che il fervore dello Spirito è necessario per giungere a praticare la mortificazione. I Padri della Chiesa esprimevano tutto ciò con l’immagine suggestiva della “sobria ebbrezza”. Ciò che spinse molti di loro a riprendere questo tema, già sviluppato da Filone Alessandrino, furono le parole di Paolo agli Efesini: “Non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5,18-19)[2].

A partire da Origene, i Padri illustrano questo tema, giocando sull’analogia e sul contrasto tra ebbrezza materiale ed ebbrezza spirituale. Quelli che, a Pentecoste, scambiarono gli apostoli per ubriachi avevano ragione – scrive san Cirillo di Gerusalemme -; sbagliavano solo nell’attribuire tale ebbrezza al vino ordinario, mentre si trattava del “vino nuovo”, spremuto dalla “vite vera” che è Cristo; gli apostoli erano, sì, ebbri, ma di quella sobria ebbrezza che mette a morte il peccato e dà vita al cuore[3] .

Per sant’Ambrogio la sobria ebbrezza dello Spirito si attinge dalla Scrittura e dall’Eucaristia. Egli però accenna a una terza possibilità: «C’è anche un’altra ebbrezza che si opera tramite la penetrante pioggia dello Spirito Santo. Fu così che, negli Atti degli apostoli, quelli che parlavano in lingue diverse apparvero agli ascoltatori come se fossero pieni di vino»[4].

Questa è la terza tappa della conversione: lasciarsi inondare dalla “pioggia penetrante dello Spirito”. Si tratta di un rinnovamento e di un’attualizzazione di tutta l’azione sacramentale che deve raggiungere ogni aspetto della vita personale. Per gli sposati, è un prolungamento della grazia del sacramento del matrimonio, per i sacerdoti del sacramento dell’ordine, per i consacrati della loro professione religiosa. La terza conversone è il passaggio dalla tiepidezza al fervore! Come sant’Agostino ciascuno di noi dovrebbe dire: «Si isti et istae, cur non ego?», «Se questi e queste, perché non anch’io»?[5].

La conversione continua 

Il ritrovato fervore innesca un processo continuo, una dinamica permanente. Ogni fase della vita può richiedere un riorientamento nelle scelte morali, nelle relazioni, nei valori, nella visione del mondo. In questo senso, la conversione coincide con la crescita stessa della persona.

Comporta due aspetti: l’incursione della grazia di Dio nella vita umana, la rigenerazione dalla tiepidezza al fervore. È un processo di rigenerazione: siamo attivi proprio perché siamo passivi. Non siamo noi a procurarci la salvezza. Siamo attivi solo per l’opera della grazia che ci inonda e ci mobilita. 

Convertirsi è un avvenimento e un processo che si realizza per l’opera continua dello Spirito Santo in noi. Egli ci purifica e ci rimodella secondo l’immagine di Cristo. Anche il convertito deve ravvedersi, anche il santificato deve tornare a volgersi a Cristo ed essere purificato (cfr. Sal 51,10-12; Lc 17,3,4; 22,32; Rm 13,14, Ef 4,22-24; Ap 2,4,5,16; 3,19). È lo Spirito Santo che ci conduce lungo il cammino che dalla giustificazione, attraverso la santificazione giunge alla glorificazione. 

Il Signore ci doni di incamminarci nuovamente lungo il sentiero che porta a Cristo risorto e glorificato. 


[1] Tommaso, S. Th, I-IIae, q. 113, a. 4.

[2] Filone Alessandrino, Legum allegoriae, I, 84 (methē nefalios).

[3] Cirillo di Gerusalemme., Catechesi, XVII, 18-19 (PG 33, 989)

[4] Ambrogio, Commento al Salmo 35, 19.

[5] Agostino, Confessioni, VIII, 8, 19.

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