Omelia per la Messa Crismale

Cattedrale di San Severo

2 aprile 2026

“Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4, 18)

Carissimi,

lo squarcio luminoso di questa espressione di Isaia che Gesù proclamò nella sinagoga di Nazaret è certamente una delle più chiare rivelazioni della sua identità divina. Riconoscendosi abitato dallo Spirito, Egli, l’inviato dal Padre, lascia intendere che la sua missione sarebbe stata incomprensibile senza la presenza dello Spirito. Sarà proprio il fuoco dell’amore di Dio, infatti, a condurlo nel deserto, a non dargli pace nel cercare i fratelli e, tra essi, soprattutto gli esclusi e gli sfiduciati. E proprio perché ricolmo dello Spirito che infiammava il suo cuore, avrebbe mosso decisamente la sua volontà fino al dono totale di sé sul Calvario, per strappare per sempre dalla storia il velo della morte e ridare la vita nuova ed inesauribile, alla quale anche noi oggi attingiamo in questa solenne celebrazione.

Anche al tempo degli apostoli, lo Spirito rimane il protagonista principale, che, grazie alla loro itineranza, alla loro predicazione e al battesimo di tanti convertiti, genera le prime comunità cristiane, nelle quali, come ben sappiamo, molti dei primi discepoli affrontarono anche la prova suprema del martirio.

“Lo Spirito del Signore è sopra di me”: lo ha detto Gesù, continua a dirlo la Chiesa, possiamo dirlo anche noi… non però come un semplice dato di fatto, sia pur riconosciuto formalmente dalla memoria anagrafica del Battesimo, ma come il riconoscimento di una presenza che ha il potere di farci nuovi. E fino a quando non saremo in grado di comprendere che quella presenza mistica e reale è la realtà più importante, il nucleo centrale della nostra esistenza, ci priveremo di un tesoro che, di fatto, abbiamo già. La presenza dello Spirito è, infatti, il motivo forte e fondato della nostra speranza che, che sganciata dal fondamento divino, si barcamena tra illusioni e rassegnazioni.

Solo con l’azione dello Spirito il mosaico della nostra esistenza si compone organicamente e ogni cosa è riconosciuta nel suo giusto valore. E solo la compagnia dello Spirito può orientare con sicurezza le nostre scelte quotidiane.

Farne memoria del “dolce ospite dell’anima”, allora, significa entrare in un personale e costante dialogo con Lui, vivere in un atteggiamento di gratitudine, educarsi a stare alla presenza di Dio. Affidare a Lui la regia, poi, ci aiuta a cogliere l’importanza della Chiesa, quella Chiesa che qui oggi rappresentiamo in tutte le sue componenti, realmente unite in un tutt’uno organico. Per questo, la sua unità rimane la sua primaria missione nel mondo, l’unica che può ancora dire credibilmente che abbiamo davvero creduto all’Amore. È vero, infatti, che lo Spirito agisce liberamente e instancabilmente, ma, non di meno, chiede la collaborazione di noi che siamo il corpo di Cristo, la carne di Cristo.

L’espressione che Gesù utilizza per sé nella sinagoga di Nazaret, così, non perde affatto il suo valore, la sua attualità per noi, poiché a fondamento della possibilità di ricevere lo Spirito e di diventare il corpo di Cristo c’è la sua mediazione. Egli, “sommo ed eterno sacerdote”, se da una parte dice la sua relazione di oblazione totale al Padre, dall’altra realizza e sostiene la relazione salvifica con la chiesa, con ogni uomo e con ogni donna.

Quella del sacerdozio unico ed eterno di Cristo glorioso, però, non può apparire, né deve essere presentata come una realtà rarefatta, distante, una specie di sofisma teologico. L’ineffabile mistero di amore che parte dal Padre, attraversa le ferite gloriose del Figlio e giunge a noi con la presenza viva e reale dello Spirito, va scoperto e contemplato ogni giorno, vivendolo, standoci dentro cioè, con umiltà, con gratitudine e con un continuo senso di sorpresa. Se non fosse così, sarebbe davvero una verità intellettuale, ben giustificata teologicamente, ma nulla più.

Noi siamo dentro a questo mistero e non sono minori le nostre possibilità di partenza, rispetto a quelle dei primi discepoli, perché nell’arco dei due millenni fino ad oggi, proprio lo Spirito di Cristo raggiunge la parte più intima e vera di ogni credente con il tocco della sua unzione.

Tra pochi istanti, quando, dopo aver benedetto l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, vi inviterò a pregare con me, prima della benedizione del crisma, rivolgendo “la nostra preghiera a Dio Padre onnipotente, perché benedica e santifichi quest’olio misto a profumo”. Se ci concentriamo sull’espressione “olio misto a profumo”, non facciamo fatica a cogliere l’eloquenza della natura, come era solito fare Gesù con i suoi. L’olio che presenteremo tra pochi minuti sarà, nel simbolo, l’offerta che oggi, insieme a quelle del pane e del vino, esprime il profumo delle nostre fatiche, l’amore per la nostra terra e per le nostre famiglie e lo sforzo dell’onesta sussistenza quotidiana.

Le due caratteristiche, allora, quella dell’impronta indelebile dell’olio e quella della flagranza del profumo non ci sfuggano, perché caratterizzeranno nei sacramenti anche la valenza spirituale dell’olio e della sostanza aromatica.

L’invito liturgico, cui facevo riferimento prima, infatti, continua così: “e coloro che ne riceveranno l’unzione siano interiormente consacrati e resi partecipi della missione di Cristo redentore”.

Ecco che il testo svela il senso del prodotto della terra che vedremo sull’altare: l’impronta indelebile dell’olio dice la consacrazione al Signore, l’intima unione a Lui e la flagranza del profumo rimanda alla partecipazione alla missione di Cristo.

Da qui deriva la vostra missione, cari Presbiteri. Siete stati unti per ungere. E perché questo non appaia un facile slogan esemplificativo, voglio spendere qualche parola sul senso profondo di questa espressione.

Cosa significa esattamente essere unti? Qual è il senso di questo gesto così antico e così suggestivo che, come affermava Tertulliano nel De Baptismo, in forza dell’“unzione in modo spirituale”, rende “cristi”?

Il gesto dell’unzione rimanda allo stile divino che sceglie chi è piccolo e guarda non all’apparenza, ma alla generosità del cuore. Davide, per mano di Samuele, fu consacrato re, ricevette l’investitura giuridica su Israele, accogliendo la gloria divina (la kabod) e la forza, possibili solo grazie all’intima e particolare relazione con Jahwè. Quell’unzione, raccontata dal Primo Libro di Samuele, prefigurava quella di Cristo, l’Unto per eccellenza, il profeta, il re dell’universo, il sacerdote per sempre.

Lui possiede lo Spirito, è tutt’uno con Lui e può dire “lo Spirito del Signore è sopra di me”. Con Lui sono arrivati i tempi messianici, è arrivata la salvezza, quella che già ora “lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò ch’è sviato”, come recita la sequenza di Pentecoste. Così, plasmati e unti da Lui, i nostri occhi si aprono, oltre le apparenze, su un’altra dimensione, e scoprono con sorpresa che la nostra esistenza è nelle mani di un Dio che ci vuole felici, ci vuole veri e ci vuole salvi. Ecco qual è il potere dell’unzione che abbiamo ricevuto, che, di conseguenza, risveglia in noi il fascino di seguire Gesù, di vivere il vangelo e di testimoniarlo.

Voi, Presbiteri, unti e trasformati in Lui, siete servi dell’unzione dello Spirito.

Nella parola innanzitutto. La vostra parola, a servizio della Parola fatta carne, non è autorizzata a colpire, ma a guarire; non a sentenziare, ma ad illuminare, non a rimanere afona, ma essere gridata sui tetti e, non di meno, donata con gioia e garbo a chi desidera ardentemente ascoltarla. Uno, però, unge con la parola non quando “più untuosa del burro è la sua bocca”, come recita il salmo 55 (v.22), ma quando conforta e dona speranza, quando rompe il silenzio dell’omertà e diventa coraggioso. Quando la parola che viene pronunciata è diretta e vera. Quando è vissuta. Quando unisce e non divide. Perdona e non condanna.

Siete chiamati a ungere anche nella celebrazione dei sacramenti, durante i quali siete sicuri di essere strumenti generosi e fedeli, ma pur sempre inadeguati, perché quello che opera lo Spirito con l’unzione va molto al di là delle vostre parole e delle vostre possibilità.

Nel testo, La solitudine spezzata, il vescovo trappista norvegese, che ha guidato quest’anno gli esercizi spirituali del Papa, Erik Varden scrive: “Grazie all’azione sacramentale tutto ciò che è in paradiso e sulla terra è attirato in un singolo istante, il significato di ogni cosa tenuto, per essere spezzato, nelle mani di un essere umano, spezzato anch’egli – eppure intento a reggere, a sanare tutto”.

In quel momento il mistero vi attraversa. La grazia vi sovrasta e a voi che amministrate i sacramenti e a coloro che li ricevono è chiesta solo un’umile fede che educhi alla presenza reale del Signore. Attraverso i sacramenti il Signore innerva la vita e non fa mancare mai la sua presenza. La realtà dell’unzione esprime, nel simbolo, la realtà dell’amore di Dio che, come ha fatto in tutta la storia della salvezza, continua a scegliere la via della storia, affidandosi alla nostra libertà. L’unzione è il tocco delicato di chi lascia liberi e, traducendo lo stile di Dio che tende la mano, non strattona; dona senza pretese, si fa presente e attende…

E infine, ungere con la vostra stessa vita, cari presbiteri. Qui l’ovvio presupposto è che voi stessi diventiate olio, balsamo, sia pur in vasi di creta. Anzi la fragilità della vostra esistenza più che diventare un deterrente per non muoversi, sia, in caso di rottura del vaso che siete voi, la migliore occasione perché l’olio si impregni davvero e il profumo si espanda con sicurezza. Per questo a voi è chiesto di stare in mezzo alle comunità e di amarle in maniera disinteressata. A voi presbiteri e a me vescovo non sono concesse altre priorità. È necessario anche ribadire, tuttavia, che la grazia di Dio non fa salti: presumere di diventare testimoni senza questo percorso è pura illusione o, peggio, presunzione. Significherebbe arrogarsi poteri divini, dimenticando che bisogna saper rimanere innanzitutto servi di un amore che sana e salva innanzitutto noi.

Cos’è questo, infatti, se non un autentico processo di umanizzazione che solo in Cristo possiamo fare? Aveva ragione il Concilio Vaticano II quando affermava che “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS 41). Tale processo di umanizzazione inizia da noi e poi, solo dopo, potrà avere ricadute sulla comunità ecclesiale e sociale. La prima terra di evangelizzazione è sempre la nostra stessa vita che attende di conformarsi tutta e sempre di più al Signore.

Affidiamoci allora, cari confratelli presbiteri, alla preghiera del popolo santo di Dio che oggi esprime per noi sincera gratitudine. Sentite con forza che le persone vi vogliono bene e che ve ne vuole anche il vostro vescovo. Vi porto nel cuore uno ad uno e lodo il Signore per il dono del vostro generoso ministero.

Vi chiedo, infine, di pregare anche per me, perché il Signore mi renda degno della missione affidatami.

Vi consegno un segreto: gioite sempre del dono ricevuto, gioite sempre del vostro ministero e imparerete a leggere in modo diverso anche le vostre fatiche, le vostre delusioni, i vostri fallimenti.

Sentiamoci in comunione spirituale con i Vescovi che hanno guidato la nostra diocesi, sia con quelli che hanno terminato il loro percorso terreno, sia con quelli che continuano ad esercitare altrove il loro ministero pastorale.

Tra le tante figure di presbiteri che ci hanno preceduti e ai quali va nella preghiera il nostro grato pensiero, ricordiamo soprattutto il Venerabile, don Felice Canelli, perché il suo “zelo tremendo” ci solleciti a vivere la “perfetta equazione” tra sacerdozio e santità e al Servo di Dio, don Francesco Maria Vassallo, perché ci aiuti a scoprire la bellezza e la ricchezza della nostra diocesi e ci faccia provare verso la Chiesa intera una sana inquietudine pastorale.

Una preghiera speciale per don Roberto De Meo e per fra’ Carmelo Giannone, della Comunità dei Frati Minori che è a San Bernardino, che quest’anno celebrano il 25° anniversario di ordinazione sacerdotale e per don Renato Borrelli, cui il Signore fa dono di festeggiare il 60° anniversario.

La comunione fra le diverse chiese locali ci fa andare con la preghiera e con l’affetto alla diocesi di Natitingou e, soprattutto, al suo vescovo Padre Antoine con il suo presbiterio. Siamo grati a quella diocesi del Benin per il dono di don Blaise che già da mesi è in mezzo a noi.

Vi chiedo una preghiera speciale, infine, per l’accolito Raffaele Angeloro che, il prossimo 10 aprile qui in Cattedrale, sarà ordinato diacono. A lui auguriamo di cuore la gioia di donarsi senza riserve verso i fratelli che incontrerà sul suo cammino.

Cari presbiteri, la Vergine Maria, ricolma dello Spirito di Cristo, continui ad essere al nostro fianco per insegnarci come e quanto amare il Signore e coloro che ogni giorno la Provvidenza ci affida. Lei, che conosce i nostri cuori, accolga le nostre preghiere e i nostri sacrifici e li presenti a Dio perché diventino la nostra povera, ma sincera risposta al grande amore con cui siamo amati. Amen.

San Severo, 2 aprile 2026, Giovedì Santo

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